Novembre 2015.

Sono stato in silenzio tanto a lungo, perché non avevo mai tempo. Perché ci sono mille cose da fare, perché Londra è una città piena di vita e perché alcune cose passano in secondo piano, anche se dovrebbero essere sempre al centro della mia attenzione.

Sono seduto in ufficio. Non mi lamento, fuori piove e sono da solo. Lo sto facendo perché sento la responsabilità, non andrò a scrivere post lamentosi o a mettere foto su Instagram dall’ufficio vuoto. Non ce n’è bisogno, non mi dà fastidio, non soffro.

Sto scrivendo perché ne sento il bisogno. Perché sto piangendo da ieri sera, perché fa paura, perché mette ansia, perché ad un certo punto riesci a provare il dolore degli altri, anche se sono lontani da te, anche se non li conosci.

Ho bisogno di smetterla. Le mie mani puzzano di candeggina e del cercare di mettere pezze su delle situazioni complicate. Ho passato la mattinata a pulire, a riordinare, a dare un senso. Perché a me bastava una spugna e del detersivo, a Parigi non basterà nemmeno tutta la pioggia del prossimo anno.

Sono dieci giorni che mi lamento della mia forzata convivenza con coinquilini insopportabili. Sono dieci giorni che ho mal di collo da stress e mi sveglio a metà nottata. E poi, ieri sera, mentre cercavo di capire i prossimi passi per la mia vita, ho letto una cosa che mai avrei immaginato.

Per quanto qui ci ricordano ogni giorno che la città potrà essere sotto attacco presto, per quanto il rischio è alto. Ma si vive senza pensarci, perché c’è un’aria di sicurezza e di tranquillità, perché ci sono troppe cose da fare – e non ti viene voglia di scrivere un blog.

E ieri sera è tutto crollato, nella mia mente.

E stamattina si è aggravato ancora di più, quando una delle persone più care per me mi ha detto che tra qualche mese metterà al mondo una creatura. Che dovrà vivere in un clima di terrore, di disperazione e di dolore.

E piangi per la gioia, perché quel bambino crescerà in una famiglia piena di amore, e piangi per la paura perché non sai cosa succederà nel futuro.

Questo è uno di quei giorni da cancellare. Passerà, come tutti gli altri, ma non sarà mai abbastanza per dimenticare.

7/7

Non c’è stato nemmeno bisogno di un annuncio, ci siamo semplicemente fermati. Un silenzio rispettosissimo, estremamente britannico, che ha fermato la città.

Dieci anni fa oggi, 52 persone perdevano la vita mentre andavano tranquillamente a lavorare: l’unica colpa essere saliti proprio su quella metropolitana e non un’altra.

Alle 11.30 ci siamo fermati. Spenta la musica, ci siamo fermati dalle nostre preoccupazioni giornaliere e siamo rimasti un minuto in silenzio, chi un po’ imbarazzato dalla situazione, chi a fissare la televisione con la mascella serrata e un’espressione amara.

Non era la stessa sensazione del minuto di silenzio a scuola, in Italia, per ricordare l’11 settembre. Non eravamo coinvolti emotivamente: c’era sì un rispetto, ma c’era anche una distanza che non ci permetteva di capire cosa fosse davvero la paura.

Non era quella sensazione di dovere che arrivava dai nostri professori, infastiditi dall’essere interrotti durante una spiegazione che reputavano più importante. Non era quella sensazione di “queste cose non succedono, qui” che ci tramandavano i nostri genitori. Dopotutto nel nostro futuro eravamo destinati, secondo le nostre scuole e le nostre famiglie, a non spostarci più lontano della nostra campagna – così poco interessante e poco popolata per diventare teatro di certe manifestazioni.

Ma oggi sono qui. Le mie cose sono qui, la mia vita si svolge sulla Central line, le mie giornate hanno come sfondo Londra.

Di tutte le persone che ho conosciuto, non ho ancora trovato qualcuno che abbia avuto il coraggio di dirmi che non ama la città. È un luogo di cui ci si sente facilmente parte e che sembra solo alimentare le proprie speranze e ambizioni.

Dieci anni fa, quattro esplosioni hanno fermato una città che non dorme mai. Nello sguardo di tutti una sola considerazione: potevamo essere noi. Nel silenzio di tutti una paura: potremmo essere noi.

Siamo tornati attivi, nei nostri problemi da quattro soldi e nella nostra realtà fatta di comunicazioni patinate. Eppure c’era ancora un po’ di pesantezza sul cuore.

È bastato un minuto per capire quello che in anni non sono mai riuscito a provare. E guardando il dolore di tutti gli altri, mi sono sentito ancora un po’ più a casa.

Iron Sky

Foto 14-06-15 17 00 52

Roman Road è una strada circa dritta di due chilometri, a volte curva involontariamente, a volte corre la sua strada, diramandosi in tanti piccoli vicoli. Le strade a Londra sono un po’ così, come disegnate con una penna su un foglio senza righello.

A metà, perpendicolare e tagliente, passa il Regent’s Canal: se uno volesse potrebbe attraversare la città navigando il canale e arrivare a Paddington, dall’altra parte della città.

In due mesi qui ho imparato che Londra non è una città. Forse lo sapevo già, forse lo sospettavo solamente, ma insomma: Londra è una somma di piccoli villaggi, di quartieri caratteristici e di luoghi immortali, sotto ad un cielo sorprendentemente brillante quando sereno e spaventosamente d’acciaio quando nuvoloso.

C’è Aldgate e la sua comunità del Bangladesh, c’è Mile End universitaria e più rilassata, c’è Bethnal Green da poco ritornata in auge, c’è Shoreditch con i suoi hipster – tutti insieme a creare un est della città creativo e inusuale.

E ci sono le case di Sloane Square, ricche e piene di ornamenti. I negozi di lusso di Knightsbridge, il lunghissimo The Mall davanti a Buckingham Palace, coperto di bandiere, nel simbolo più solenne dell’impero.

È una vita che spaventa, poiché costosa, frenetica, sempre sveglia. È una vita piena di gioie: perché c’è tempo, ci sono opportunità e c’è un futuro – basta giocarselo.

Ci sono sacrifici da fare. È una vita costosa, ma quando si impegna dà dei frutti così succosi che non riesci a smettere.

Ci sono cose da vedere. E non vorresti mai andare a dormire perché c’è sempre un bar aperto, un negozio di bagel, un bus che ti porta da qualche parte.

Ci sono io. Che ormai guardo questa città come casa. Che mi addormento di notte sperando di svegliarmi ancora qui, ancora con i miei sogni, ancora con la voglia di fare e di scoprire – che un’emozione del genere non la provavo da anni.

E c’è un futuro. Sempre immerso nell’oscurità di quello che potrebbe succedere. C’è un futuro di teatri, di arte, di concerti, di parchi e di serate a bere vodka e giornate a ragionare di politica, economia e arte, con persone che hanno voglia di mettersi in gioco, a qualsiasi età.

E intanto aspetto, pregando tutto questo non se ne vada.