Equilibrio.

Mi sono guardato riflesso nel finestrino del treno, ieri sera. Per tutto il viaggio, con il pensiero fisso di aver perso le chiavi di casa, con l’ansia di dover fare chilometri per recuperarne una copia e la stanchezza di una giornata in giro, quando forse avrei dovuto preferire una giornata di assoluto riposo.

Mi guardavo attentamente, per capire che cosa era cambiato – se qualcosa lo era veramente. Ho guardato le occhiaie, ho guardato i segni intorno al naso, sulla fronte… non sono pesanti, ma ci sono, li puoi vedere facilmente, sono lì. E se sono lì è perché qualcosa li ha causati.

È stata una settimana strana, di grande cambiamento. Un’esperienza finisce, un’altra inizia, una persona se ne va, una arriva. E io in quest’istante vorrei solo staccare il cervello e lasciare andare.

Sono riuscito finalmente a vedere un concerto che rimandavo da anni. È stata una sorpresa, sentirsi liberi e trovarsi bene con tanta gente intorno. I posti affollati solitamente non fanno per me, ma a volte c’è bisogno di confermare di non essere gli unici al mondo.

È stata una settimana strana e sarà una settimana strana, ne sono già certo. Ma non è l’essere strano che spaventa – ormai ne sono abituato – è la mutabilità della situazione che a volte lascia senza parole.

Le persone sanno fare male, ma le persone sanno anche fare bene. E a volte, quello di cui ha bisogno il mondo, è equilibrio.

Il sole è tramontato di già ed è ora di accendere la luce, per far più chiarezza. E andremo a dormire pensierosi. Basta una settimana a cambiarci, a farci cambiare prospettiva.

Ma ora godiamoci questo silenzio, le parole aspetteranno domani.

Elogio della solitudine.

Sembra quasi una maledizione a cui non si riesce a sfuggire. Sembra quasi un atto di sfregio verso la società. Sembriamo sempre colpevoli quando ci capita di stare soli. Ci ho messo un attimo a rendermene conto, ma la botta è stata difficile. Che poi: non è che non siamo fatti per essere soli – è che la società non vuole che sia così. E non che questa presunta società si appresti ad aiutarci nei momenti di solitudine! Si soffre da soli, si vive da soli e veniamo derisi dal gruppo.

Mi sono seduto a mangiare nel ristorante cinese più rapido della Brianza. Da solo. Solitamente scelgo il tavolo nell’angolo, lontano dalle famiglie che passeggiano e dagli innamorati che litigano su dove sedersi a mangiare. Solitamente scelgo quel tavolo per poter controllare la situazione: è una strana abitudine, ma anche con gli amici mi capita di farlo.

Ma ieri era occupato. E la cameriera me ne ha indicato un altro, col suo modo di fare distratto di una che è abituata a concludere una cena in meno di trenta minuti, e mi sono bloccato un attimo. Sedersi al centro del locale? Per quanto fosse vuoto non mi pareva una cosa facile. Magari ad aspettare avrei avuto più fortuna…

Niente. Il posto non si poteva cambiare. E la cameriera si aspettava già un mio ordine – l’ho detto prima: è rapido! – e ho dovuto dedicare del tempo ad almeno leggere il menù, sedendomi sfinito e lasciando andare il resto.

La cena è durata circa quindici minuti e forse è stata la fretta a non farmici pensare. Eppure un minimo bruciava la sensazione di giudizio che arriva dagli altri, mentre addentavo da solo l’involtino e le signore del tavolo di fianco si raccontavano le ultime vicende delle proprie rispettive famiglie. Mi sono alzato, ho pagato e me ne sono andato, per la mia strada.

Ma poi la bestia si è risvegliata guaendo.

A volte dovrei bloccare la voce degli altri, ma sono troppo curioso: dovrò fare molto esercizio prima di ottenere dei risultati. E così ho sentito delle risate: nella mente di certa gente, l’essere da soli è impossibile, triste e totalmente sfigato.

Nel 2014, mentre si cerca di parlare di indipendenza, di giovani che cambiano il mondo, di vite straordinarie, ancora si ride delle persone sole.

Ha detto che viaggia da sola, ovviamente. Che sfigata che è! Andrà in viaggio cercandosi qualche gigolò! Poverina!

Se avessi sentito queste parole da una ragazzina delle superiori non avrei fatto una piega: è l’età, è l’esperienza e l’ambiente dove si trovano – è il concetto di classe soprattutto. Ma no: un uomo. Fatto. Barbuto, grosso, quasi in carriera. Uno cresciuto.

Io non ci credo in questa esagerata stupidità delle persone. La prendo come una boutade: una cosa detta per riempire l’ennesimo vuoto conversazionale e accanirsi contro il nemico. Eppure andando a scavare è solitamente la verità incontrollata che viene a galla.

Mi chiedo: di cosa avete paura? Della solitudine? Venite a provarla: non è così spaventosa. Certo, bisogna abituarsi, ma non è la bestia nera che tutti pensano.

Altra domanda: avete davvero bisogno di tutta la retorica e il finto interesse da parte degli altri? Non sapete validare da soli le vostre capacità?

Ho lasciato perdere. Non mi sono scaldato, per una volta. Ho soprasseduto. Mi sono solo sentito triste – tanto triste. Mi solo sentito triste perché per l’ennesima volta mi sono sentito di dover giustificare me stesso, di dover giustificare tutti i pranzi in treno o per strada, tutte le volte che sono andato in vacanza da solo, tutte le volte che sono tornato a casa e l’unica cosa ad attendermi era il silenzio.

Purtroppo fa male. Ma sento di essermi risparmiato discussioni con uomini avuti solo per non stare da soli, di non aver mai illuso qualcuno, di non averlo mai minacciato e sottomesso. E un po’ sento anche di non aver mai compromesso quello in cui credo. Ma ne vale la pena?

Purtroppo fa male.

Le dure regole dell’internet dating gay.

Ogni volta che parlo con qualcuno gay e sopra la trentina sento ripetere sempre le stesse cose: una volta non era facile come ora uscire con i ragazzi! Certo, ci sono sempre stati locali e serate dove andare, ma ora è tutto più facile e basta avere un computer. O uno smartphone.

Fosse così semplice. Nel senso: sì, l’accesso a siti come GayRomeo o a App come Grindr è una cosa istantanea, ma per poter far parte della comunità virtuale ottenendo un minimo di risultato bisogna seguire delle regole non scritte, che si imparano col tempo. Io alcune ne ho in mente, ma sicuramente non sono tutte né sono tutte corrette. Quindi, elenchiamo.

  • La parola d’ordine è leggerezza. Non bisogna sembrare disperati già dall’inizio. Questa cosa per altro me l’ha insegnata un mio ex: meglio scrivere solo “Ciao” nel primo messaggio, al massimo con un emoticon. Dietro quattro lettere c’è un mondo che vuol dire “ho probabilmente letto il tuo profilo e visto le tue foto, sono interessato quindi vedi di rispondermi indietro”. Per il resto nella discussione è sempre meglio sembrare leggeri e un po’ distaccati: non so quanti apprezzino le persone troppo bisognose
  • Tutti mentono, non farlo. Non è tanto un monito per cambiare il mondo, quanto un metodo per salvarsi. Tutti mentono, dimostrando di non farlo li sorprenderai. Tutti esagereranno sempre soprattutto in fatto di dimensioni. Basta dire di essere nella media e la gente sarà più gentile e disponibile.
  • Le foto dicono più di quanto pensi. Stai cercando una relazione seria, ma la tua foto di profilo sono i tuoi addominali. L’unica cosa che puoi sperare sono offerte di sesso o relazioni superficiali basate sull’aspetto. E non dare la colpa agli altri: è la tua foto che parla.
  • È inutile ripetere le regole del gioco. “Leggete bene il profilo” è una frase che si trova spesso. È inutile ed esasperante: è ovvio che se sono sveglio leggo il tuo profilo, ma se il tuo profilo è vuoto…
  • Non lamentarti delle regole. Lo sappiamo tutti che il mondo dell’internet dating è veloce. E quindi è ovvio che non si perde tempo a rispondere a chi non ci interessa: non facciamo gli offesi e diamo dei maleducati. Da esperienza, chi scrive queste frasi solitamente diventa pressante (“Ehi, ci sei?” “Perché non mi rispondi?” inviato dopo tre minuti. Forse perché ho una vita?). Rispondendogli si aprono vasi di pandora: mille richieste di risposta e/o messaggi in cui ci si incolpa di essere superficiali e disinteresasti.
  • Se non sei originale, non fare l’anticonformista. Ad esempio: rispondere “non ho perso niente” quando una persona ti chiede cosa cerchi è davvero fuori luogo, banale e un po’ sfigato. Te lo chiedo perché il tuo profilo è povero di informazioni, non perché mi diverta.
  • Non rispondere banalità. Se ti chiedo di dove sei non dirmi Lombardia. Lo so anche io, è scritto sul tuo profilo.
  • Motiva sempre le risposte e anticipa le possibili domande. Sì, abito in Brianza, ma lavoro a Milano. (E così si neutralizza la domanda “ma perché stamattina la geolocalizzazione ti dava più vicino?”).
  • Sii propositivo. Io faccio fatica a trovare spunti per discutere, se tu non mi dai una mano. La tipica discussione tra due persone ha i seguenti passaggi: 1) Ciao 2) Come va? 3) Piacere, mi chiamo X 4) Da dove? 5) Cosa cerchi?. Se io ti chiedo queste cinque cose e tu non mi chiedi nemmeno “e tu?” già iniziamo male e so che non hai molta voglia di dialogare, ma di andare al sodo. Se poi non fai domande o non aggiungi aneddoti su delle informazioni personali (“anche io lavoro in zona!” come “tutti i miei ex si chiamano X!”. Circa.) non potremo mai portare avanti un dialogo.

Non so. Mancano altre regole?

Quello che resta.

Ci sono delle bottiglie in un angolo della cucina, sul pavimento, intorno al cestino che aspettano di andarsene, schiacciate. Una bottiglia di vetro vicina ai fornelli, i bicchieri buoni nel lavello e i calici di plastica rossi (uno meno di quanti eravamo) appoggiati qui e là, vuoti.

Nel frigorifero ci sarà certamente qualche avanzo di antipasto e la spazzatura è accumulata sul suo cestino, che magari in giornata ci penseremo a smistarla. La tovaglia è ancora giù: rossa carminio, sembrerebbe ricamata, in realtà è un’importazione dalla Cina. Me l’ha regalata mia madre l’anno scorso e sempre lei l’ha rovinata versandoci sopra la cera: la macchia è un’ottima scusa per organizzarsi con dei centro tavola.

L’albero di Natale è ancora lì che aspetta lunedì prossimo per sparire, di nuovo, in cantina. Le bibite ancora piene sono sul balcone che si raffreddano, l’unico rumore oggi è l’acqua che scorre nei caloriferi mal funzionanti e che non sistemerò mai.

I posti letto sono tornati solo due, avendo chiuso i divani, il treno per Bergamo è appena passato e torna il silenzio di tomba delle strade del paese in questa giornata. Per i prossimi quarantacinque minuti sarà così, poi arriverà quello per Milano, poi quello per Bergamo e ancora silenzio.

C’è un sole sorprendente. Non sembra nemmeno di stare in inverno, sembra di essere in un autunno infinito. Il bar sotto casa è aperto, ma per l’ora di pranzo abbasserà la serranda fino a domani: non c’è nemmeno la solita folla dei festivi, è troppo presto per tutti, è un giorno da passare in casa.

La prima lavatrice dell’anno è già stesa: dovevo farla ieri, ma non c’era tempo e avrei avuto casa invasa da vestiti. Ho già pensato a cosa c’è da fare domani in ufficio, oggi potrei dedicare la giornata a finire un progetto e sistemarne un altro, anche se ho un po’ sonno e non so quanto sarò reattivo.

Ci sono diversi messaggi sul cellulare: durante tutte le festività non ho mandato auguri di mia spontanea volontà, non per mal creanza, ma perché non riesco realmente a sentire la festa e la gioia di questo periodo. Preferisco il silenzio stampa. Mia madre scrive battute abbastanza divertenti via SMS, sento i colleghi e vedo la loro situazione, sento la mia amica che ieri sera non riusciva a non essere nostalgica. Ci sono anche messaggi davvero carini che mi hanno risollevato il morale.

Quello che resta dell’ultimo anno non dice nulla di quello che succederà nel 2014. È che c’è bisogno di ordine nella vita, quindi capodanno è solo un modo per darsi un nuovo inizio, ma se ci si pensa è un giorno in un flusso infinito: è particolare solo perché abbiamo bisogno che sia così, per spezzare e avere una scusa per ricominciare.

Ci sono delle canzoni che mi vanno più delle altre. E per sbaglio mi accorgo del loro testo.

Not that it matters, but I’m just finding my way. Everything matters ’cause at the end of the day I’ll take my tears and dry them, face my fears and fight them all. It’s such a beautiful, beautiful life.

Non so se crederci. Quello che resta mi dice di no.

Buon Natale.

Non c’è neve, né troppo freddo per questo Natale. Forse non c’è stata nemmeno per gli ultimi anni, ma c’è qualcosa in meno, quindi diamo la colpa al tempo: guardando fuori dalla finestra sembra autunno inoltrato, tanta pioggia, pochi cristalli.

C’è molto dolore, bisogna dirlo. C’è tanto dolore, così tanto che le vetrine sembrano buffe, così addobbate a festa, e le luminarie: chissà perché le hanno messe così presto. Eppure domani è Natale.

Se potessi credere nei segni (potessi, non volessi. Perché ci voglio credere, ma non sarà così) io due regali li ho già trovati in giro per la città, in incontri casuali e momenti spensierati.

Se potessi credere nei segni mi sentirei meno solo, più fortunato. Eppure tornando a casa l’unica cosa a cui riesco a pensare è pulire casa e riordinare, che domani c’è l’ispezione dei miei genitori, che poi è anche Natale a pensarci – in effetti ho un albero di plastica completamente decorato in mezzo al salotto.

A volte le opportunità bisogna prenderle al volo, bisogna sfruttare il momento, creare la scena, creare la situazione. Anche se poi potrebbe portare molta più delusione di quanta già se ne ha.

Il peggiore gioco è quello dell’amore e delle relazioni. Bisogna che l’incontro sia fortuito – e in parte lo è stato – e che non ci siano reazioni sconsiderate. Deve essere tutto così casuale: sì, non ti ho visto, scusami, ma sto tornando a casa. Ah anche tu? Beh, bene.

«Buon Natale.»

Fosse così semplice – servisse così poco a passare un buon Natale. Anche perché prima provi un attimo di gioia, un saltello, poi scendi nelle profondità della città e ti accorgi che due fermate e tornerai alla tua vita di sempre e quindi non è che sia successo chissà cosa.

Poi scendi più in fondo e ti schiaffeggi forte: torna alla realtà, non è nessun segno, è solo un incontro fortuito che non si ripeterà mai più. L’hai anche detto “ci sentiamo” e sembrava stessi dicendo una blasfemia.

E domani è Natale. Eppure non sembra, perché forse ormai siamo tutti abituati all’esposizione esagerata al rosso, alla neve, alle scene felici, ai regali, alla cioccolata calda con gli amici, allo scambio di regali, alla voglia di rivedere i parenti, ma poi litigarci.

E appena c’è un minimo di crisi, appena c’è un minimo di instabilità, lo senti subito. E quindi domani è il giorno dell’ispezione: dimostra di essere il figlio più bravo, il più indipendente. E buon Natale.

Tutto passa.

Sto girando intorno a quello che voglio dire da qualche ora. Non perché possa offendere qualcuno, ma giusto perché non riesco a trovare le parole per nulla, ultimamente. Volevo trovare un argomento serio di cui parlare, un libro, un CD, un qualcosa per dare un senso a questo blog e non trasformarlo in un cestino di tutti i fazzoletti usati per pulirsi le lacrime.

Non è una giornata per essere felici, come tante altre ce ne sono state negli ultimi tempi. Eppure, dicono, tutto passa. E forse questo è il peggio dei sentimenti e dei momenti: tutto passa, quindi è così inutile provare dolore, che tanto passerà. Ed è anche inutile essere felici – tanto passerà.

Non riesco nemmeno più a credere nel dolore creativo. È di ieri (e ringrazio le colleghe per averlo condiviso) un articolo di Annamaria Testa sulla creatività come sfogo per la sofferenza. Che conferma comunque la mia teoria su alcune nazioni e le loro capacità sorprendenti nelle produzioni musicali (sto parlando di Bosnia Erzegovina all’Eurovision, so che può sembrare un argomento strambo, ma così è).

E forse con questo fatto che tutto passa, noi narratori non riusciamo realmente a raccontare il dolore. Perché ce lo dimentichiamo, perché vogliamo dimenticarcelo, e quindi i personaggi troppe volte sono maturi abbastanza per stare a testa alta e continuare sulla loro strada, che ci sono sempre nuove opportunità da assaporare, nuove strade da percorrere.

Ma non è vero, è tutta una balla per sembrare seri, perché i lettori simpatizzano con questi personaggi forti e un po’ schifano quei poveretti che si lasciano travolgere dalle situazioni senza riuscire a rispondere. Dalla letteratura classica al peggio romanzo rosa, ci sono sempre gli eroi. I protagonisti sono eroi. Alla fine hanno imparato qualcosa, ma non è così semplice imparare.

Non è semplice imparare perché non esistono manuali. Anche perché tutto passa, quindi non si può fermare su carta. E poi anche perché siamo testardi e non riusciamo ad imparare dagli altri, perché non crediamo che le loro esperienze siano rilevanti per noi.

Ma tutto passa, no? E passerà anche questo momento, allora. Senza importanza, di nuovo.

Siamo esseri complessi.

Pensandoci, ci sono poche domande che mi mettono in difficoltà a questo mondo: una è “spiega senza essere pedante perché non ti piace il calcio”, la seconda è “come si fa a calcolare la quota di un satellite geostazionario in orbita intorno alla terra?” (giuro che la mia professoressa di fisica dei primi due anni di superiori ancora aspetta la mia risposta a questa domanda) e la terza è sicuramente “qual è il tuo tipo d’uomo?”.

Sembra una domanda stupida, ma tutti hanno la risposta pronta, soprattutto nella comunità omosessuale dove ci sprechiamo di aggettivi: ogni persona potrebbe essere categorizzata facilmente e mi chiedo come mai queste distinzioni su certi siti di incontri non vengano ancora usate; diventerebbe tutto più veloce, un po’ come con Esselunga a casa: scegli la zona, scegli l’età, scegli la categoria e poi scegli il prodotto.

Dall’altra parte io ho una seria problematica a definire il tipo di uomo della mia vita. So di essere superficiale, ma so anche di non esserlo del tutto: è inutile che ti presenti a me con i pettorali gonfi o utilizzi il metodo pavone colorandoti i capelli, non ho bisogno di prove estreme per notarti. E soprattutto: alla terza volta che ci vediamo e ancora non hai buttato fuori una personalità, non posso far altro che annoiarmi, per quanto bello tu sia.

All’inizio pensavo fosse una cosa normale, che pensassero tutti – invece no. Invece è una cosa che molte persone sorvolano, trovando più importante l’aspetto fisico. E ci sono rimasto male, durante una discussione con varie persone, di sentirmi dire che non potrei attirare una persona solo perché non sono la categoria corretta.

Voglio chiarire: non ci sono rimasto male perché mi sentivo di una data categoria e invece. Ci sono rimasto male perché non è questo che porta all’amore: non è il continuo mostrare i propri muscoli o la scelta di un atteggiamento altezzoso da mantenere per sempre. Voler uscire con qualcuno dovrebbe nascere dal sentire una connessione con l’altro: alla fine il nostro aspetto non dice tutto quello che siamo, perché siamo esseri complessi, che hanno delle storie da raccontare e un futuro verso cui guardare.

Siamo persone che hanno bisogno di altri per stare al mondo, che hanno subito traumi o grandi felicità, che hanno ricordi di persone passate o che hanno bisogno di cambiare vita. E tutto questo non dovrebbe avvenire come una guerra – e ne so qualcosa di guerra, quella che faccio ogni giorno con me stesso e con gli altri – ma come un incontro pacifico, dove si mostrano le proprie carte.

Alla fine, però, vince sempre quello che parla più forte: i muscoli, la superbia, la falsità. E allora lasci perdere tutto, perché non sarai mai quello che dovresti essere per poterti permettere quello che vorresti avere in questa società. E non sai come scappare.

La rabbia.

La rabbia che provo è una costante che sostiene le mie giornate: è uno strano motore che mi allontana dalla quiete e non mi permette di fermarmi. Non saprei nemmeno dire quando è iniziata: me ne sono accorto dopo e troppo tardi per poterci pensare. C’era un ronzio dentro, un sibilo strano che sentivo piano e lontano, come una vespa oziosa, che d’estate vola nell’aria intorno alle finestre di casa, indecisa se entrare.

È una questione di rumore, vedete: uno non si aspetta che un treno ad alta velocità faccia il medesimo rumore di un motorino, per quanto la sensazione di fastidio possa essere diversa (è tutto un fattore di velocità: un motorino potrebbe anche metterci troppo a levarsi di torno, mentre il treno è già oltre, in un’altra provincia o regione), per questo uno ignora le cose.

È solo un piccolo ronzio e ogni tanto non si sente! Dai, ci pensiamo poi e vediamo come sistemare, ma non mi pare una cosa pericolosa… basta non farla fischiare molto!

Ma poi un giorno ti svegli con le fusa di un gatto, dentro, assordanti. Un rumore che sembra un rombo di una moto, ma è più sornione, più dolce. All’inizio ci fai caso e ti fai cullare da questo suono, ma solo dopo capisci che non è nulla di buono: è lei, è arrivata.

Credo di aver iniziato a sentire questo suono anni fa, alle superiori. Sono passati già quasi dieci anni dai primi cigolii, ma ora mi rendo conto di cosa scorre sotto questo ponte: è un fiume oleoso, non puoi farci molto, ti sporca le pareti e non riuscirai mai più a pulirle.

Ma questa rabbia, lo sento, continua a spingermi ad andare avanti. E ha due effetti che non riesco ancora a quantificare: mi fa cambiare idea su certe cose e mi chiede di mettermi alla prova.

Questo continuare a mettersi alla prova, però, diventa sempre più difficile e stancante: ci sarà un limite da non sorpassare? Da qui, ancora, non vedo il baratro.

E il cambiare idea…

Il cambiare idea mi ha fatto capire quanto io non riesca a scendere a patti con la realtà: le persone sbagliano, lo fanno tutti, ma questo non dovrebbe portarmi ad escluderle o allontanarle. Le persone sbagliano – per questo non dovrebbero farmi tristezza.

E io, come tutti – o forse più di tutti – sbaglio. E ogni volta mi guardo da fuori e provo una tristezza infinita per me stesso.

Sorprese graduali.

Pensavo che certe cose succedessero solo nei telefilm per teenager (sì, sto parlando di Pretty Little Liars): in quaranta minuti si passa da scene tranquille al ridere e a scene sexy prima di sprofondare nel baratro del dramma e della scoperta triste.

Lo pensavo perché sono abituato ad una vita fatta di “sorprese graduali”: è un termine che ho inventato in questo momento per differenziarle dalle sorprese sorprese, quelle che accadono da un momento all’altro, quelle che ricevi una telefonata e finisce il mondo. Le sorprese graduali sono quelle un po’ a posteriori: ti siedi un attimo sul divano, alzi la testa, ragioni pochi secondi e ti rendi conto di una cosa che c’era, ma che dovevi svelare. Userei l’immagine del puzzle, ma è banale.

Preferisco usare le teorie sull’immagine di Panofsky. Secondo l’esteta ci sono tre fasi del vedere (un’opera d’arte. Che poi divento ‘un’immagine’ e io ora lo applicherei alle situazioni in generale): la prima è il riconoscimento effettivo degli elementi in gioco.

Insomma: abbiamo un ventenne abbastanza insoddisfatto, una casa dove vive da solo, diverse persone che hanno visitato questa casa e forse un antagonista che non sa di essere parte del tutto.

La seconda è l’accettazione della rappresentazione così com’è.

Ovvero: queste persone sono passate da casa per un motivo abbastanza ludico, tanto che il ventenne a volte ha avuto pensieri verso l’antagonista in momenti poco opportuni.

La terza è l’analisi dei simboli e l’interpretazione della situazione.

Quindi quando ti rendi conto del vero perché di quello che hai davanti.

Ma le sorprese graduali ci mettono settimane e mesi a sedimentarsi: prima viene il dubbio, poi si rafforza, poi lo si smentisce, poi ci si rende conto di un errore e poi…

E insomma: nei telefilm in quaranta minuti c’è tutto quello che ad una persona accade in una settimana, dalle prime avvisaglie d’ansia al momento culmine e dramma (che in Pretty Little Liars ultimamente corrisponde con rapimenti, gente morta e ferita – ma non è il mio caso).

Io giuro che mi sentivo bene quaranta minuti prima della mia sorpresa graduale. Io giuro che mi dicevo “ah che giornata splendida, che momento glorioso”.

E poi mi sono reso conto della situazione, di tutta l’infelicità che ho provato e nascosto, di tutti i momenti in cui ho pensato di poter fare a meno dell’antagonista, di poter fare a meno di chiunque e rimanere distante e senza cuore. Sono bastati dieci minuti di discussione per mettermi in crisi.

Ma in paese cade la neve e i suoni sono già attutiti, quindi ti ritiri nel tuo angolo di mondo e smetti di ascoltare.

È tutto da rifare.

Ogni tanto prima di addormentarmi cerco di capire quanto sono soddisfatto della mia vita. È un bilancio un po’ strano, perché la risposta è sempre “potrebbe andare molto meglio” e qualcosa manca sempre, ma non so dirmi cosa…

Ogni tanto mi rendo conto di quante cose vorrei che cambiassero o quali sono i momenti da vivere che mi mancano per rendere le giornate migliori, ma io sono sempre molto duro con me stesso, quindi non esisterà mai il giorno in cui dirò “finalmente sono contento.

Una cosa di cui vado fiero, però, è la definizione che hanno di me gli altri, dopo tanto tempo. Ovvero: non è nulla di lusinghiero, solitamente è qualcosa simile a “quello fuori di testa”, ma in cima non c’è più il “quello gay” che mi ha accompagnato per così tanti anni.

Le parole non hanno mai un significato univoco: in tanti anni “quello gay” è sempre stata un’espressione di scherno e di intolleranza nei miei confronti, mentre ultimamente l’ho sentita usata più volte come oggettivizzazione di una realtà – e fa certamente più piacere.

Ma il problema più grande sta nella concezione che gli altri hanno di noi e che noi vogliamo dare agli altri. Molte volte siamo esagerati e ci nascondiamo, oppure siamo estremi e rinfacciamo le nostre preferenze sessuali a gente a cui non interessa, magari: io non voglio essere “quello gay” perché non sono solo quello, sono anche quello.

Alla fine se mi conosceste da vicino sapreste che sono quello fuori di testa che ama fare i lavori di casa, vive per l’Eurovision portando avanti discussioni esagerate con la sua migliore amica, quello che spende troppi soldi da H&M e che il primo giorno di saldi va a fare guerra con sua madre e sua sorella. Sono quello che lavora da quando ha diciassette anni e trova più soddisfacente lavorare che andare a ballare, quello che alle superiori dirigeva il giornalino scolastico con delle strampalate regole che nemmeno il Duce con le sue veline.

Sono quello che ha litigato con un ex davanti all’università, portato un altro ad una festa di compleanno di una undicenne, che continua a dire che finirà a fare la gattara pazza, ma dentro spera sempre in un futuro più felice sul fronte amoroso, magari trovando qualcuno con cui condividere questa casa che rende un po’ tristi quando vuota.

Eppure sono pensieri e situazioni che hanno vissuto tutti, eppure la gente continua a pensare che ad essere gay si viva chissà che vita trasgressiva contronatura.

Ho anche io delle mie opinioni politiche ed economiche, non so se mai mi sposerò né se vorrò farlo. Probabilmente sarò interessato più ad un contratto atipico per garantire l’equità economica e assistenziale al mio partner in caso succeda qualcosa, forse anche ad una cerimonia trash in qualche cortile in stile americani. Eppure sembra che alla parola gay la gente non riesca a immaginarsi l’esistenza di uno spessore sotto quello strato frivolo.

Forse è anche colpa nostra. Nostra che ci isoliamo, non riusciamo a comunicare con gli altri e a volte ci sentiamo superiori. Nostra o comunque di quelli che non riescono a capire il pensiero altrui, che a volte è molto distante dal nostro e non ci si sforza nemmeno di interpretarlo, insultando chiunque di omofobia o razzismo.

Forse è tutto da rifare. Ripartiamo da capo presentandoci: sono Matt, ho scritto sette libri, ma ne ho autopubblicato uno e faccio il Social Media Analyst. Non sono fidanzato, al momento non frequento nessuno, ma vorrei tanto essere felice.