L’invenzione del quotidiano.

Se c’è una cosa che mi urta abbastanza sono le discussioni sul tempo. Sono vuote, inutili e piene di populismo. Siccome è difficile trovare argomenti di discussioni interessanti, si ripetono sempre le stesse cose: che brutto il lunedì dover ricominciare, non vedo l’ora del venerdì, meno male che è venerdì e c’è il weekend, che peccato è già domenica sera…

Michel de Certeau è un autore molto importante per gli studi culturali. Soprattutto per il suo testo “L’invenzione del quotidiano” che sarebbe perfetto per svegliare alcune menti e allontanare discussioni morte già in partenza.

Il quotidiano, secondo de Certeau, è diviso in due parti: strategie e tattiche. Le strategie sono tutte quelle imposizioni che arrivano dall’alto sulla persona (ad esempio a livello governativo, ma anche dalla società e da quel mostro di banalità che è diventata l’opinione pubblica), tra queste ci sono anche i calendari. Le tattiche, invece, raccolgono tutti i metodi utilizzati dagli uomini per sopravvivere alle strategie.

Un esempio sono le città: dalle notte dei tempi vengono costruite strategicamente (intorno a fiumi, a pianta romana, con strade che collegano ad altre città importanti…), poi sta al singolo camminarci – e non esistono strategie che potranno definire il cammino degli uomini. Ogni singolo percorso, uno diverso dall’altro, è una tattica.

Ma il mio punto è un altro. Il calendario è una strategia. Il tempo è una strategia. Qui si inserisce un altro testo importante per la storia culturale, ovvero “La società dello spettacolo” di Guy Debord. Debord ci ricorda come, prima dell’intensa rivoluzione industriale, il tempo venisse scandito dalla natura. L’uomo non aveva obblighi a rispettare le giornate: l’unica strategia a molti imposta era la messa della domenica. Ci si alzava all’alba, si tornava col tramonto, ogni giorno era diverso e così via.

È con l’industria (e poi anche l’industria dello spettacolo – ma questo è un altro punto) che si riorganizzano i calendari e si impongono nuove strategie: dal lunedì al venerdì, quaranta ore a settimana, i turni, le festività, le vacanze estive… ed è più comodo per l’industria avere questi calendari: a novembre si iniziano a vendere le decorazioni natalizie, a marzo le uova di pasqua e  giugno i solari per la spiaggia.

Quello che sta a noi, secondo de Certeau, è il trovare delle tattiche per sopravvivere a queste strategie e non diventare robot (non l’ha propriamente messa così, però è uno dei risultati di ciò che Marx chiamava alienazione. Per quanto io abbia poco amore per Marx, è un concetto che potremmo tenere come importante, parlando di turni di lavoro: fare sempre la stessa cosa ci porta a conoscere solo una parte di un vasto mondo e non ci avvicina all’oggetto completo). Bisogna sopravvivere ai lunedì come ai venerdì, bisogna sopravvivere ai mesi autunnali (che hanno un giorno festivo su novanta) e bisogna sopravvivere all’arrivo dell’estate. E per fare ciò abbiamo bisogno di prendere coscienza della nostra situazione.

Se volessi aggiungere un altro libro, direi Le ore di Cunningham: Richard, il protagonista, è malato e ha un serio problema: «Ma ci sono ancora le ore, no? Una e poi l’altra, passi una e poi, mio Dio, dopo c’è l’altra.». E la sua malattia è dovuta anche a questo non riuscire a sopravvivere, ad un errore di valutazione nella propria pianificazione tattica.

Quindi ci sarà sempre un lunedì, un venerdì, una domenica sera. Come ci saranno sempre le ultime settimane prima delle vacanze e il giorno del rientro – ma se ci lasciamo schiacciare da questi fattori viviamo nella noia. La mente non ha più nulla da dire se non lamentarsi di problematiche non esistenti.

E quello che mi chiedo è: come si fa a sopravvivere parlando ogni giorno, ogni settimana e ogni anno di strategie universali, quando potremmo sfruttare quel tempo per scoprire cose nuove? Ah sì, perché è più facile rinchiudersi in un mondo di cose note.

Il Nobel per la Pace.

A quanto pare abbiamo tutti vinto il Nobel per la pace. Grazie tante, non ci avrei mai sperato! Oggi hanno annunciato che l’Unione Europea ha vinto il Nobel per la pace. Adesso ovviamente ci saranno i soliti detrattori che verranno a dire che è stata tutta una cosa troppo pubblicitaria, che su in Scandinavia si sono rincitrulliti e via andare.

Io sono molto contento di questa decisione: siamo un continente che è riuscito a stare in pace per sessant’anni – cosa che non è mai successa prima – e, per quanto tutti diano all’Unione la colpa della crisi, forse ci abbiamo guadagnato.

Ok, non forse. Certamente. Basti solo pensare a quanta gente è venuta in Italia a fare turismo perché è comodo ormai collegarsi con i lowcost, attraversare frontiere senza problemi, usare monete uniche e non perderci con i cambi.

Sono anche certo che ci saranno italiani che diranno di essere gioiosi di far parte dell’Unione Europea.

Ok: forse non tutti, dopotutto essere stati in pace negli ultimi sessant’anni è meno importante di un campionato di calcio, però alcuni si sentiranno fieri, quando ne parleranno nei TG.

Ma la domanda che mi faccio è: quanto ce lo meritiamo in Italia, oggi, questo premio? Non è tanto per lo stare in pace – dopotutto non abbiamo più richiesto l’annessione di Fiume o dell’Istria, ma quante persone sanno cos’è l’Unione Europea o cosa ha fatto?

Poiché preferisco non rispondermi – visto che ho sentito più insulti che altro – chiudo facendo i complimenti all’Unione Europea, perché grazie a tante delle cose che sono state costruite negli anni ho vissuto esperienze inimmaginabili e viaggiato così tanto da aver lasciato pezzi del mio cuore su tutto il continente.

Al museo.

L’altro giorno sono andato al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Se mi leggessero i miei compagni di classe di medie e elementari mi direbbero: MA SEI SCEMO? Eppure no. Insomma: ci sono stato otto volte (+ una proposta di andarci alle superiori, ma poi abbiamo evitato) e forse mi sarebbe bastato.

Non odio i musei, anzi. Sono uno di quelli che ci si ammazza dentro, che si farebbe seppellire, però questa volta ho avuto una grossa delusione – un po’ come alla Tate Modern.

A parte che le promesse novità superfighe (forse me le sono sognate io) non le ho viste, ma oltretutto hanno iniziato con un processo di brandizzazione eccessiva: ora è il MuST. Come il MusT di Vimercate (Museo del Territorio), che però ha una s minuscola rispetto a quello milanese.

Ho guardato con interesse la parte su Leonardo e le stanze sugli orologi (e la microstanza sui gioielli – come fossimo al Victoria&Albert a Londra!), ma l’illogicità è stata nella stanza delle telecomunicazioni, il cui ingresso non è segnalato e ti ritrovi ad entrare dall’uscita.

Poi c’era il bellissimo padiglione ferroviario con cartelli tecnici e niente storia dei mezzi, poi le stanze che mi ricordavo meglio: energia, mestieri e marina. Sono uscito che sentivo che mancava qualcosa – ed era l’accoglienza.

Ora, per carità, non voglio chiedere ai musei italiani di diventare subito i portenti stranieri, ma porca miseria: non puntate tutto sulle scolaresche. Non lasciate i prodotti senza spiegazione o con spiegazioni esageratamente tecniche perché quando arriverà una scolaresca guadagnerete più del singolo visitatore, non lasciate spazi di finta interattività per fare figo, fate quello per cui siete nati: preservare degli oggetti e dare loro significato.

Questo post è gentile concessione del mio lato amante dei Cultural Studies.

Giuro che la smetto!

Giuro che smetterò di parlare di storia delle città dal prossimo post. È che mi vengono flash di esperienze passate e mi diverte scriverne!

Sono una persona che lascia perdere le cose quando ne è profondamente deluso. Intendo dire: quando le cose non sono così importanti e si possono evitare – mentre con le cose un po’ più importanti combatto fino a che non mi ritrovo completamente devastato. Alla fine mi sono diplomato e laureato, se avessi lasciato perdere dopo le varie delusioni scolastiche sia del primo che del secondo anno di superiori, ora probabilmente non sarei qui.

Eppure non riesco a spiegarmi come io possa essere ancora interessato alla storia delle città e dei monumenti. Uno dei ricordi peggiori della mia vita viene dalle superiori (toh. Che strano.), ma soprattutto dall’esame di maturità.

Partiamo dalla sfiga: per quell’anno la Regione Lombardia aveva avuto la genialata di portare a 217 i giorni di scuola, dai canonici 200. Infilando una settimana prima e dopo il tipico periodo scolastico (“per permettere attività culturali extracurriculari”: da noi vennero usate per i corsi di recupero.), la data di inizio degli esami era scivolata in avanti di una settimana. Per tutta la nazione ovviamente.

Alla fine gli orali sarebbero iniziati a fine della prima settimana di luglio (mia sorella, ultimissima tra gli ultimissimi in quella settimana, anni prima, aveva già terminato), con la mia classe per prima. Particolarità della mia classe dell’ultimo anno: eravamo in diciotto, di cui sette informatici e undici chimici. Condividevamo quattro lezioni in croce però dovevamo sentirci come una classe unita! E poi per alcuni professori dovevamo stare per forza completamente divisi. Ciò detto.

Partono con i chimici e poi con noi informatici. Estraggono una lettera e a chi tocca il primo posto delle interrogazioni?

Certo. Ed ero tra gli ultimi nell’elenco alfabetico! So solo che mi sono seduto all’orale e questi idioti si sono comportati nel peggior modo possibile. Bambini all’ascolto: non fate mai come me. Non date degli idioti ai professori. Anche se lo sono.

Salvando la simpatica amica di Inglese (che però mi ha fatto una domanda abbastanza stupida, gliela sto rinfacciando ancora ora), ho fatto schifo in Filosofia e ho un buco su Storia e Lettere (chi non rimuoverebbe, dopotutto?). So solo che

a) la simpatica tizia che insegnava matematica ha fatto fare lo stesso esercizio a tutti, tranne un poverino.
b) la simpaticona di elettronica era rassegnata. Quindi qualsiasi domanda facesse non si aspettava molto.
c) il deficiente di informatica ha avuto la geniale idea di farmi una domanda su storia dell’informatica. Ora, carissimo idiota. Hai ricevuto un programma di quattro pagine su informatica e sistemi e hai visto che NON abbiamo fatto storia dell’informatica. Perché non me ne frega molto del voto di maturità, ma sai quanto avrei potuto piallarti in caso di ricorso al TAR? (Tanto i ricorsi scolastici al TAR, non si sa perché, gli studenti li vincono sempre).
d) il presidente di commissione, dopo aver diffamato con metà scuola e gli esterni delle altre commissioni un mio amico, è riuscito a farmi una domanda sui rapporti tra sviluppo industriale e sviluppo cittadino. (E rieccoci all’argomento del post: come caspita faccio ad esserne ancora così interessato?)

Quindi, per quanto sia tardi (o troppo presto) per parlare di scuola ed esami: prendete esempio da me quando allo scritto si vendicheranno di ex colleghi togliendo punti a caso (true story) e iniziate a ripetervi come un mantra che la maturità va tutta a fortuna. Tanto l’importante sarà quello che dimostrerete di saper fare usciti di lì.