E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere.

I raggi di sole accecavano la terra di febbraio, andando a sbattere contro le palpebre di tutti i passeggiatori di quella piccola via di Milano. Il pavé riluceva spaventosamente freddo, mentre un refolo d’aria dalle montagne non riusciva a spostare i grandi muri degli edifici.

Un tavolo sulla vetrina di un vecchio e polveroso bar veniva occupato dalla sua grazia e gentilezza, mentre aspettava, abbastanza irrequieto, guardando le persone passeggiare e le macchine sfrecciare, tutti completamente disinteressati.

I suoi lineamenti erano chiaramente illuminati dai duri raggi del sole, mostrando al mondo intero la sua dolcezza e tutto il dolore sofferto: c’era qualcosa di mostruoso in quella visione. Era un automa di latta, dalla pelle levigata e dal capello ben impostato, senza esagerare nei prodotti chimici.

L’automa fissava un punto nel nulla, a metà tra il fuori e il dentro il locale, cercando di non mostrarsi pensieroso, ma quasi scocciato: stava già aspettando da cinque minuti. Cercava di mantenere un’espressione neutra, come gli era stato insegnato giorno dopo giorno nel trattare con i clienti, ma ogni mezzo pensiero fiammeggiava nei suoi occhi mostrando il male di vivere che gli cuoceva dentro.

Voleva rendere la visita breve: rimase in cappotto, i guanti stretti in una mano e la borsa coi manici già in aria, pronti per essere afferrati.

Negli anni passati gli piaceva trovarsi in quel luogo a discutere, ridere e passare dei tempi spensierati con lui, ma il logorio della loro relazione era arrivato al punto di rottura e non se la sentiva di continuare.

Lui arrivò camminando lentamente, non si tolse nemmeno il cappotto: i lineamenti più duri, la barba incolta e l’atteggiamento sfrontato sottolineavano la sua diversa maniera di affrontare il dolore; il barista non si avvicinò a loro, capendo che non ci sarebbero state bevande calde e calorosi sguardi.

Nel bar polveroso rimanevano seduti a guardarsi, mentre fuori i riflessi rompevano le vetrine e la vista ai passanti. Una sola lacrima bastò per parlare: un solco nella pelle arida del primo, un simbolo che quasi sarebbe sfuggito all’altro, non si fossero fissati così a lungo.

E poi un carro armato irruppe per la strada travolgendo le persone. Le urla di dolore, il fuoco e le rovine iniziavano a suonare: un intero edificio si distrusse come cartoncino bagnato, mentre in alcuni angoli l’inferno andava a bussare ai negozianti. E le bombe, le pallottole, gli spari e la guerra si facevano così vicini, così rumorosi e pieni d’ira che i gazzettini non riuscivano a descriverli: era tutto così grande, tutto maestoso, forte. Le grandi opere del male, le cattedrali del dolore.

E poi un carro armato iniziò a sparare contro la loro vetrina, spostando la polvere e riempiendo l’aria di fumo. L’improvviso calore iniziò a far scoppiare i vetri, lanciando minuscole particelle a conficcarsi nella carne, mostrando il sangue vivo degli astanti colare copioso.

Il secondo si alzò sbrigativo, nascondendo il volto nella sciarpa. Camminò velocemente, cambiando direzione per sparire il prima possibile. I passanti continuavano a camminare, non notando la devastazione.

Il ragazzo portò un fazzoletto sulla guancia destra e respirò lentamente, riprendendo la solita espressione plastica. I raggi del sole imbizzarrivano i suoi occhi, ma li tenne aperti per tutta la via, provocandosi volontariamente dolore. I raggi del sole continuarono a scintillare intorno a lui fino all’ingresso della metropolitana, nuova porta per gli inferi.

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