Inadeguatezza.

Non spegni nemmeno la luce e sai che qualcosa che ti sta turbando seriamente c’è. È un dolore strano, che hai ignorato fino ad ora, ma che non passerà. Aspetterà il momento peggiore per tormentarti, per ricordarti che le cose non andranno mai come credi e che ne hai una grossa prova, che ti è successa nemmeno tre settimane fa.

Non è la mancanza il dolore peggiore. È una delle cose che si provano nel silenzio di mezzanotte, quando nemmeno più i vicini appena rientrati si azzardano a vociare. Fino a quel momento pensavi di aver sofferto di mancanza, di un letto vuoto a metà, di un divano su cui non ti sdrai nemmeno più, di una porta che non apri più se non a te stesso.

È l’inadeguatezza a non farti dormire. È un sentimento difficile da capire: c’è qualcosa che non va eppure non lo sai spiegare. Viene tutto d’un colpo a ricordarti che sei pieno di difetti che non sai nemmeno tu come sistemare. Non ti piace uscire, non ti piace vedere la gente. Stai in silenzio più del solito e preferisci lavorare chiuso in te stesso. Non ti viene nemmeno più voglia di condividere a che punto sei o quali prodigi della comunicazione passano per le tue mani.

Leggi un libro e ti rendi conto che non lo sai più fare con passione. Forse è questo titolo, forse è questo autore. Ti sforzi ad essere divertente, ma ti sembra di non avere argomenti. Guardi telefilm per ridere e riempire la giornata, ma l’unica risata che ti strappano è forzata, scontata, banale.

E ti eri promesso di non essere mai banale.

Ormai conti i soldi prima dell’entusiasmo. Che se agli altri il denaro è sembrato fosse per te sempre la priorità, forse è perché ti hanno conosciuto quando ormai eri perso. Che te lo ricordi quel giorno a Bologna quando ti hanno fatto spiegare perché scrivevi recensioni e loro volevano sapere chi ci fosse dietro a foraggiarti, chi ti pagasse. E tu sorridendo dicevi sempre con fierezza che era un hobby, un divertimento. E pensavi di aver fatto un figurone, in realtà pensavano a quanto avrebbero potuto spennarti, che eri così ingenuo.

E poi tua madre ti racconta dei suoi cugini, che pare siano in fermento i preparativi per ben due matrimoni. E pensi a quanto sia stupido sposarsi nel 2014, quando la crisi economica non è ancora passata. E tu non hai mai usato la crisi come una scusa e ti rendi conto che ora lo stai facendo. C’è qualcosa di sbagliato in te che hai dimenticato l’amore e la vita romantica per i soldi, per l’economia.

Ti aggrappi a scuse razionali per non mostrare il dolore che provi. Perché lui se n’è andato perché non sei abbastanza divertente e forse non eri la persona adatta – e non imparerai a passarci sopra, con quanti ricordi ci sono nella quotidianità. Perché forse ti sei adattato alla vita di corsa che fai e non ti sei reso conto di quanto tempo spendevi una volta per scrivere e quanto ne ritagli ora per gettare bozze.

E così ti colpisce d’improvviso la bellezza di un libro scritto bene e ti fa chiedere “che cosa sto facendo con la mia vita?”

Non hai mai creduto nel cielo grigio come simbolo di oppressione. Ma oggi ti senti così: grigio. Non sei altro che un colore di sfondo, riempitivo, noioso. Non sei né la pioggia né il sole, sei una stasi che non interessa né piace a nessuno.

E forse non ne uscirai.

E forse non ne uscirò.

Memories.

(Oggi ho solo bisogno di ricordare bei momenti.)

  • La prima volta che ho visto Stoccolma. Ancora sul pullman dall’aeroporto, guardando la città da lontano (non ricordo nemmeno che parte fosse, probabilmente Södermalm, ma è più probabile siano stati Lilla e Stora Essingen) ed era completamente oro. Erano le due del pomeriggio e scendeva il sole, il riflesso sull’acqua era accecante e il nostro autista stava ascoltando la stessa radio che avevo ascoltato per tutta l’estate pensando a quel viaggio.
  • L’ultima volta a Stoccolma, alle tre del mattino, nel buio profondo di novembre al nord, la città vuota e Sergels Torg. Non riesco ancora a dire per quale motivo Sergels Torg sia la mia zona preferita della città. È stata una sorpresa anche quando la mia cantante preferita svedese, Veronica Maggio, è uscita con un singolo dedicato a questa piazza. Non faceva nemmeno troppo freddo, mi sono solo scattato una fotografia pensando “questa potrebbe essere l’ultima volta che ti vedo”.
  • La prima estate nella casa nuova, la tapparella alzata, il sole alto nel mattino della Brianza, la casa pulita, il letto rifatto e io in piedi, che mi sentivo a casa e mi faceva così strano pensare a casa mia, solo mia, da condividere con nessun altro.
  • Quel pomeriggio all’Adda. Non pensavo che l’acqua potesse diventare così azzurra né immaginavo che a pochi passi da casa ci fosse un luogo così rilassante dove andare a riposarsi. C’è una strana sensazione a stare in riva ad un fiume che scorre con anche un certo impeto: c’è questo rumore di fondo che copre tutto il resto e ti fa spegnere il cervello.
  • Seduti ad un tavolo dell’unico ristorante aperto sul Lido di Venezia in bassa stagione, dopo un congresso durato troppo e andato fin troppo bene, senza più parole da dire, ma con tanta gioia per avercela fatta. Eravamo stanchi, ma soddisfatti. E il ritorno sul taxi d’acqua, con alcuni stremati che dormivano e le discussioni di poche parole perché non ce la facevamo a dirci altro.
  • La prima volta all’Eurovision, in sala stampa alle nove del mattino, in due con tutti i tavoloni vuoti. E io che mi ostinavo a vedere video bloccati in Germania e l’oretta di radio prima del delirio stampa. I pranzi microscopici, le cene in due, le ore in camera (minuscola e a pochi passi dagli scambi ferroviari – vedevi alle sei del mattino) a dire idiozie.
  • La seconda volta all’Eurovision. Cercando di mantenere un contegno intorno a certi rappresentanti, riempiendosi di dolci offerti dalla casa e di tè a qualsiasi gusto, perdendosi per le strade di una città difficile, cantando e ballando come pazzi.
  • L’ultimo secondo nel mio vecchio ufficio, guardando le stanze, sapendo di partire verso l’ignoto e pensare “il mio tempo qui è finito”. Ed esserne spaventati, ma molto orgogliosi.

Tutti i dolori del mondo.

Vorrei raccontarti di tutti i dolori che ci sono nel mondo, farti un elenco infinito che non risparmi alcun dettaglio. Li guarderei a distanza, indicandoteli e sorridendone, con un certo piacere da understatement, come se nulla fosse. Li guarderei a distanza, uno ad uno, senza dare spiegazioni. Anche perché le spiegazioni sono difficili e a volte non hanno proprio senso.

Ma la nostra vita un senso non l’ha mai avuta. Sembra quasi una giustificazione contro la staticità, perché bisogna sempre fare e bisogna sempre essere per non sparire e venire dimenticati. E a volte io vorrei solo diventare aria, per non dover pensare.

Vorrei raccontarti i dolori che ci sono nel mondo per poi compararli, guardare le loro specifiche tecniche e dirti che cosa mi succederebbe se un giorno ci accorgessimo che era solo un’illusione. Un’illusione di quelle belle, che ora tra cinema 3D e realtà aumentata siamo portati a pensare che il digitale sia il nuovo reale, che il virtuale abbia capito meglio di noi lo spettacolo della vita. No, voglio che sia un’illusione vera, una farsa da teatro, un racconto scritto da qualcuno molto bravo e recitato da attori nevrastenici, schizzati, ma perfettamente posati davanti al loro pubblico.

A volte ci penso a questa illusione e vorrei che non fosse così. Eppure i dati dicono il contrario, eppure i dati confermano che non abbiamo capito nulla del futuro e che saremo sempre pronti a raccontarci di macchine volanti, saremo sempre pronti a cercare di realizzarle senza pensare a migliorare quello che già c’è, magari salvaguardando quel poco di buono rimasto nel mondo. Figurati: saremo sempre pronti a raccontarci di relazioni idilliache, di dati sulle nascite nel mondo, di dati sui matrimoni in Europa.

Io di dati me ne intendo. Ok, forse me ne intendo di più di estetica ed empatia, ma i dati sono sempre stati con me, li ho coccolati e guardati con sospetto, perché così bisogna fare. Ho sempre pensato che i dati (empirici, perché a me le formule assiomatiche non sono mai piaciute) erano il modo perfetto per interpretare gli avvenimenti. Non tutti, mi raccomando, non sempre, soprattutto. Ma i dati erano importanti.

E tutte le mie statistiche, le mie analisi, tutte le esperienze sono andate lentamente disintegrandosi, si sono annullate a vicenda come quei miseri esercizi matematici da scuole medie dove la soluzione è che più numeri si elidono più si è sulla strada corretta. Che è un modo stupido per raccontare al nostro futuro che c’è sempre una soluzione, che basta guardare bene che i numeri hanno comuni multipli.

Ma anche comuni divisori.

La mia casa di numeri, esperienze, analisi è andata in fiamme. Forse ho sbagliato anche io, perché tutta quella carta su quelle pareti di legno… è stato come avvicinarci una fiamma viva e dire soltanto “ops”, come un bambino che l’ha combinata. Ma vederla bruciare ha risvegliato una bestia dentro di me, un animale grosso che andava sbattendo a destra e a sinistra abbastanza confuso dalla situazione.

Davanti alle fiamme e davanti alla cenere ho solo potuto star fermo e constatare. E constatando è ripartito il ciclo empirico: ci sono nuovi bellissimi dati da analizzare, pronti ad essere distrutti tra qualche mese, tra qualche anno.

Ma a te i dati non interessano – e forse hai molta più ragione di me – e sai che c’è altro, molto altro, molto di più. C’è un altro mondo dove non si applicano i miei dati e da cui dovrei trarre ispirazione, ma è difficile. È difficile perché non è empirico, è un salto nel vuoto, è un’altra bellissima illusione, che un po’ mi fa spavento.

Vorrei raccontarti di tutti i dolori che ci sono nel mondo, farti un elenco di quelli che ho provato di già, cosicché tu possa capirmi e possa capire le mie paure. E vorrei che su tutti gli altri mi raccontassi le tue esperienze, ché da solo non posso fare molto, se non ipotizzare. E vorrei non doverli più provare questi dolori, ma so che è inevitabile e cerco di prepararmi.

La casa.

È come tornare in una vecchia casa e guardare la polvere che si è appoggiata ai mobili, che ha ricolorato le superfici. Fai un primo passo cauto, per controllare che la struttura sia ancora lì, stia ancora su e poi cammini fino alle finestre per aprirle e far entrare luce. Il primo colpo secco quando spalanchi le persiane inizia a mettere in moto tante cose: la polvere gira, i colori diventano più corposi, la vista si adatta e tu intanto spalanchi le altre imposte.

La casa è silenziosa, non dice nulla. Ha anche quella freddezza di qualcuno che ha aspettato tanto, sotto la pioggia. Le luci fanno qualcosa, ma comunque c’è bisogno di accendere il camino, togliere lo sporco, ridare vita alle stanze, riportare alla luci dei ricordi che si credevano persi.

Cambiare casa è l’esempio più eclatante: si guardano le metrature, la struttura, i muri, l’impianto elettrico, gli infissi. Si esige che gli spazi siano perfetti, pieni d’aria, che possano ospitare famiglie e amici. Poi si entra e si alzano le tapparelle e si inizia a rinfrescare le pareti, a posare un nuovo pavimento, a riempire di mobili nuovi che portano quel sapore di legno nell’aria che per i primi mesi ti darà l’idea di stare in un magazzino di un noto mobilificio.

Poi passano due anni. L’odore è sparito, anzi. Ogni giorno ce n’è uno diverso (perché hai cucinato, perché hai appena steso il bucato, perché piove ed è umido, perché hai acceso le essenze…) e ormai hai dei rituali: fai scattare la serratura, le chiavi nello svuotatasche, la borsa in salotto vicino al tavolo… ti viene voglia, ogni giorno di cambiare qualcosa e ogni tanto lo fai, che ormai il divano è stato girato in venti modi diversi e quindi non ti fatica cambiare di nuovo.

Se la nuova casa è sempre pronta per nuovi racconti e nuove storie, la casa polverosa ti fa ripartire da cose che c’erano già, che hai dimenticato. È un salto nel tempo e i primi giorni li vivi nel passato, prima di fare qualche compromesso col presente.

A volte i compromessi, però, non vanno a buon fine. Alcuni mezzi di comunicazione obsoleti non vanno più bene con le tecnologie di oggi e ti tocca lasciare andare. Così, magari, la casa è lontana dalla città dove lavori ed è ora di metterla in vendita, il pianoforte in salotto non è più accordato, ma non hai la forza né il tempo per starci dietro. E anche se ti piange il cuore dici basta che è meglio così, che la vita va avanti.

E la polvere torna a posarsi.

Come una stella.

Sta seduta toccandosi l’anello matrimoniale: che farà ora che suo marito è sparito? Non se la sentiva di divorziare e non se la sentiva nemmeno di lasciare casa. Poi il fatto: il referto medico che gli aveva dato poco tempo da vivere. È ancora sconvolta, ma non lo dà a vedere. Si sistema una ciocca di capelli e pensa al libro che ha in mano: perché lei e suo marito, come la coppia del libro, non hanno avuto figli? Nemmeno uno? Non sarebbero stati una famiglia fantastica, ma almeno avrebbero avuto aneddoti da raccontare a Natale. E poi lei avrebbe imparato molto di più aiutando i suoi figli a fare i compiti.

E ora le tocca andare al lavoro.

Aspetta speranzosa la sua fermata e stringe a sé la borsa arancio. Vede la campagna fuggire: riu-scirà ad arrivare in stazione giusta per la coincidenza? Si fa coccolare dal treno e pensa stia acca-dendo solo per consolarla della dipartita del marito. Casa sua è così vuota, ora… se si addormenta sul divano non c’è più nessuno che le spegne la televisione e la copre con una coperta.

È malinconica: il grigio del cielo è un telone su cui vengono proiettati grandi ricordi di suo marito.

Suo marito l’eroe dell’economia locale.

Come si cambia in trent’anni di matrimonio: un tempo era il suo migliore amico che ascoltava i suoi problemi mentre, poco prima della morte, era diventato un caporale scorbutico e lei la sua badante.

Getterà l’anello, deve solo decidere dove. Magari nei suoi pensieri, perché no? Pensa, piuttosto, ad un lago. Magari il lago preferito per la pesca amatoriale della domenica: tutte quelle giornate a casa da sola e lui a divertirsi. E i pesci pescati erano altro lavoro per la moglie. Pensa cinicamente che dovrà alzare i riscaldamenti, ora che suo marito non c’è, e si immagina di farlo resuscitare per ricordarle che deve risparmiare, con i pochi soldi che guadagna. Vede il solito cartello giallo di av-vertenza della tossicità delle acque e, finito il ponte, viene sballottata dai cambi di binario: è in ar-rivo.

Questo lutto l’ha sconvolta: da sola, al supermercato, si trova immersa in pensieri non suoi, in parole che non vorrebbe dire. In effetti vive meglio senza suo marito. Ogni volta che guarda lo scontrino (solitamente tre volte più economico) si sente sollevata che riuscirà ad arrivare a fine mese, poi pensa alla buonanima e sta male per le ultime affermazioni. Esce col carrello quasi vuoto, sistema tutto in macchina e torna a casa sistemare nel silenzio della loro villetta. Nel silenzio del loro matrimonio. Loro.

Vuole cambiare vita del tutto e oggi, appena uscita dal lavoro, venderà casa per comprarne una più piccola. In pausa controlla i cataloghi e, scorrendo di paese in paese, arriva alla sua città di nascita. Si ricorda di casa dei suoi genitori che rimane vuota e impolverata. Se la immagina di nuovo piena di vita: farà così, cambierà casa e si trasferirà all’origine, sentendosi giovane.

Si sente giovane perché per la prima volta in tanti anni nella sua vita può fare ciò che vuole, può decidere che farsene dei suoi anni e delle sue abilità.

Ogni volta con suo marito era la stessa storia: la moglie doveva rimanere a casa e badare alla casa. Da quando si era sposata aveva incominciato, pure, a scegliere dei completi che la invecchiavano solo perché suo marito aveva un’immagine retrograda; l’unico paia di jeans che si era comprata lo aveva nascosto sul fondo dell’armadio, sotto alle coperte invernali.

Era uscita di casa troppo giovane per rendersene conto, ma quel motore di vita che l’aveva attratta finiva la benzina in pochi secondi e perdeva di fascino. Se n’era andata con due o tre piccole scatole con i suoi vestiti, aveva portato con sé giusto qualche decorazione dalla vecchia casa per abbellire gli angoli della gigantesca magione che aveva procurato il suo futuro marito. Lo aveva sentito vicino per un mese (tempo di una breve luna di miele e di costante incredulità di essersi sposati) e aveva incominciato a svanire.

Ma chi si era sposata? Un’immagine, forse. Che era sbiadita subito.

Prese il primo treno per tornare alla vecchia casa. Si fermò solo sul ponte del fiume per guardare l’acqua scorrere. Si strappò l’anello dal dito e se lo rigirò tra le dita. Non voleva dire più nulla per lei. Prese fiato e guardò lo specchio ai suoi piedi:

«Questo è per tutte le volte che mi sono sentita la moglie di un fantasma, – incominciò a strillare, – questo è per quando mi sono sposata credendo potesse andare meglio che rimanere con i miei genitori e questo è per te, piccolo bastardo, che non mi hai mai lasciata libera e mi hai fatto sempre del male!»

Gettò l’anello con un certo slancio e vide l’oro un po’ consunto svanire nell’acqua un po’ salmastra.

Le nubi coprirono il cielo e la lasciarono entrare in casa prima di scaricare le proprie gocce sul ter-reno; guardò la sua nuova casa, quella accogliente, disordinata e colorata. Prese un vecchio vesti-to, ricordo dei suoi giorni da nubile, e lo indossò.

Guardandosi allo specchio non vide le rughe che avevano ormai coperto il suo volto. Guardandosi allo specchio osservò la grandiosità di quell’immagine: una donna, finalmente libera. Una donna nuova che risale dagli abissi dove era stata nascosta e splende di nuovo, come una stella.

[Racconti brevi] Un segreto.

È come un dubbio che si annida tra le fronde e scende lentamente, come rugiada verso il terreno. Il silenzio è rotto dal continuo scorrere del fiume, dall’acqua che non lascia tregua. Ride di quell’espressione: silenzio. Non c’è nulla di silenzioso nel bosco, è tutto un continuo musicare di elementi naturali (prima il canto degli uccelli, poi le foglie che frusciano tra loro, fino a quel fiume – quel motore continuo che non riesce a starsene zitto un secondo), mentre l’uomo cerca di fare meno rumore possibile. Ma sarà mai possibile appiattire la propria esistenza fino ad un sibilo impercettibile?

Tra le foglie si vedono piccole stradine che si diramano senza speranza: alcune riescono ad arrivare ad ancor più piccole spiagge, altre terminano su punti dove appostarsi e guardare il paesaggio. Sembra quasi di sparire dal mondo, con la rete telefonica non raggiungibile e davanti a sé un muro d’acqua e alberi. Nella spuma bianca dell’acqua infranta contro i sassi che rendono il letto del fiume irregolare si riflette la paura: c’è chi su quel fiume si nasconde, chi fa il bagno, chi ha paura di cadere e venir preso dalla corrente, chi vuole solo passare dei momenti fuori dal mondo, fuori dalla realtà.

Sono tutti così sorridenti e gentili, mentre passeggiano sul percorso disegnato sulle mappe del parco. Gente in bicicletta, in tenuta da corsa, gente a passeggio. Tutti sorridenti sotto il sole, a guardare i riflessi sull’azzurro e le opere umane che accompagnano la costa. Nessuno si avvicina ai cartelli sbiaditi dal sole, agli sforzi di giustificare la presenza dell’uomo e l’apprezzamento provato dai cittadini per quel polmone verde e azzurro, per quel territorio selvatico addomesticato.

La camminata è stancante, ma i risultati sono sempre soddisfacenti: nei sentieri più nascosti si trovano le sorprese più grandi. Rocce che resistono solitarie al centro della corrente, sabbia fine e qualche conchiglia di fiume, uno scoglio da utilizzare come avamposto per la propria abbronzatura.

Prendendo alcune stradine gli sguardi si fanno più furtivi: alcuni sanno, altri non vogliono dire. Non si parla, non si può parlare: il silenzio è sacro, gli alberi sono una grande cattedrale delle divinità della natura, di quelle divinità a cui si rivolgono certi umani troppo civilizzati per distaccarsi dalla propria società, per sentirsi più cittadini del mondo, per dare una giustificazione della loro presenza. Cittadini che non conoscono la propria cittadinanza. Cittadini che mistificano il proprio mondo.

Alcuni sanno. Alcuni sanno cosa c’è dietro quelle fronde. La conseguente reazione non è prevedibile, però: c’è chi ancora si scandalizza e chi sorride mosso dalla pietà. La ricerca del proprio spazio in un infinito aperto sembra una lotta contro mulini a vento, ma basta conoscere il territorio per capire.

Il rumore meccanico delle catene delle biciclette, il rumore più fastidioso prodotto dall’umanità in quegli spazi, è sempre più lontano. Una piccola conca è raggiungibile facendo attenzione, basta non affrettarsi. C’è qualcosa di magico in quella spiaggetta: l’ingresso è celato, una grande parete di vegetazione chiude la vista. Alcune grandi rocce stringono l’accesso al fiume, che infuria con violenza. Dall’altra parte solo una parete ripida coperta di smeraldo e quello che gli uomini chiamano silenzio – non quello fisico scientifico, quello naturale. Un leggero rumore di sottofondo per ricordarci di non essere soli al mondo.

Tra le sue braccia non riesce a capire se si sia fermato tutto. Ciò lo rende più sensibile al rumore: quel momento di calma, quell’abbraccio, quel silenzio di relax, forse solo lui lo trova un po’ imbarazzante. Eppure non si erano più avvicinati così tanto, eppure l’amicizia, eppure… eppure c’è un altro. Eppure c’è una certa lontananza che viene colmata con serate in giro a parlare, perché “mi trovo bene” o perché “con altri non posso aprirmi quanto con te”. Eppure c’è quel momento in cui la sua mano sulla spalla fa capire che ci sarà sempre un segreto e qualcosa di più pesante, qualcosa di più difficile da digerire e di cui parlare. Si può far finta, si può ironizzare, ma il passato esiste e continuerà ad esistere.

È in quell’istante che prova a decifrare il silenzio. Fermo, col respiro a metà, con l’aria che non si muove e il sole che sta lontano da loro, come a rispettare la segretezza ancora più grande.

Finirà il pomeriggio e ci si rinchiuderà nelle proprie case. Finirà il pomeriggio e si cercherà una giustificazione a tutto quello, ma le parole non sono state abbastanza e i gesti, a volte, non sanno esprimersi. Finirà il pomeriggio per ritrovarsi di nuovo solo, nel surreale silenzio di una pantomima che solo la sua testa riesce a chiamare relazione.

Donne e influencer.

A me, passeggiare per la rete porta solo rabbia.

Lo so: è un argomento ritrito che tiro fuori ogni due per tre. Ormai su internet ci scrive chiunque; facilmente si diventa blogger, a volte anche influencer, e se si è scemi si ha comunque un gruppo di accoliti che accetteranno come dogma di fede le nostre parole.

E quindi senti parlare di personaggi leggendari, di donne che sanno il fatto loro, di grandi comunicatrici.

Di stronze dall’ego così grosso e dal cervello così piccolo che quando scrivono delle minchiate assurde lo fanno con una certa pomposità e comunque raccolgono consensi.

C’è stato un post particolare di una di queste simpatiche. Una che pavoneggia la propria conoscenza della psiche umana, dell’averla studiata, dell’esserne padrona. C’è una signorina, insomma, che lavora in provincia di Milano, che non ho mai conosciuto, che scrive dei post assolutamente idioti con idee strampalate.

Tipo.

Tenete presente la laurea in psicologia.

E poi leggete il suo rant contro le donne che vengono maltrattate. Ovvero: leggi per dieci righe di come lei non possa concepire come le donne possano farsi maltrattare. Insomma, lei, fortunata e dal carattere forte, si chiede come altre donne, con storie e modi di fare diversi, si lascino sopraffare dagli uomini.

Io non sono una donna. Né ho un carattere debole. Ma io queste poverine le capisco: capisco il loro dolore, il sentirsi sbagliate e il continuare a persistere dietro ad una persona sperando che cambi idea, sperando che si renda conto di te. E poi continui, ma il tuo pensiero principale è essere sbagliata e quindi non è più colpa sua, ma tua.

E poi ci sono gli uomini grossi e forzuti. C’è un paese in crisi e l’impossibilità di cambiare vita, cambiare stato e cambiare identità come fanno gli americani nei film. Ci sono delle donne che soffrono, malmenate da giganti dal cervello altrettanto piccolo.

E poi ci sono le forze dell’ordine, magari quelle di paese, che conoscono l’uomo, così che la donna non si fida a fare denuncia. Oppure ci sono paesini piccoli, dalla mentalità chiusa, che ti giudicano per quello che fai – anche se lo fai per il tuo bene.

E la cosa fa ancora più male, perché sai di avere ragione, ma poi ti convinci di essere nel torto. E poi guardi la televisione e ti dicono di reagire, quindi ti torna il briciolo di speranza di aver ragione, anche se a dirtelo è una conduttrice che non può vivere senza una calza di nylon come filtro alla telecamera.

E poi leggi un post di una influencer, di una che ti dice di essere impegnata ogni giorno, quindi se la vuoi ad un evento devi prenotarla con mesi d’anticipo. Leggi il post di una che ha la vita perfetta, quello che tutte le donne vorrebbero e capisci che almeno lei ce l’ha fatta. Quindi leggi più attentamente e ti rendi conto che ti sta dando della stupida. Perché non reagisci? Perché non ti ribelli? Sei una scema che non sa controllare la propria forza e le proprie emozioni, se non ti sfoghi. Sei una cretina che non si merita niente, sei una buona a nulla che deve solo scomparire.

E magari lì ti senti davvero una merda. Una merda perché nemmeno le altre donne ti rispettano.

E ora? Ogni volta che leggo i suoi messaggi mi chiedo se si renda conto del male che sta producendo. Ogni volta che leggo le sue parole mi rendo conto che basta avere una tastiera e una connessione ad internet per fare del male a qualcuno.

E aspetto solo che qualcuno le spieghi la verità, cosicché capisca realmente cos’è il dolore.

[Racconti brevi] E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere.

I raggi di sole accecavano la terra di febbraio, andando a sbattere contro le palpebre di tutti i passeggiatori di quella piccola via di Milano. Il pavé riluceva spaventosamente freddo, mentre un refolo d’aria dalle montagne non riusciva a spostare i grandi muri degli edifici.

Un tavolo sulla vetrina di un vecchio e polveroso bar veniva occupato dalla sua grazia e gentilezza, mentre aspettava, abbastanza irrequieto, guardando le persone passeggiare e le macchine sfrecciare, tutti completamente disinteressati.

I suoi lineamenti erano chiaramente illuminati dai duri raggi del sole, mostrando al mondo intero la sua dolcezza e tutto il dolore sofferto: c’era qualcosa di mostruoso in quella visione. Era un automa di latta, dalla pelle levigata e dal capello ben impostato, senza esagerare nei prodotti chimici.

L’automa fissava un punto nel nulla, a metà tra il fuori e il dentro il locale, cercando di non mostrarsi pensieroso, ma quasi scocciato: stava già aspettando da cinque minuti. Cercava di mantenere un’espressione neutra, come gli era stato insegnato giorno dopo giorno nel trattare con i clienti, ma ogni mezzo pensiero fiammeggiava nei suoi occhi mostrando il male di vivere che gli cuoceva dentro.

Voleva rendere la visita breve: rimase in cappotto, i guanti stretti in una mano e la borsa coi manici già in aria, pronti per essere afferrati.

Negli anni passati gli piaceva trovarsi in quel luogo a discutere, ridere e passare dei tempi spensierati con lui, ma il logorio della loro relazione era arrivato al punto di rottura e non se la sentiva di continuare.

Lui arrivò camminando lentamente, non si tolse nemmeno il cappotto: i lineamenti più duri, la barba incolta e l’atteggiamento sfrontato sottolineavano la sua diversa maniera di affrontare il dolore; il barista non si avvicinò a loro, capendo che non ci sarebbero state bevande calde e calorosi sguardi.

Nel bar polveroso rimanevano seduti a guardarsi, mentre fuori i riflessi rompevano le vetrine e la vista ai passanti. Una sola lacrima bastò per parlare: un solco nella pelle arida del primo, un simbolo che quasi sarebbe sfuggito all’altro, non si fossero fissati così a lungo.

E poi un carro armato irruppe per la strada travolgendo le persone. Le urla di dolore, il fuoco e le rovine iniziavano a suonare: un intero edificio si distrusse come cartoncino bagnato, mentre in alcuni angoli l’inferno andava a bussare ai negozianti. E le bombe, le pallottole, gli spari e la guerra si facevano così vicini, così rumorosi e pieni d’ira che i gazzettini non riuscivano a descriverli: era tutto così grande, tutto maestoso, forte. Le grandi opere del male, le cattedrali del dolore.

E poi un carro armato iniziò a sparare contro la loro vetrina, spostando la polvere e riempiendo l’aria di fumo. L’improvviso calore iniziò a far scoppiare i vetri, lanciando minuscole particelle a conficcarsi nella carne, mostrando il sangue vivo degli astanti colare copioso.

Il secondo si alzò sbrigativo, nascondendo il volto nella sciarpa. Camminò velocemente, cambiando direzione per sparire il prima possibile. I passanti continuavano a camminare, non notando la devastazione.

Il ragazzo portò un fazzoletto sulla guancia destra e respirò lentamente, riprendendo la solita espressione plastica. I raggi del sole imbizzarrivano i suoi occhi, ma li tenne aperti per tutta la via, provocandosi volontariamente dolore. I raggi del sole continuarono a scintillare intorno a lui fino all’ingresso della metropolitana, nuova porta per gli inferi.

Sanremo 2013.

Come ho già detto, non sono riuscito a seguire Sanremo. Domani sera – ora non ne ho voglia – porterò la mia televisione in cantina e la lascerò lì, in attesa che mio padre se la riprenda e ne riutilizzi i componenti elettrici: alla fine è proprio morto, ma poco male, visto che diventerà una cosa in meno da sistemare all’interno di questo caos che è la mia casa.

Ho guardato qualche esibizione su internet e alcuni pezzi di programma: le canzoni mi hanno annoiato subito e la qualità era realmente bassa, e questa cosa mi ha lasciato un po’ insoddisfatto. Insomma: il principale concorso musicale italiano – che non sia un reality – non è una gara: non viene eliminato nessuno, arrivano tutti in finale e non annunciano alcuna classifica la serata, ma i risultati escono “per trasparenza” il giorno dopo. Non è più gara: è una vetrina per 14 artisti che sono una somma di gente che non se n’è mai andata da Sanremo, gente che entra per rendere il gruppo più eterogeneo, nomi che sembrano grandi, ma poco hanno fatto e la solita scelta di musica neomelodica per attirare i voti di una parte d’Italia.

Però quest’anno è stato diverso: ho scritto un’intera tesi sulla storia di Sanremo. È sempre stato un concorso difficile, dove la gente non poteva parlare, doveva fare varietà: negli anni settanta non si sceglievano nemmeno più grandi nomi della musica italiana, per farli stare zitti – e lì è iniziato il declino.

Poi negli anni Ottanta qualcosa si è mosso: Cecchetto ha cercato di svecchiare la competizione, si è esagerato e finito nel playback, poi si è tornato al solito giro di noia e sono iniziati i talent show. Una costante di questa gara era la giuria demoscopica: non rappresentava nessuno e votava a volere della RAI, essenzialmente e il televoto è arrivato solo nel 2004.

Quello che doveva essere un’arma di democrazia si è rivelato un metodo per le fanatiche di comandare le classifiche. Se dovessi fare un paragone lo farei  – lo so sono noioso – con la Svezia, dove il televoto esiste dal 1993 e nessuno se ne lamenta.

Ma a parte ciò: Sanremo per noi italiani non è più musica. È un evento, una festa comandata, una settimana che ci infliggiamo come la Quaresima: cinque giorni dove la televisione smette di funzionare e i riflettori sono puntati su un piccolo comune ligure dove va in scena, molte volte, il peggio dell’italianità.

Ma quest’anno qualcosa è cambiato.

Nella storia di Sanremo, due festival vengono segnalati come i “migliori” degli ultimi decenni: 1999 e 2000. Gli anni di Fazio. Perché Fazio, anche dopo 13 anni, ha confermato che non serve troppo per fare televisione: serve un uomo rispettoso delle regole e dei canoni televisivi affiancato da una personalità divertente. Serve rispetto per qualsiasi argomento e un certo contegno.

Le cose che più si ricordano di questo concorso sono le vallette: il simbolo della donna oggetto, scema e straniera, trattata ancora più da scema poiché non tanto capace di parlare in italiano. E con loro ci si ricordano i grandi scandali: gli operai Italsider sul palco con Baudo nel 1984, il finto tentato suicidio con Baudo nel 1995… notate un pattern? Sì, un nome ripetuto due volte, lo stesso che ha inventato la dicotomia bionda/mora, il padre delle donne sceme, in pratica.

E quest’anno la valletta non c’era. C’era una signora, un po’ balenga, che diceva cose serie.

E quest’anno non c’erano grandi ospiti hollywoodiani a raccontarci di quanto amano l’Italia, ma c’erano Stefano e Federico, che il 14 febbraio si sono sposati a New York, a raccontare di quanto si amano.

E non c’erano le solite scenette patinate di costume, con balletti inutili e riempitivi, ma c’erano dei monologhi dove si è parlato di violenza sulle donne e di quello che veramente dovrebbe contare nella vita.

Quest’anno le canzoni non mi sono piaciute, ma il contorno era qualcosa di interessante. A volte, se ci penso, potrei anche sperare che qualcosa stia cambiando nell’intera Italia. Ma no: Sanremo è una festività come il carnevale, dove tutto può succedere e nessuno la prende sul serio.

La festa di tutti i cuori.

CuoreIKEAOggi è una di quelle giornate in cui la gente dibatte troppo e per nulla: San Valentino è troppo commerciale, oppure è una cosa carina, oppure non rispetta i sentimenti di chi non è in coppia, oppure…

Nella nostra famiglia abbiamo sempre “festeggiato” San Valentino con piccoli regali: mia madre mi svegliava facendomi gli auguri e io ricambiavo, qualche cioccolatino in più e via.

Insomma, vivevamo la nostra festa dell’amore: famigliare, a volte pesante, a volte fondamentale, ma una cosa diversa da quella promossa in TV.

Quest’anno la TV non l’ho più. Quella che mia madre mi ha regalato appena trasferito non funziona più e non ho nemmeno desiderio di rimpiazzarla: non me ne sarei nemmeno accorto del non funzionamento non avessi voluto guardare – in nome del mio affetto per la Littizzetto e dopo la tesi di laurea dell’anno scorso – un attimo Sanremo, quindi non posso dire quale sia stata l’esposizione mediatica all’evento. Probabilmente meno oppressiva vista la crisi, ma non so nemmeno io se crederci.

Io oggi non dovrei festeggiare, secondo i canoni italiani: sono solo, non ho nemmeno un interesse particolare per qualcuno.

Ma sono anche un grande fan dellla Svezia (che sembra una considerazione buttata lì così e invece…), dove questo giorno, nella loro tradizione laicizzante, si chiama Alla hjärtans dag. Ovvero: il giorno di tutti i cuori.

Per questo sorrido – anche se single – al 14 febbraio, perché per me è la festività di ogni cuore, qualsiasi, e di ogni relazione – anche solo d’amicizia.

Per questo alla mattina mando messaggi a mia madre, alla mia Sarda Preferita e a tutti i miei amici, perché alla fine deve essere una festa per tutti.

Quindi felice festa di tutti i cuori – sperando che questo vi faccia anche sentire meno soli.