Mirko.

Placido come se nulla fosse stato e nulla sarà.

Placido come la notte che l’assorbe e lo fa sparire, pezzetto dopo pezzetto, in una dolce tenebra di malinconia.

Placido perché capisce quando la vita richiede di preoccuparsi.

Rimane a torso nudo, sdraiato di traverso sul letto, i piedi per terra e la faccia smarrita; si accarezza il petto, senza pensare, senza dover fare sforzi, senza doversi preoccupare.

È stata una lunga giornata, ma sa che domani ce ne sarà un’altra, poi un’altra e poi…

Quindi non si preoccupa: davanti al tempo che scorre annuisce, lievemente, accettando il destino di ognuno.

Si tocca le spalle con aria assente, sapendo che chi lo vede da fuori riesce solo a fermarsi alla sensualità del suo corpo, dei suoi addominali; all’apparenza perfetta, al suo non interessarsi al futuro, all’arrivo di nuove stagioni, di nuove primavere.

Gli occhi di ghiaccio fissi nel punto più vuoto e remoto della stanza, i capelli arruffati, scuri come la notte. Le lentiggini a farlo sembrare innocente, la bocca quasi aperta, come se avesse appena scoperto una verità sconvolgente.

Continua a non voler pensare al suo futuro, tanto è stanco di vivere l’oggi, di spassarsela, di essere giovane, virile, pieno di vita.

Si trova spaesato su quel materasso, in una posa frequente per quel periodo di amore e tentazione; si tiene fermo con una mano al bordo del letto, quasi impaurito dalla possibilità di cadere, del cadere del mondo.

Ma ormai ha fatto l’abitudine a quegli istanti di frenesia e concitazione. Quegli istanti in cui si sente un’altra persona, che non immagina mai quando, durante il giorno, è un animale razionale.

Ormai ha fatto l’abitudine di trasformarsi, quasi come un licantropo, appena mette piede in quella fredda camera notturna, in quello spazio di angoscia e di felicità.

Sente l’acqua crepitare furiosa nell’altra stanza, mentre qualcuno è lontano da lui, perso in pensieri dell’altro mondo, sotto una pioggia battente di emozioni.

Continua ad accarezzarsi il torace sentendo le sue mani sudate, esito di una serata di forte passione. Le sente ruvide contro la sua pelle, quasi collose di tutta la lussuria che gli è girata per la testa durante la serata.

Si vorrebbe alzare, vorrebbe lasciare quella postazione per tornare a dormire come un bambino e fingere di essere innocente ancora, nella sua casa troppo lontana – anche se molto vicina – sicura, confortevole, sua.

Pensa alla sua giornata, sempre di corsa, sempre di fretta, casa, lavoro in città, casa, scuola, casa, sport, casa, amici, casa, quel letto, casa…

Pensa a quegli istanti in cui vorrebbe fermarsi davvero per assaporare il secondo come se fosse un’eternità e si vergogna di essere seduto sopra un letto, perdendo tempo, sentendosi un oggettino del desiderio altrui.

Passano pochi secondi, passano pochissimi secondi, ma per lui sono anni, millenni, nell’oscurità, con la luna che entra lievemente nella stanza, quasi come un’intrusa non voluta che rimane in un angolo temendo che qualcuno la cacci con male parole.

Lascia scivolare la mano sul suo corpo e la fa cadere sul materasso, quasi abbandonando tutte le speranze di sentire la doccia smettere di fare rumore e concludere la serata con le solite frasi di circostanza, quasi imbarazzate.

Non è colpa di chi lo sta ospitando su quell’isola di piacere, è colpa sua, della sua fottuta indecisione, della sua morbidezza, del suo “a me va bene tutto, decidi tu”; quella cosa che lo trascina in situazioni spiacevoli quando potrebbe cavarsela solo dicendo la verità o qualche parola in più dei soliti intercalari.

Molla l’ancora di salvezza del bordo del letto e si aggrappa a se stesso, incrociando le braccia sul petto e sentendo pezzi di pelle caldi e pezzi freddi, quasi a ricordargli la sua vita fuori e dentro quella camera, alla luce del sole o nel buio della notte stellata, placida, come lui.

Trattiene il respiro per qualche secondo cercando di sentire il vero silenzio, quello in cui si è soli e si capisce che, tutto sommato, quello che si ha intorno non è nulla perché domani (o dopo, o dopo ancora) non ci sarà più e noi, con le nostre speranze, naufragheremo contro uno scoglio, un dannatissimo scoglio di disperazione.

Per questo non pianifica nulla, per questo non spera mai in miglioramenti e non teme peggioramenti; per questo non diventa qualcun altro, perché gli piace stare sulla terra ferma, su quel pugno di sabbia che prima o poi il mare inghiottirà e lui, perdendo le speranze, sentendosi deluso, naufragherà, lasciandosi morire.

Si tiene ancora più stretto quando sente che il silenzio si fa più muto, quando vede la porta in fronte a lui aprirsi, inondarlo di luce, accecarlo e farlo morire in un istante.

Lui si avvicina, un asciugamano intorno alla vita, un sorriso tranquillo, felice.

Il suo corpo statuario risalta, mozzando il fiato dell’ospite sdraiato sul suo letto. Le spalle ampie e squadrate, i pettorali e gli addominali scolpiti, frutto di tante ore di esercizio, le braccia muscolose e le sue gambe, mascoline.

Si avvicina al letto e si siede in un angolo troppo preso dalla gioia, non capendo i veri sentimenti del suo innamorato, non scrutando la realtà in quegli occhi gelidi, allarmati.

Lo invita a tornare a casa, perché gli pare stanco; lo fa sperando di rivederlo poche ore dopo, alla luce del sole.

Lui si alza annuendo, silenzioso, rimette la maglietta ed esce da quell’abitazione, quasi contento e sollevato.

Sale sulla sua moto e se ne va, a tutta velocità, col vento in faccia.

 

E io ti guardo da lontano e ti immagino. E io ti guardo da lontano e ti sogno ancora.

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