L’estate del 2009.

Se non fosse stato per un post della mia amica Francesca non ci avrei ragionato tanto. Io amo Francesca: è creativa, passionale e riesce a sostenere una conversazione pesante senza battere ciglio.

Ci siamo conosciuti alle scuole superiori, ma la nostra amicizia è cresciuta molto al di fuori di quelle mura: serate a bere, a parlare, a sognare… c’era sempre una sensazione di destino comune che ci univa.

La nostra scuola superiore era particolare – e l’ho raccontato molte volte. Attività extradidattiche, possibilità creative e una certa rilassatezza rispetto alla norma. Se non fosse stato per quell’ambiente, forse, oggi non sarei così.

Ma la scuola italiana è figlio di un ministero. Un ministero che ha questa strana passione per la standardizzazione, per l’affrontare meno problemi possibili, e che non è interessata a rendersi conto dell’influenza che ha sui suoi studenti.

Nelle scuole superiori, alla fine, siamo dei voti. Siamo figli di una catena di montaggio che ci vuole impegnare per cinque anni, per buttarci fuori nel mondo senza tante raccomandazioni. Buona parte del personale non è interessato a trasmettere qualcosa: è indecoroso, ma molte volte i ragazzi si trovano in contatto con personaggi frustrati che non hanno il desiderio di mettersi in gioco ed ascoltare.

Noi siamo stati fortunati. Non tutti, ma molti professori nella nostra scuola erano dalla parte dello studente. C’erano tutor, c’erano attività extra che i suddetti supervisionavano senza essere pagati, c’erano biblioteche e laboratori e c’era la voglia di vedere qualcosa nascere.

Io scrivo perché sono stato educato a farlo. Io scrivo perché nessuno tra quelle mura si è mai azzardato a dirmi che era una perdita di tempo. Io scrivo perché qualcuno si è seduto davanti a me e mi ha detto “questa è la tua passione? Vediamo come posso aiutarti a svilupparla”.

Io e Francesca ci siamo diplomati lo stesso anno – e di questo parlava il suo post. Io non ricordo molto della maturità. E il risultato è stato deludente: l’aspettativa di tutti era un mio cento bello tondo – e un ottantatré era riuscito a far sorridere tanti invidiosi.

Ma aveva tutto un altro sapore.

L’estate del 2009 è stata diversa. Era la prima estate dove liberarsi delle zavorre che la scuola mi aveva buttato addosso.

Siamo stati fortunati: la scuola ci ha dato tanto. Ma allo stesso tempo si è disinteressata dei nostri problemi personali, perché portano via tempo.

I problemi dei ragazzi sono lunghi da risolvere. Ci vuole counseling, ci vuole pazienza, ci vuole investimento… e per molti non ne vale la pena. Basta buttarli fuori, questi ragazzi, che tanto ce ne saranno sempre di nuovi, pronti ad affrontare una macchina per la standardizzazione che non considera il periodo di cambiamento che stanno vivendo.

Siamo usciti cambiati da quella scuola. A differenza di alcuni avevamo provato grandi dolori che ci avevano messo alla prova. Per noi la maturità era solo una noia burocratica, l’ultimo cerotto da strappare con forza.

E, quando l’abbiamo strappato tutti assieme, ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti: “e ora?”.

Abbiamo dovuto ricominciare, tutti. Non c’erano più gerarchie scolastiche, c’era una tavola bianca davanti. E non avevamo più paura, noi con i nostri problemi, perché sapevamo che il peggio era passato.

A volte vorrei andare nelle scuole e raccontare la mia vita. Non perché sia speciale, ma perché vorrei che i ragazzi capissero che c’è un futuro che li aspetta. E che bisogna far fatica per non sentirsi schiacciati, ma che ne vale la pena.

Quando penso alle persone a me vicine, mi rendo conto che tutti loro hanno dovuto far fatica e che in me c’è solo grande stima, perché non si sono lasciati condizionare. E sono contento di non dovermi sedere ad un banco che mi voleva maschio stereotipato, con una identità di genere ben precisa e con hobby e interessi definiti da una cultura machista.

Vorrei che quel mezzo milione che sta seduto sui banchi in questi giorni si svegliasse una mattina di luglio pensando “è l’inizio della mia vita”. E vorrei che si fermassero un momento a ricordare quelli che si sono lasciati schiacciare. E che la smettessero di scegliere ciò che è facile. Perché è così che si muore di rimpianti.

Adesso e qui.

La giornata si è addormentata e tra poco sarà il mio turno. I sedili blu del treno e il neon giallognolo sono quasi la metafora di questa situazione: sono tutti una copertura per far finta che la carrozza sia nuova, grintosa, splendente. Ma di notte, quando la luce è artificiale, si vede da lontano lo squallore che le accompagna.

È il momento di fare i bilanci. Di abbracciare per un’ultima volta le persone e non riesco a non pensare al tempo sprecato, al disastro e alla forza che mi è venuta a mancare, mentre mi consumavi senza ragione.

Il dolore al petto non c’è più e nemmeno l’ansia di stare in mezzo alla gente. Fino ad un mese fa non mi sarei mai immaginato sarebbe finita così, ma è ora di ripartire in questo lungo viaggio.

Non ti vedo da tre mesi ed è meglio così. Ti ho quasi dimenticato, ma quel quasi a volte torna a bussare forte e a farmi del male.

Siamo fatti per soffrire, siamo fatti per portarci dietro le catene e i dolori della vita ovunque andiamo. Conto gli aerei che prenderò, ma non mi libereranno da quello che c’è stato e da quello che ci sarà.

In te vedevo quello che poteva essere l’amore. E invece era, probabilmente, solo l’inizio della grande disperazione, della grande solitudine.

Come un compito lavorativo rimandato per troppo tempo, non ero la priorità. E me l’hai pure detto – e ha fatto male, ma sia mai che potessi raccontarti i miei pensieri. E io, stupido, ancora oggi penso alle mie di priorità, forse ordinate incorrettamente, che ti vedevano in cima, giorno dopo giorno.

Adesso, almeno, non mi manchi più. Adesso, almeno, non ho l’ansia di rivederti.

È tarda serata e l’unica sensazione che ancora ho è di essere stato l’altro. È uno di quei sentimenti che provo troppo spesso – e a volte per colpa mia. È come essere secondi, ma è molto peggio. È come essere di passaggio senza lasciare nulla.

E io ci spererei di aver piantato un seme. Un seme che si risveglierà tra mesi, che ti racconterà tutto il dolore che io ho provato e che ti farà capire il male.

Bastava poco per non soffrire. Bastava poco per non far soffrire. Ma poca gente strappa il cerotto con velocità, preferendo un dolore immediato, ma breve.

Ho deciso di darmi ragione. Non eri la persona giusta. Non eravamo nelle stesse fasi della nostra vita e non ci siamo raccontati (o almeno, non mi hai raccontato) quello che ci aspettavamo.

E ora torno a casa per scappare. Perché gli occhi i si chiudono dalla stanchezza e mi convincono che è ora di non pensarci più, che la tempesta se n’è andata.

La signora Dalloway.

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La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei. Perché Lucy di lavoro ne aveva già abbastanza. Le porte andavano levate dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati a momenti. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca, come elargita a dei bambini su una spiaggia.

Dopo le grandi Olimpiadi e il giubileo di Diamante, Londra sembrava aver accettato la sua anima di città mai finita, con quelle semplici transenne di plastica ai lati delle strade e i cartelli, fotografati dai turisti, come se fossero reliquie di una cattedrale importante.

La città in una mattina di giugno risuonava di fervente attesa: c’erano commissioni da portare avanti, lavori da terminare e serate da organizzare. Il calore delle prime giornate estive incitava i ragazzi a stare fuori più a lungo, vivendo fino in fondo la giornata.

Clarissa si gettò in Old Bond Street lasciando fluttuare il suo vestito lungo, dalla stampa floreale. Una mattina così fresca che non poteva non essere celebrata con un tessuto colorato e una passeggiata tra i negozi, cercando gli ultimi accorgimenti per il party della serata. Sentiva le macchine sfrecciarle di fianco, indifferenti, ma non le soffriva: c’era una vita da vivere, c’era una città da assaporare.

Preferiva essere lei ad occuparsi dei dettagli, per ricordare ai suoi ospiti la sua presenza. Preferiva dare il suo ultimo tocco, come i fiori, per raccontare una storia lunga vent’anni. Richard sarebbe arrivato a casa alle sei e mezza, indispettito dal traffico come sempre, e lei gli avrebbe fatto trovare una casa già arredata a festa, ricordandogli di darsi solo una rassettata che tutto sarebbe andato bene.

Continuò a camminare verso SoHo, tenendosi lontana da Green Park e dagli amanti della corsa che ad ogni ora si sentivano indispettiti dalla presenza di altre persone. Quale calma! Quale tranquillità! Uscire di casa dopo l’orario di punta le regalava sempre un aspetto della città segreto ai più. E non riusciva a far altro che camminare per le vie meno conosciute, lontana da quei turisti invadenti, pensando che quella città – la città della sua infanzia, della sua adolescenza, dei suoi primi amore – le stesse fuggendo di mano, stesse scappando lontana dai suoi ricordi.

Avrebbe scelto i fiori lei stessa, stando attenta, come gli altri non facevano, alle piccole imperfezioni dei petali. Non si poteva scappare davanti alla bellezza, non si doveva scappare davanti alla bellezza. E tutte quelle persone che correvano per risparmiare attimi preziosi, intanto si perdevano la mattinata fresca, l’aria morbida e il sole ancora non troppo caldo di una giornata di giugno a Londra.

(Sono tornato a leggere Mrs Dalloway in versione originale. E volevo sperimentare un po’.)

Vorrei dirti che…

Siedo in ufficio a guardare il vuoto in un momento di pausa. La giornata è finita, ma ci sono sempre così tante cose rimandate e da rimandare che non c’è mai un secondo di pausa dalla vita reale. Questo è un posto sicuro, perché il mio cervello non riesce a vagare troppo, ha degli obiettivi e dei prodotti da portare avanti. E ci sono delle scadenze, maledette loro, che non mi fanno fermare.

Avevo detto che sarebbe andato tutto bene. Sul divano, guardando fuori. Adesso hanno tolto il ponteggio e dalla finestra sul balcone si vede di nuovo la vallata per bene e i treni che passano, sempre in ritardo – e purtroppo non è una frase fatta.

Eppure non ci sei più. E quindi ogni volta che mi fermo penso a cosa stia succedendo nella tua vita, a cosa sarebbe potuto succedere nella nostra. Ma non ci sei più e non so come dirti quello che passa per la mia testa.

Vorrei dirti che ho paura ci siano state delle bugie. E che anche solo il sospetto mi fa provare dolore, perché non vorrei pensare male. Vorrei dirti che ho smesso di soffrire, ma a volte la solitudine si sente. Ma meglio così – meglio per te, per la tua situazione, meglio per me e per la mia ansia.

Vorrei dirti che voglio dimenticarti. Perché non sono uno di quelli che si inventano difetti per gli altri, per quelli che se ne sono andati. Ma purtroppo devo convincermi che non eri per me, non eri per la mia vita. Anche se alla fine, di notte, quando tutto svanisce, non riesco a non pensare che forse poteva essere una delle esperienze più belle della mia vita. Eppure è finita.

Vorrei dirti che non sono realmente così felice per te. Lo sono a immaginare la situazione e saperti più calmo e tranquillo, ma lo sono meno a immaginare come siano andate le cose quando ci siamo salutati, quando abbiamo parlato di lui. Come ho detto, e ora confermo, non vorrei mai vederti soffrire, nonostante i nostri problemi e i miei dolori, ma la casa è di nuovo vuota e a volte non sembra avere senso risistemarla.

Vorrei dirti che mi è passata, ma non passerà mai. Ci ho creduto troppo, certamente più di te, ma non è un problema: succede. E con tutti i discorsi che ti ho fatto sono soddisfatto, perché ho dimostrato a me stesso di riuscire ad essere una persona matura, una persona evoluta.

Eppure non ci sei più. E certe cose non posso dirtele, perché non sopportavi i miei discorsi – e non li sopporterai mai. Quindi le scrivo qui, sperando tu le legga. E sperando tu mantenga un ottimo ricordo di me.  E io di te.

2015.

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Dal divano di casa si vedono chilometri e chilometri di paesaggio. In fondo ci sono le montagne. Nelle giornate belle si vede fino al Monte Rosa, ma non me ne intendo: io in montagna non ci vado mai. Eppure non riesco a vivere senza questo sfondo: ti siedi sul divano, senza pensare, e le guardi, lontane. Più secondi passano e più ti rendi conto che quel piccolo schizzo sullo sfondo non è altro che un blocco di roccia alto 2532 volte te.

E ieri c’era la giusta luce per sedersi e godersi il momento: c’è ancora un po’ di neve sui tetti delle case, i parcheggi sono vuoti e i campi silenziosi. Dopotutto ieri era il primo giorno dell’anno. E se hai un secondo di calma, durante i festeggiamenti, e ultimamente senti spesso la tua vita cambiare, ti rendi conto davvero che è il primo giorno di un nuovo ciclo.

Oggi ho letto un pezzo sulla ricostruttività della nostra mente. A volte aggiungiamo dettagli e ci convinciamo di cose non veramente successe, perché ci rendiamo conto solo in ritardo dell’importanza di certi dettagli che trascuriamo. E così, quando andiamo a raccontare, creiamo scene rubando dettagli qui e là. È una cosa così potente, la mente.

È una cosa così spaventosa, la mente.

Io cerco sempre di imparare più dettagli possibili, perché ho paura di dimenticare, di lasciare andare. È una forma di mania, di ossessione. È un tic non visibile che scatta nella testa di chi, come me, vuole vivere i ricordi nelle loro sensazioni e non attraverso fotografie.

Se chiudo gli occhi e ripenso a ieri vedo il mio divano e le montagne. E sullo stesso divano, di fianco a me, una parola, che ho sempre avuto paura di pronunciare: speranza. Ci ho scritto un post, addirittura, due anni e mezzo fa.

È una cattiva consigliera la speranza: ti fa credere che il mondo ti aiuterà. Arriva poi l’esperienza a ricordarti che ti stavano solo prendendo in giro e lentamente impari di lasciar perdere la voglia di futuro. E inizi a vedere il capodanno come un giorno qualunque: è tutto un continuo.

Per una volta vorrei che questa giornata significasse davvero qualcosa. Per la prima volta, la speranza non mi è apparsa così oscura. Mi ha guardato e ho lasciato perdere i miei preconcetti. Perché per un anno vorrei sperare nell’ultimo tassello mancante della mia vita.

Sul divano ho deciso di non cambiare niente per il 2015. Mi sento, per una volta, soddisfatto di quello che ho fatto e imparato. Ho stretto la mano alla speranza e ho cercato di sorridere, di comunicare in silenzio: mi vedi?

E ho sorriso perché abbiamo un anno davanti. Ho sorriso perché voglio vederti vincere le tue paure e i tuoi dolori – con il mio aiuto. Ho sorriso perché c’è tanta strada da fare – e le mie gambe sono già stanche e hanno bisogno di aiuto.

Ho sorriso perché è un giorno nuovo. E anche se ci saranno altre mille difficoltà, ho sentito che ci sarai. Anche non per sempre, ma ci sarai.

E fa tanta paura: è come aver tra le mani un cristallo. E nella mia vita non credo di aver mai visto qualcosa di così bello e così fragile allo stesso tempo.

1° Dicembre.

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È un momento difficile che non riesci a gestire se non reprimendo la paura fino a diventare isterico, rigido, cercando di essere il più naturale possibile, ma non ce la fai. Ad un certo punto ci pensi e speri di essere da solo, poi ti rendi conto che meglio così, poi decidi che no, hai fatto una stupidata.

Non è tanto l’essere lì che è la stupidata, è l’essere lì con lui. Perché puoi essere stato bravo quanto vuoi e puoi aver preso tutte le precauzioni di questa terra, ma nella tua mente c’è quel senso di tragedia che ti accompagna sempre e comunque. E hai sbagliato, ma non vuoi ammetterlo – con lui davanti, poi, come fai?

E hai sbagliato, ma sei lì. Almeno a redimerti. E tutti e due siete un po’ distanti, un po’ strani. Ma tu non ci fai caso come al solito, perché hai altro per la testa. E l’ingresso è un cancellino infimo, su un giardino, con una porta rovinata, con qualche sedia e qualche persona spaventata, che la guardi negli occhi e non commenti, perché è difficile, perché forse hai capito cosa gli è successo.

E grazie a Dio c’è lui, a parlare ogni tanto, a farti passare il tempo. Alla fine è meglio così: è meglio vederlo lì, anche se l’unica cosa a cui penso è che se dovesse arrivare una cattiva notizia lui cercherà di consolarti e poi scapperà. Oppure no – ma cosa faresti tu in quella situazione? O forse lo allontaneresti tu stesso e quindi…

E quindi siete a fare un test sull’HIV. E ti fanno compilare un questionario e mentre lo compili rivaluti tutta la tua situazione. È un momento topico. E non sai se gli altri si fanno le tue stesse domande: quanti avranno segnalato che hanno avuto rapporti a rischio? Quanti si presentano immaginando il peggio? Quanti invece lo fanno perché seguono le indicazioni che dà il ministero?

Tu siedi lì e cerchi di capire cosa ne sarà di te e di quella giornata. Un po’ perché sei drama queen, un po’ perché ci tieni che tutto vada bene – perché c’è altro che dipende da questo che deve andare bene. E intanto chiamano numeri.

E all’accettazione c’è uno che sorride, senza stare composto come dovrebbe. E nella saletta c’è una dottoressa spocchiosa, che non ha mai provato empatia per i pazienti in vita sua e ti dice informazioni cliniche in una maniera abbastanza scontrosa. E un po’ ti giudica. Perché non riesce a non farlo, perché nessuno probabilmente le ha insegnato le basi di psicologia. Perché è una scienziata non umanista, che sa trattare le malattie con distanza, ma è anche una persona. E vede delle persone. E non riesce a capirli.

Lui fuma una sigaretta, tu aspetti, lui dice cose, tu ne dici altre, ma non ricordi già che cosa sta dicendo. E poi ti chiamano – o almeno, urlano il tuo numero – e ti dicono – nemmeno entrato – che è tutto a posto. Urlando anche consigli abbastanza imbarazzanti e ti chiedi perché mai una persona del genere faccia quel lavoro.

L’infermiere invece è gentile. E simpatico. E ad ogni persona che esce sorridente regala sorrisi. E sai che con quelli meno contenti del risultato saprà rispondere a tono. Ed esci col sollievo e per i primi dieci minuti dovete riprendervi tutti e due e poi a lavorare. Ma più tranquillamente. E tornate ad essere quelli che eravate: a braccetto per la città, rendendoti conto della sua voce roca, del suo raffreddore. E tutto passa.

È il 1° dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS. È meglio sapere e prevenire.

Ho voglia di tornare (da te).

Ho voglia di tornare da te, anche se mi porto un grande dubbio dentro. La serata si fa buio presto a nord, ed è così silenziosa che fa paura. Il traffico ha fretta, le macchine hanno bisogno di tornare a casa e riposare prima della nuova settimana. E io voglio ripartire – ma non voglio ripartire.

Ho voglia di tornare da te – e non l’avrei mai detto. Non perché non pensavo avrei mai provato questo sentimento, ma perché non pensavo di poterlo provare ora e di poterlo provare anche solo per due giorni lontano da casa.

Ho voglia di tornare da te. E da quelle braccia. E quelle spalle. Che non hanno nulla di troppo particolare, se non essere tue. E fa ancora più strano, perché non molto fa non ne avevo assolutamente bisogno – e si andava avanti così.

Ho voglia di tornare da te. E vorrei dirtelo, ma preferisco rimanere nel dubbio e lo scrivo qui, che forse non leggerai. Ed è più comodo per me perché non so comportarmi e non so cosa fare del mio futuro. O del nostro futuro. Anche se è troppo presto per dire questa parola – ed è troppo tardi per fingere che non ci sia nulla.

Ho voglia di tornare da te. Perché ti voglio abbracciare e raccontare di questo weekend pazzo, ma ci sono troppi chilometri e troppe ore da aspettare.

Ho voglia di tornare da te. Si era capito?

Stay with me.

Post da leggere ascoltando Stay with me di Sam Smith:

Ha smesso di piovere su di noi, anche perché non ne potevamo più. È bello rimanere dietro le porte delle nostre case a sentire le gocce cadere e cadere, ma è anche bello uscire a respirare.

Il cielo era di un nero scintillante questa sera, ho guardato la Madonnina splendere di luce propria, stagliata contro uno sfondo irreale e ho lasciato andare tutto, ho lasciato andare le paure e le preoccupazioni.

Non ho più paura di perdere tempo. Non sono cambiato, eppure mentre parlo non controllo l’ora, non conto quanti secondi potrei risparmiare se non passassi dal centro, non analizzo la situazione così razionalmente come avrei fatto qualche settimana fa.

Mi siedo e respiro. Perché ci sono cose più importanti, nella vita, del tempo e del denaro. E non metto in dubbio – anzi, sono certo, – che le cose sarebbero più semplici se ci coprissero d’oro e ci regalassero tutto il tempo della terra. Eppure non si può, ma non riesco a lamentarmene.

Non mi giro a guardarti spesso, perché voglio mantenere un certo tono che ho costruito intorno a me, come un personaggio di una grande saga. Ma lo sai meglio di me: certi personaggi nascondono dentro così tante sorprese che puoi solo tirare a indovinare.

Se prima non sentivo il freddo, figurati ora. E non riesco a trattenere il sorriso guardando Milano illuminata, che se saltasse la corrente qui saremmo in un mondo buio e senza stelle. Eppure in certi momenti ti rendi conto più facilmente della bellezza, quando guardi i marmi e i mattoni che stanno lì da così tanto, ma così tanto che non riusciresti ad immaginarlo, pur sapendolo quantificare.

Forse hanno ragione a dire che quando raschi il fondo, forse c’è solo da risalire. Ed è così bizzarra la vita che ti fa rimanere per settimane, per mesi sofferente, negandoti il supporto che ti serve, per poi affondare l’ultimo colpo e subito dopo, come per magia, farti risorgere.

E noi siamo scemi, perché continuiamo a farci prendere in giro da una prostituta che sa tutti i trucchi del mestiere. E la perdoniamo per l’infedeltà, perché vorremmo essere il suo unico cliente, e invece siamo in tanti e soffriamo tutti, perché non c’è altro da fare.

Ma a volte basta alzare gli occhi al cielo. Perché il nero non è solo il colore della fine, ma anche dell’ignoto. E siamo troppo curiosi per fermarci davanti al buio – dopotutto abbiamo scoperto il fuoco e la corrente e abbiamo inventato dei candelabri così complicati che ormai è come se il giorno non finisse mai, nelle nostre case.

E ha smesso di piovere, ma io dietro quelle porte ci tornerei di nuovo, ad assaggiare il silenzio e la calma della sospensione di giudizio. Ad assaggiare di nuovo la tranquillità.

La domenica sera.

Il sole è già sparito da qualche ora dal cielo e la casa, la strada, la città è tornata silenziosa. L’armadio si chiude dopo aver riposto i vestiti stirati, la borsa si chiude pronta per il giorno seguente, la domenica sera è come il prologo di una grande avventura.

Le cose sono cambiate e dopo la tempesta il mare è tornato calmo, ma lo sappiamo tutti che lo sarà ancora per poco, che la luna è ciclica e la marea si alza e si abbassa, ritmicamente, come il respiro.

Io ho sempre riposto la mia fiducia nel silenzio, o comunque in quel rumore ambientale fatto del motore del frigorifero e dell’ascensore che ogni tanto si attiva e che ti fa capire di essere ancora vivo, ancora abbastanza per poter pensare.

Ma la domenica sera è il momento in cui i prodi si preparano per partire in guerra. È il momento in cui le muse si preparano a cantare le gesta degli eroi, che affilano le armi, che si coprono le ferite e che pregano i loro dei di tornare a casa sani e forti dai propri amati.

E se a volte c’è solo la certezza di un noioso inizio, altre volte ci si siede sul letto, con sguardo trasognato, pensando alla giornata che verrà e si ha paura, perché fuori dalla porta c’è un’infinità di possibili scenari e che non riuscirai a controllare fin da subito.

E senti quanto si è piccoli e quanto poco cambia stando al mondo.

Perché siamo tutti un po’ Conchita.

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Mi ero promesso di limitare i commenti sull’Eurovision il più possibile, su questo blog, eppure. Eppure ieri sera è stata così particolare che dovevo parlare di almeno un partecipante: Conchita Wurst.

Sono dieci giorni che siedo in sala stampa a Copenhagen e ho imparato ad apprezzare – anzi, no, amare, visto che già apprezzavo – quello che c’è intorno al personaggio di Conchita.

Per me non è una novità. Due anni fa era salita sul palco della finale nazionale austriaca per cantare “That’s what I am” ed era arrivata seconda, per pochi voti. E forse siamo stati fortunati: la canzone era un po’ cliché per una drag queen e all’Eurovision non avrebbe fatto nulla.

Poi due anni dopo la televisione austriaca ha deciso di chiamarla e dirle che era il suo momento. E si sono preparati bene, perché l’Eurovision è preso troppo sotto gamba da alcuni, mentre gli austriaci sanno – o comunque hanno imparato, negli ultimi anni – che c’è qualcosa di veramente più grande. E che è un’opportunità per dire qualcosa a milioni di persone.

Tom Neuwirth ha sempre desiderato cantare su quel palco. Probabilmente è il desiderio di qualsiasi Eurofan (dovreste vederci ai karaoke a tema.) e probabilmente è questo suo essere Eurofan che ha avvicinato Conchita alla sala stampa. E anche il suo essere vero, genuino: divertente, per nulla diva, anche un po’ ingenuo, tanto da ammettere che immaginava sarebbe stato Israele l’ultimo a qualificarsi e non lui.

Tom ha partecipato (e avuto successo) in reality show con il suo nome. Poi un giorno ha deciso di inventarsi qualcosa di nuovo ma non troppo: una drag queen barbuta. E di tornare nel mondo dei talent show. Conchita ha avuto molto più successo di Tom e le motivazioni sono tante, una tra tutte la sua originalità.

E quest’anno ha avuto una grande possibilità: raccontare a tutti chi è, facendo quello che più ama. Io mi immagino i meeting: trovare una canzone adatta alla drag barbuta, che le persone tratteranno già con poco rispetto. Come si fa? Conchita ha una voce bellissima e potente. E sa stare sul palco. Quindi: rimescoliamo le carte, dimentichiamoci le canzonette da discoteca e lavoriamo su qualcosa di epico – una canzone da James Bond.

All’Eurovision è importante anche tutto il resto: il palco, le luci e gli sfondi. Ed è tutto così pulito, rifinito, splendente. Eppure non è esagerato, non c’è nulla che ti fa dire “che fenomeno da baraccone”, ti dimentichi anche del fatto che ha l’aspetto di una donna, ma con la barba. Ti dimentichi proprio che c’è la barba, anzi: la trovi come quel tocco in più.

Questo ci insegna molto. Perché vuol dire che c’è qualcosa in più in questo mondo, oltre l’aspetto. Che se c’è qualcosa da comunicare, se c’è qualcosa da raccontare, il resto passa in secondo piano. Conchita non è più la signora barbuta, è un’artista che ha una bellissima canzone.

E forse vorremmo tutti essere lei. Perché vorremmo smetterla di essere giudicati dall’esterno, da quello che si vede di noi, da quello che il nostro aspetto suggerisce. E vorremmo che le persone capissero di più che abbiamo un contenuto da esprimere, che è interessante e a cui teniamo.

Conchita ha dimostrato che per essere bravi non bisogna essere donne biologiche super sensuali o maschi barbuti super virili. Si può essere anche una via di mezzo. Ed è una cosa importante sia per la comunità LGBT che rappresenta (perché troppe volte, ancora, ci si ferma alla parola GAY e non si va oltre), ma anche per tutti gli altri, che hanno problemi ad essere loro stessi senza sentirsi giudicati.

Ieri sera, appena nominata la qualificazione dell’Austria, la sala stampa è esplosa in un applauso infinito. Perché siamo un po’ tutti Conchita. E per una volta vorremmo che vincesse qualcosa di più di una mera immagine.