Lontananza.

Non ci lasceremo mai, vediamoci sempre, troviamoci presto, tanto siamo vicini, tanto siamo sempre qui, in questa città, tra tutta questa gente che ormai ha come obiettivo di vita fare running più di respirare.

Non c’è più tempo, ma ci sono gli spazi: abbiamo le piazze, troviamoci lì, ma camminiamo per le strade, ti concedo di parlarmi mentre sono in viaggio, perché ho tanto da fare e domani, dopodomani, questo fine settimana, questo mese ho bisogno di prendere tempo per me, per il mio lavoro, per…

A volte ci rimango anche male. Forse non dovrei, ma ci rimango male perché speravo ci fosse qualcosa di più a tenerci vicino, ma non c’è. E le discussioni sono vuote, perché non succede mai nulla di bello – a detta tua – e quindi si parla di bollette e di servizi e di giornate che non finiscono. E ho anche paura a dirti che cosa sta succedendo qui, che forse non mi merito attenzioni, che forse mi lamento troppo per niente.

E forse siamo cambiati: io sono diventato più scuro, più silenzioso, più cupo, mentre tu hai iniziato a pensare ad altro, a sviluppare un odioso egocentrismo che mi ha escluso da quello che fai e da quello che vuoi. Eppure sono qui, eppure non sono lontano, ma sì, è finita tra noi perché le amicizie sono un po’ così.

Non è che ci odiamo, è che non ci capiamo più. Abbiamo provato a ritrovarci anche dopo la separazione, ma non c’era più molto da condividere. Probabilmente è colpa mia che non riesco a gestire i miei errori. Probabilmente è colpa tua, che non vuoi essere altro da quello che sei e non scendi a compromessi.

E non è che ti odio, solo non ti trovo più rilevante. E non devo nemmeno dirtelo, per quel poco che ti sento, per quel poco che sento la tua presenza qui. Quindi è questa la lontananza?

Atene.

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C’è questa cosa che il cuore ti si spezza quando te ne vai da una città. E ancora di più si distrugge se questa città è sofferente, disperata e lentamente sta marcendo dentro di sé. Ad Atene c’è molto da fare e si sente. Anche se le persone ormai hanno un atteggiamento molto rilassato – quasi distaccato – e non apprezzano dimostrarsi deboli o far vedere che la città sta deperendo.

Dopotutto è una città in salita: l’unica cosa che puoi fare è andare su, su, su, per pregare le muse, le divinità pagane o il Dio occidentale: c’è una collina per qualsiasi religione che abbia attraversato la città. C’è anche qualcosa di islamico in giro, ma non viene dal periodo che ha fatto grande la città, quindi se ne parla poco.

Atene è un mondo senza regole. Motorini senza caschi, polizia che passa col rosso, arresti in pieno centro, DVD pornografici alla luce del sole, come se nulla fosse. La gente è segnata dal dolore: è la paura di perdere la propria nazione, di doverla regalare, di nuovo, agli stranieri. È la paura di perdere millenni di cultura, un alfabeto unico, una lingua complicata, che se ascoltata fa venire anche un po’ d’ansia per la velocità e il tono cattivo con cui la si pronuncia.

Però è un mondo genuino, fatto di caffè con gli amici, cibo per strada, risate sguaiate e biciclette e skate che fino a tarda notte rumoreggiano in Piazza Syndagma. E ti chiedi se i giovani, che stanno vivendo tutto questo, se ne rendano conto di cosa voglia dire vivere in questo paese. E ti chiedi se non gli viene voglia di cambiare le cose – ma forse non ne hanno la forza. O gli strumenti.

Atene è retaggi della polizia, tutta la notte, per non farti dormire, per farti capire quanto sei fortunato – che a casa tua se passano i carabinieri è perché il maresciallo ha finito le sigarette e sotto casa hai un distributore, che la tua attività (o quella dei tuoi amici) è ancora in piedi e che comunque il palazzo dove vivi o dove lavori non è stato preso d’assalto da vandali o messo al rogo. Atene sono le prostitute, nemmeno importate dall’estero, che non credono nemmeno più loro di trovare clienti, ma ci provano che si sa mai.

Ma mentre sali sulle colline non pensi a tutto questo: la vedi pacifica – un po’ decadente e quasi sovietica – e ti chiedi come possa essere nato tutto lì. In quei pochi chilometri quadrati. E guardi il sole a picco su di te e ti chiedi se ce la farai, perché stai cedendo sempre di più, sempre di più, sempre di più. Ma poi vedi la bandiera – c’è sempre una bandiera greca in cima – e sorridi che ce l’hai fatta. E mentre stai all’ombra (in quei pochi centimetri di ombra, non credere di averne tanti) e cerchi di respirare di nuovo tranquillamente ti rendi conto di quante cose ti abbiano insegnato tre giorni rispetto ad una vita.

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Pretty Hurts.

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So di essere arrivato in ritardo. Ma capitemi: il mondo musicale intorno a marzo/aprile inizia ad essere figlio dell’Eurovision per me.

Beyoncé l’ha fatta un’altra volta. L’ha fatta perché lei può farla e perché una mossa musicale del genere la possono fare molti pochi: svegliarsi la mattina e mettere il proprio album su iTunes senza troppe cerimonie. Era il 13 dicembre e devo dire che ho bellamente ignorato l’album. Anche perché “4”, quello precedente, non mi era andato molto a genio.

Poi arriva maggio e Vevo inizia a sponsorizzare una nuova canzone di Beyoncé. Video già presente a dicembre nel download ufficiale del CD, ma lanciato online a fine aprile. Il titolo – Pretty hurts – mi aveva già fatto sospettare che sarebbe stata una cosa alla Dove, alla bellezza delle donne che è quella naturale, alla pubblicità sensazionalistica che ormai ci aspettiamo e non ci stupisce nemmeno più.

Però la canzone mi intrigava. Dopotutto è una bella canzone, con un ottimo testo, l’ennesima ottima composizione di Sia Furler (che ha fatto benissimo a iniziare a scrivere per persone mainstream, si merita tutta la gloria che sta ricevendo) che probabilmente rimarrà in una delle mie playlist e che ascolterò diverse volte.

Ma lo farò senza pensarci. Perché fa amarezza sentirsi dire che la perfezione è la malattia di una nazione e che è l’anima che ha bisogno di chirurgia – ed è un testo bellissimo e capisco benissimo da dove sia partita Sia a scriverlo – e sentirsi dire in diverse interviste che la canzone è un inno contro tutte quelle competizioni di bellezza, che non è quello che importa nella vita, ma che è la felicità la via!

Fa amarezza perché poi guardo la cantante. Stiamo parlando di qualcuno che ha un’ottima voce, ma che figura nella produzione delle canzoni come quinta o sesta autrice, che evidentemente ha un manager che le dà mille demo da ascoltare e lei sceglie, dall’esperienza degli altri, raccontando cose che non sono sue.

Per carità, non ho nulla contro gli interpreti, perché tutta la Svezia funziona così. Ma c’è qualcosa di morboso nell’andare a dire che la canzone è ispirata dalle proprie dolorose esperienze personali e poi essere perfette, bellissime, con una vita meravigliosa, adorate da tutte. Perché se Sia, che forse non è l’interprete più bella di questa terra, si fosse presentata con questa canzone su qualsiasi palco, forse sarebbe stata snobbata.

Però tanto il messaggio quanti lo ascolteranno? Ho questa sensazione, che non mi lascia andare, di milioni di persone là fuori che prenderanno la canzone e affermeranno che la bellezza sì salverà il mondo, ma quella vera, delle persone normali. Il tutto senza capire che no: non si intende quella bellezza estetica e superficiale. Che anche solo parlando di “rotondità” di “imperfezione” si va a commentare un mero fattore estetico che non ci salverà.

Ma a volte ci penso e mi sento come un vecchio brontolone. Dopotutto ho basato tutti gli ultimi anni sul provare ad allontanare il fattore estetico da qualsiasi cosa, tanto che ho eliminato anche la mia foto dal curriculum, come a dire che se mi vogliono, mi prendano per quello che ho fatto, non per come appaio. E quindi torno ad ascoltare la canzone fingendo non sia una stangona bellissima a cantarla, che magari un giorno impareremo qualcosa da questo mondo.

24.

Ho camminato per i nuovi passaggi di Milano, oggi, per quattro volte. Ci sono nuovi spazi da percorrere in città: un giardino tra i grattacieli, nuove residenze, torri che svettano, ponti sopra le macchine. Ci sono panchine ovunque, non troppe, ma sono perfette per una sosta e per respirare, per una volta. Ci sono persone che si amano, su queste panchine, e ci sono persone che stanno col naso in su, guardando dove finiscono le costruzioni.

Ci si sente così piccoli, ma così potenti, in mezzo ai grattacieli: sapere che dietro c’è stato l’ingegno di un uomo e la mano di una persona comune, fa pensare che tutto è possibile. Tutto è perfettamente possibile, anche quando il sole non splende così perfettamente e ci sono troppe nuvole, ma lo senti il vento come viaggia? Domani ci sarà bel tempo!

Ma oggi ci sono delle nuvole – e non solo in cielo, che quello è solo il minimo. La mamma mi ha mandato un messaggio alle sette del mattino (l’avrebbe mandato un’ora prima, ma è stanca e da quando non sto più con lei non c’è motivo di alzarsi presto), lei con tanti altri a ricordarmi che giorno è oggi.

L’ho presa un po’ sottogamba la questione. Ho deciso di essere britannico nel tutto: “ah è il tuo compleanno?” “sì, sì, grazie” e di chiuderla lì, senza troppe esagerazioni. Non ho nemmeno festeggiato, non ne avevo voglia.

Perché il periodo è difficile, perché non ho nessuno con cui condividere il momento, perché la vita va avanti anche il giorno del tuo compleanno. E non è come quando eri piccolo che ti festeggiavano all’intervallo – ma insomma, c’erano troppi compleanni intorno al 27 e quindi ero solo uno dei tanti, che due giorni dopo c’erano altri due ragazzi da festeggiare. E il trenta ne arrivava un terzo.

E poi ti vengono in mente i compleanni andati male (quasi tutti) e decidi che forse è ora di smetterla di miticizzare il giorno in cui sei nato.

Però ti sei stupito perché in tanti ti hanno fatto gli auguri. E molti in maniera simpatica – e hai voluto ringraziarli ad uno ad uno, perché hai i modi di fare di una signora di altri tempi.

E quindi sono 24. Che non sono tanti né sono pochi. Ma addosso te ne senti mille.

E quindi grazie. A tutti.

Perché siamo tutti un po’ Conchita.

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Mi ero promesso di limitare i commenti sull’Eurovision il più possibile, su questo blog, eppure. Eppure ieri sera è stata così particolare che dovevo parlare di almeno un partecipante: Conchita Wurst.

Sono dieci giorni che siedo in sala stampa a Copenhagen e ho imparato ad apprezzare – anzi, no, amare, visto che già apprezzavo – quello che c’è intorno al personaggio di Conchita.

Per me non è una novità. Due anni fa era salita sul palco della finale nazionale austriaca per cantare “That’s what I am” ed era arrivata seconda, per pochi voti. E forse siamo stati fortunati: la canzone era un po’ cliché per una drag queen e all’Eurovision non avrebbe fatto nulla.

Poi due anni dopo la televisione austriaca ha deciso di chiamarla e dirle che era il suo momento. E si sono preparati bene, perché l’Eurovision è preso troppo sotto gamba da alcuni, mentre gli austriaci sanno – o comunque hanno imparato, negli ultimi anni – che c’è qualcosa di veramente più grande. E che è un’opportunità per dire qualcosa a milioni di persone.

Tom Neuwirth ha sempre desiderato cantare su quel palco. Probabilmente è il desiderio di qualsiasi Eurofan (dovreste vederci ai karaoke a tema.) e probabilmente è questo suo essere Eurofan che ha avvicinato Conchita alla sala stampa. E anche il suo essere vero, genuino: divertente, per nulla diva, anche un po’ ingenuo, tanto da ammettere che immaginava sarebbe stato Israele l’ultimo a qualificarsi e non lui.

Tom ha partecipato (e avuto successo) in reality show con il suo nome. Poi un giorno ha deciso di inventarsi qualcosa di nuovo ma non troppo: una drag queen barbuta. E di tornare nel mondo dei talent show. Conchita ha avuto molto più successo di Tom e le motivazioni sono tante, una tra tutte la sua originalità.

E quest’anno ha avuto una grande possibilità: raccontare a tutti chi è, facendo quello che più ama. Io mi immagino i meeting: trovare una canzone adatta alla drag barbuta, che le persone tratteranno già con poco rispetto. Come si fa? Conchita ha una voce bellissima e potente. E sa stare sul palco. Quindi: rimescoliamo le carte, dimentichiamoci le canzonette da discoteca e lavoriamo su qualcosa di epico – una canzone da James Bond.

All’Eurovision è importante anche tutto il resto: il palco, le luci e gli sfondi. Ed è tutto così pulito, rifinito, splendente. Eppure non è esagerato, non c’è nulla che ti fa dire “che fenomeno da baraccone”, ti dimentichi anche del fatto che ha l’aspetto di una donna, ma con la barba. Ti dimentichi proprio che c’è la barba, anzi: la trovi come quel tocco in più.

Questo ci insegna molto. Perché vuol dire che c’è qualcosa in più in questo mondo, oltre l’aspetto. Che se c’è qualcosa da comunicare, se c’è qualcosa da raccontare, il resto passa in secondo piano. Conchita non è più la signora barbuta, è un’artista che ha una bellissima canzone.

E forse vorremmo tutti essere lei. Perché vorremmo smetterla di essere giudicati dall’esterno, da quello che si vede di noi, da quello che il nostro aspetto suggerisce. E vorremmo che le persone capissero di più che abbiamo un contenuto da esprimere, che è interessante e a cui teniamo.

Conchita ha dimostrato che per essere bravi non bisogna essere donne biologiche super sensuali o maschi barbuti super virili. Si può essere anche una via di mezzo. Ed è una cosa importante sia per la comunità LGBT che rappresenta (perché troppe volte, ancora, ci si ferma alla parola GAY e non si va oltre), ma anche per tutti gli altri, che hanno problemi ad essere loro stessi senza sentirsi giudicati.

Ieri sera, appena nominata la qualificazione dell’Austria, la sala stampa è esplosa in un applauso infinito. Perché siamo un po’ tutti Conchita. E per una volta vorremmo che vincesse qualcosa di più di una mera immagine.

Inadeguatezza.

Non spegni nemmeno la luce e sai che qualcosa che ti sta turbando seriamente c’è. È un dolore strano, che hai ignorato fino ad ora, ma che non passerà. Aspetterà il momento peggiore per tormentarti, per ricordarti che le cose non andranno mai come credi e che ne hai una grossa prova, che ti è successa nemmeno tre settimane fa.

Non è la mancanza il dolore peggiore. È una delle cose che si provano nel silenzio di mezzanotte, quando nemmeno più i vicini appena rientrati si azzardano a vociare. Fino a quel momento pensavi di aver sofferto di mancanza, di un letto vuoto a metà, di un divano su cui non ti sdrai nemmeno più, di una porta che non apri più se non a te stesso.

È l’inadeguatezza a non farti dormire. È un sentimento difficile da capire: c’è qualcosa che non va eppure non lo sai spiegare. Viene tutto d’un colpo a ricordarti che sei pieno di difetti che non sai nemmeno tu come sistemare. Non ti piace uscire, non ti piace vedere la gente. Stai in silenzio più del solito e preferisci lavorare chiuso in te stesso. Non ti viene nemmeno più voglia di condividere a che punto sei o quali prodigi della comunicazione passano per le tue mani.

Leggi un libro e ti rendi conto che non lo sai più fare con passione. Forse è questo titolo, forse è questo autore. Ti sforzi ad essere divertente, ma ti sembra di non avere argomenti. Guardi telefilm per ridere e riempire la giornata, ma l’unica risata che ti strappano è forzata, scontata, banale.

E ti eri promesso di non essere mai banale.

Ormai conti i soldi prima dell’entusiasmo. Che se agli altri il denaro è sembrato fosse per te sempre la priorità, forse è perché ti hanno conosciuto quando ormai eri perso. Che te lo ricordi quel giorno a Bologna quando ti hanno fatto spiegare perché scrivevi recensioni e loro volevano sapere chi ci fosse dietro a foraggiarti, chi ti pagasse. E tu sorridendo dicevi sempre con fierezza che era un hobby, un divertimento. E pensavi di aver fatto un figurone, in realtà pensavano a quanto avrebbero potuto spennarti, che eri così ingenuo.

E poi tua madre ti racconta dei suoi cugini, che pare siano in fermento i preparativi per ben due matrimoni. E pensi a quanto sia stupido sposarsi nel 2014, quando la crisi economica non è ancora passata. E tu non hai mai usato la crisi come una scusa e ti rendi conto che ora lo stai facendo. C’è qualcosa di sbagliato in te che hai dimenticato l’amore e la vita romantica per i soldi, per l’economia.

Ti aggrappi a scuse razionali per non mostrare il dolore che provi. Perché lui se n’è andato perché non sei abbastanza divertente e forse non eri la persona adatta – e non imparerai a passarci sopra, con quanti ricordi ci sono nella quotidianità. Perché forse ti sei adattato alla vita di corsa che fai e non ti sei reso conto di quanto tempo spendevi una volta per scrivere e quanto ne ritagli ora per gettare bozze.

E così ti colpisce d’improvviso la bellezza di un libro scritto bene e ti fa chiedere “che cosa sto facendo con la mia vita?”

Non hai mai creduto nel cielo grigio come simbolo di oppressione. Ma oggi ti senti così: grigio. Non sei altro che un colore di sfondo, riempitivo, noioso. Non sei né la pioggia né il sole, sei una stasi che non interessa né piace a nessuno.

E forse non ne uscirai.

E forse non ne uscirò.

Memories.

(Oggi ho solo bisogno di ricordare bei momenti.)

  • La prima volta che ho visto Stoccolma. Ancora sul pullman dall’aeroporto, guardando la città da lontano (non ricordo nemmeno che parte fosse, probabilmente Södermalm, ma è più probabile siano stati Lilla e Stora Essingen) ed era completamente oro. Erano le due del pomeriggio e scendeva il sole, il riflesso sull’acqua era accecante e il nostro autista stava ascoltando la stessa radio che avevo ascoltato per tutta l’estate pensando a quel viaggio.
  • L’ultima volta a Stoccolma, alle tre del mattino, nel buio profondo di novembre al nord, la città vuota e Sergels Torg. Non riesco ancora a dire per quale motivo Sergels Torg sia la mia zona preferita della città. È stata una sorpresa anche quando la mia cantante preferita svedese, Veronica Maggio, è uscita con un singolo dedicato a questa piazza. Non faceva nemmeno troppo freddo, mi sono solo scattato una fotografia pensando “questa potrebbe essere l’ultima volta che ti vedo”.
  • La prima estate nella casa nuova, la tapparella alzata, il sole alto nel mattino della Brianza, la casa pulita, il letto rifatto e io in piedi, che mi sentivo a casa e mi faceva così strano pensare a casa mia, solo mia, da condividere con nessun altro.
  • Quel pomeriggio all’Adda. Non pensavo che l’acqua potesse diventare così azzurra né immaginavo che a pochi passi da casa ci fosse un luogo così rilassante dove andare a riposarsi. C’è una strana sensazione a stare in riva ad un fiume che scorre con anche un certo impeto: c’è questo rumore di fondo che copre tutto il resto e ti fa spegnere il cervello.
  • Seduti ad un tavolo dell’unico ristorante aperto sul Lido di Venezia in bassa stagione, dopo un congresso durato troppo e andato fin troppo bene, senza più parole da dire, ma con tanta gioia per avercela fatta. Eravamo stanchi, ma soddisfatti. E il ritorno sul taxi d’acqua, con alcuni stremati che dormivano e le discussioni di poche parole perché non ce la facevamo a dirci altro.
  • La prima volta all’Eurovision, in sala stampa alle nove del mattino, in due con tutti i tavoloni vuoti. E io che mi ostinavo a vedere video bloccati in Germania e l’oretta di radio prima del delirio stampa. I pranzi microscopici, le cene in due, le ore in camera (minuscola e a pochi passi dagli scambi ferroviari – vedevi alle sei del mattino) a dire idiozie.
  • La seconda volta all’Eurovision. Cercando di mantenere un contegno intorno a certi rappresentanti, riempiendosi di dolci offerti dalla casa e di tè a qualsiasi gusto, perdendosi per le strade di una città difficile, cantando e ballando come pazzi.
  • L’ultimo secondo nel mio vecchio ufficio, guardando le stanze, sapendo di partire verso l’ignoto e pensare “il mio tempo qui è finito”. Ed esserne spaventati, ma molto orgogliosi.

Lazy saturday post.

Nella mia testa ci sono troppe cose e non riesco a dirne una. È questo sabato che mi rende così: ho sistemato un attimo la casa, mi sono fatto una doccia, ho passato un’ora a cantare e ora scrivo di un pigro pomeriggio di sabato.

Potrei fare di tutto: potrei andare a fare un giro, leggere qualche libro, sistemare il caos che ho nell’armadio, ma non riesco a far altro che stare sdraiato e scrivere, sonnecchiando. È una giornata di quelle, ecco.

Fuori ci sono delle nuvolone minacciose, fanno quasi paura. Anche perché dopo dovrò alzarmi e andare a vedere i frutti di anni di lavoro di una delle persone a me più care, che dopo un periodo di burrasca ha tirato su da sola un’intera agenzia di eventi. E ne sono fierissimo.

Vorrei essere produttivo, ma oggi non sarà così: la settimana mi ha abbastanza svuotato. Vorrei solo non essere solo in questa casa, ma non si può avere tutto dalla vita – e comunque la compagnia arriverà.

Ci sono cose che vorrei dire, c’è quell’urgenza nella mia testa, ma le parole sono come nuvolette e non hanno voglia di formare un pensiero completo. Quindi non so cosa riuscirò a raccontare.

Potrei parlare dei matrimoni gay nel Regno Unito, ma è un argomento troppo complesso. Ne sono comunque felice, anzi. Mi piacerebbe essere invitato a uno, ma forse romanticizzo troppo la cosa.

Potrei parlare delle attese. Telefonate che non arrivano, incontri che vengono rimandati, persone che non lasceresti mai andare. Ma anche questo è troppo complicato: dovrei scavare nel mio cuore e non credo di avere la forza per farlo.

Quindi rimango qui, in un sabato pomeriggio nuvoloso, con una strana tranquillità addosso, prima del ritorno alla vita frenetica.

Le case.

Ho sempre avuto rispetto del buio. La notte è come un rito segretissimo, dove religiosamente spegnere la luce e assorbire il silenzio, facendo sparire quel fischio nelle orecchie continuo della vita di tutti i giorni.

Ho sempre avuto così tanto rispetto che in casa mia nulla fa rumore durante la notte e nemmeno un raggio minuscolo di luce dai lampioni sulla strada riesce a passare attraverso le tapparelle, così serrate che fanno quasi soffocare. Ma meglio soffocare nel caldo avvolgente del nero che nel sole più accecante.

Siamo abituati ad apprezzare così tanto la luce che non ci rendiamo conto di quante cose si consumino col buio. Di quante emozioni si provino mentre il paesaggio intorno a noi è sfocato, in un fumé da film noir, in un’ambientazione surreale che sa di casa, ma anche di vuoto.

C’è solo bisogno di ambientarsi, di spiazzarsi, di sentirsi arrivati, ma di dover andare ancora a tentoni, cercando una porta o un corridoio che è troppo lungo da percorrere. Che potrebbe riservare troppe sorprese o che potrebbe essere piatto e noioso, senza nemmeno un tavolino dove inciampare.

Nel buio anche i treni si muovono cercando di non far rumore. Frenano striduli, ma si fermano ordinati, pronti a ripartire. Nelle stazioni il silenzio è un boato continuo: è un big bang che non finisce mai, dove l’aria sente di essere troppa e decide di respirare da sola, di fare un po’ di casino, che la gente è troppo stanca e c’è bisogno sempre di movimento.

Le carrozze non sobbalzano nemmeno: partono lente e si lasciano dietro un mondo di neon e di architetture dell’industria che fanno da sfondo a piccoli drammi, ma che nessuno ricorderà nei dettagli.

Nel buio i primi a mancare son proprio questi: i dettagli. Non ci sono più volti con cicatrici vistose, vestiti bizzarri con stampe colorate, persone fuori dalla norma. Ci sono solo silhouette mute, astiose e un po’ arroganti. Silhouette che vogliono vivere in pace, nel silenzio della notte.

E poi ci sono le case dove ci chiudiamo, dove accendiamo la luce per vederci, per abbracciarci. E poi ci sono le case, dove ogni sera sale il dolore e dove ogni notte cresce la passione. E poi ci sono le case e le loro storie.

Tutti i dolori del mondo.

Vorrei raccontarti di tutti i dolori che ci sono nel mondo, farti un elenco infinito che non risparmi alcun dettaglio. Li guarderei a distanza, indicandoteli e sorridendone, con un certo piacere da understatement, come se nulla fosse. Li guarderei a distanza, uno ad uno, senza dare spiegazioni. Anche perché le spiegazioni sono difficili e a volte non hanno proprio senso.

Ma la nostra vita un senso non l’ha mai avuta. Sembra quasi una giustificazione contro la staticità, perché bisogna sempre fare e bisogna sempre essere per non sparire e venire dimenticati. E a volte io vorrei solo diventare aria, per non dover pensare.

Vorrei raccontarti i dolori che ci sono nel mondo per poi compararli, guardare le loro specifiche tecniche e dirti che cosa mi succederebbe se un giorno ci accorgessimo che era solo un’illusione. Un’illusione di quelle belle, che ora tra cinema 3D e realtà aumentata siamo portati a pensare che il digitale sia il nuovo reale, che il virtuale abbia capito meglio di noi lo spettacolo della vita. No, voglio che sia un’illusione vera, una farsa da teatro, un racconto scritto da qualcuno molto bravo e recitato da attori nevrastenici, schizzati, ma perfettamente posati davanti al loro pubblico.

A volte ci penso a questa illusione e vorrei che non fosse così. Eppure i dati dicono il contrario, eppure i dati confermano che non abbiamo capito nulla del futuro e che saremo sempre pronti a raccontarci di macchine volanti, saremo sempre pronti a cercare di realizzarle senza pensare a migliorare quello che già c’è, magari salvaguardando quel poco di buono rimasto nel mondo. Figurati: saremo sempre pronti a raccontarci di relazioni idilliache, di dati sulle nascite nel mondo, di dati sui matrimoni in Europa.

Io di dati me ne intendo. Ok, forse me ne intendo di più di estetica ed empatia, ma i dati sono sempre stati con me, li ho coccolati e guardati con sospetto, perché così bisogna fare. Ho sempre pensato che i dati (empirici, perché a me le formule assiomatiche non sono mai piaciute) erano il modo perfetto per interpretare gli avvenimenti. Non tutti, mi raccomando, non sempre, soprattutto. Ma i dati erano importanti.

E tutte le mie statistiche, le mie analisi, tutte le esperienze sono andate lentamente disintegrandosi, si sono annullate a vicenda come quei miseri esercizi matematici da scuole medie dove la soluzione è che più numeri si elidono più si è sulla strada corretta. Che è un modo stupido per raccontare al nostro futuro che c’è sempre una soluzione, che basta guardare bene che i numeri hanno comuni multipli.

Ma anche comuni divisori.

La mia casa di numeri, esperienze, analisi è andata in fiamme. Forse ho sbagliato anche io, perché tutta quella carta su quelle pareti di legno… è stato come avvicinarci una fiamma viva e dire soltanto “ops”, come un bambino che l’ha combinata. Ma vederla bruciare ha risvegliato una bestia dentro di me, un animale grosso che andava sbattendo a destra e a sinistra abbastanza confuso dalla situazione.

Davanti alle fiamme e davanti alla cenere ho solo potuto star fermo e constatare. E constatando è ripartito il ciclo empirico: ci sono nuovi bellissimi dati da analizzare, pronti ad essere distrutti tra qualche mese, tra qualche anno.

Ma a te i dati non interessano – e forse hai molta più ragione di me – e sai che c’è altro, molto altro, molto di più. C’è un altro mondo dove non si applicano i miei dati e da cui dovrei trarre ispirazione, ma è difficile. È difficile perché non è empirico, è un salto nel vuoto, è un’altra bellissima illusione, che un po’ mi fa spavento.

Vorrei raccontarti di tutti i dolori che ci sono nel mondo, farti un elenco di quelli che ho provato di già, cosicché tu possa capirmi e possa capire le mie paure. E vorrei che su tutti gli altri mi raccontassi le tue esperienze, ché da solo non posso fare molto, se non ipotizzare. E vorrei non doverli più provare questi dolori, ma so che è inevitabile e cerco di prepararmi.