Stay with me.

Post da leggere ascoltando Stay with me di Sam Smith:

Ha smesso di piovere su di noi, anche perché non ne potevamo più. È bello rimanere dietro le porte delle nostre case a sentire le gocce cadere e cadere, ma è anche bello uscire a respirare.

Il cielo era di un nero scintillante questa sera, ho guardato la Madonnina splendere di luce propria, stagliata contro uno sfondo irreale e ho lasciato andare tutto, ho lasciato andare le paure e le preoccupazioni.

Non ho più paura di perdere tempo. Non sono cambiato, eppure mentre parlo non controllo l’ora, non conto quanti secondi potrei risparmiare se non passassi dal centro, non analizzo la situazione così razionalmente come avrei fatto qualche settimana fa.

Mi siedo e respiro. Perché ci sono cose più importanti, nella vita, del tempo e del denaro. E non metto in dubbio – anzi, sono certo, – che le cose sarebbero più semplici se ci coprissero d’oro e ci regalassero tutto il tempo della terra. Eppure non si può, ma non riesco a lamentarmene.

Non mi giro a guardarti spesso, perché voglio mantenere un certo tono che ho costruito intorno a me, come un personaggio di una grande saga. Ma lo sai meglio di me: certi personaggi nascondono dentro così tante sorprese che puoi solo tirare a indovinare.

Se prima non sentivo il freddo, figurati ora. E non riesco a trattenere il sorriso guardando Milano illuminata, che se saltasse la corrente qui saremmo in un mondo buio e senza stelle. Eppure in certi momenti ti rendi conto più facilmente della bellezza, quando guardi i marmi e i mattoni che stanno lì da così tanto, ma così tanto che non riusciresti ad immaginarlo, pur sapendolo quantificare.

Forse hanno ragione a dire che quando raschi il fondo, forse c’è solo da risalire. Ed è così bizzarra la vita che ti fa rimanere per settimane, per mesi sofferente, negandoti il supporto che ti serve, per poi affondare l’ultimo colpo e subito dopo, come per magia, farti risorgere.

E noi siamo scemi, perché continuiamo a farci prendere in giro da una prostituta che sa tutti i trucchi del mestiere. E la perdoniamo per l’infedeltà, perché vorremmo essere il suo unico cliente, e invece siamo in tanti e soffriamo tutti, perché non c’è altro da fare.

Ma a volte basta alzare gli occhi al cielo. Perché il nero non è solo il colore della fine, ma anche dell’ignoto. E siamo troppo curiosi per fermarci davanti al buio – dopotutto abbiamo scoperto il fuoco e la corrente e abbiamo inventato dei candelabri così complicati che ormai è come se il giorno non finisse mai, nelle nostre case.

E ha smesso di piovere, ma io dietro quelle porte ci tornerei di nuovo, ad assaggiare il silenzio e la calma della sospensione di giudizio. Ad assaggiare di nuovo la tranquillità.

Equilibrio.

Mi sono guardato riflesso nel finestrino del treno, ieri sera. Per tutto il viaggio, con il pensiero fisso di aver perso le chiavi di casa, con l’ansia di dover fare chilometri per recuperarne una copia e la stanchezza di una giornata in giro, quando forse avrei dovuto preferire una giornata di assoluto riposo.

Mi guardavo attentamente, per capire che cosa era cambiato – se qualcosa lo era veramente. Ho guardato le occhiaie, ho guardato i segni intorno al naso, sulla fronte… non sono pesanti, ma ci sono, li puoi vedere facilmente, sono lì. E se sono lì è perché qualcosa li ha causati.

È stata una settimana strana, di grande cambiamento. Un’esperienza finisce, un’altra inizia, una persona se ne va, una arriva. E io in quest’istante vorrei solo staccare il cervello e lasciare andare.

Sono riuscito finalmente a vedere un concerto che rimandavo da anni. È stata una sorpresa, sentirsi liberi e trovarsi bene con tanta gente intorno. I posti affollati solitamente non fanno per me, ma a volte c’è bisogno di confermare di non essere gli unici al mondo.

È stata una settimana strana e sarà una settimana strana, ne sono già certo. Ma non è l’essere strano che spaventa – ormai ne sono abituato – è la mutabilità della situazione che a volte lascia senza parole.

Le persone sanno fare male, ma le persone sanno anche fare bene. E a volte, quello di cui ha bisogno il mondo, è equilibrio.

Il sole è tramontato di già ed è ora di accendere la luce, per far più chiarezza. E andremo a dormire pensierosi. Basta una settimana a cambiarci, a farci cambiare prospettiva.

Ma ora godiamoci questo silenzio, le parole aspetteranno domani.

La domenica sera.

Il sole è già sparito da qualche ora dal cielo e la casa, la strada, la città è tornata silenziosa. L’armadio si chiude dopo aver riposto i vestiti stirati, la borsa si chiude pronta per il giorno seguente, la domenica sera è come il prologo di una grande avventura.

Le cose sono cambiate e dopo la tempesta il mare è tornato calmo, ma lo sappiamo tutti che lo sarà ancora per poco, che la luna è ciclica e la marea si alza e si abbassa, ritmicamente, come il respiro.

Io ho sempre riposto la mia fiducia nel silenzio, o comunque in quel rumore ambientale fatto del motore del frigorifero e dell’ascensore che ogni tanto si attiva e che ti fa capire di essere ancora vivo, ancora abbastanza per poter pensare.

Ma la domenica sera è il momento in cui i prodi si preparano per partire in guerra. È il momento in cui le muse si preparano a cantare le gesta degli eroi, che affilano le armi, che si coprono le ferite e che pregano i loro dei di tornare a casa sani e forti dai propri amati.

E se a volte c’è solo la certezza di un noioso inizio, altre volte ci si siede sul letto, con sguardo trasognato, pensando alla giornata che verrà e si ha paura, perché fuori dalla porta c’è un’infinità di possibili scenari e che non riuscirai a controllare fin da subito.

E senti quanto si è piccoli e quanto poco cambia stando al mondo.

Pasolini.

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Nelle analisi delle personalità culturali e letterarie italiane, molte volte ci si trova davanti ad un processo di estremizzazione e innalzamento ideologico degli autori, quasi come nella creazione di un olimpo del racconto pieno di idolatria e incomprensioni.

A volte si decontestualizzano informazioni per dare un senso in più ai testi che l’autore non aveva nemmeno pensato. Si cercano rapporti sessuali burrascosi, relazioni impossibili e sofferenze amorose, che nel 2014 chiameremmo mero gossip.

Poi c’è Pasolini. Indiscusso il suo genio su molti fronti e la sua capacità di raccontare un’Italia pericolosa, nuova ed esplosiva. Siamo anni dopo la guerra: i fascisti si stanno ritirando, dopo quanto successo, e i comunisti soffrono, dopo la morte di Stalin, di una crisi ideologica.

In mezzo: il grigino pallido di una democrazia cristiana tra mille intese. Ma gli italiani non sono ancora così pronti ad affrontare la vita politica: c’è un mondo di ignoranza e analfabetizzazione da distruggere e non è una situazione facile. Dopotutto non lo è ancora oggi, dopo 40 anni.

E c’è Pasolini. E le sue parole estreme e utopiche, fatte per provocare e risvegliare le coscienze.

Ma torniamo alla parte iniziale. Dopotutto ho tirato in ballo l’accademia – che personalmente non sopporto – per un motivo, no?

Attualmente c’è un nuovo (non originale, sia chiaro, ma nuovamente rinvigorito) filone rappresentativo che ribalta la visione: la descrizione della straordinarietà attraverso l’ordinarietà.

Abel Ferrara non mostra un Pasolini straordinario, ma un essere umano. Se fosse una rappresentazione del Cristo, forse questa immagine funzionerebbe meglio (lui è straordinario, ma si comporta da ordinario, confermando la propria altezza), ma abbiamo davanti quello che è un personaggio controverso. I toni danno quasi l’impressione di vedere un uomo, un vecchio, testardo, utopico, borbottone, interessato ai ragazzini, quasi morboso, non un fine letterato. Nemmeno la lettura dei suoi brani dà risalto alla sua persona.

Il peggio è dato, oltretutto, dalla decisione di seguire l’idea di Pasolini per la sua prossima opera. E la si segue con una morbosità bacchettona: ci sono scene estremamente caotiche e al limite del volgare, diversi nudi come è normale aspettarsi da un’opera di Pasolini, ma si è capaci di rappresentare solo sessi femminili e mostrare al massimo pallide proiezioni di peni eretti, come succede nei peggio film sessisti, dove un uomo nudo è più scandaloso del corpo di donna, oggetto ormai sdoganato.

Non aiuta la decisione della regia di seguire un tono drammatico molto europeo a inizio film, per poi spostarsi su un registro più americano – quasi più superficiale: una scena di ballo su canzoni slave come fosse un film di Özpetek – che in un film del regista turco avrebbe decisamente più senso -, una colonna sonora che suona moderna e troppo digitalizzata e scene da sogno americano e vacanze romane.

Quello che rimane è una madre piangente per la morte di un altro figlio. E un corpo su una spiaggia, spogliato dalla sua vita. E quello che è rimasto a me, purtroppo, è stato ben poco.

Solo.

Vado in giro con le scarpe bucate perché non mi interessa.

Vado in giro con le scarpe bucate perché non ho voglia di cambiarle.

Vado in giro con le scarpe bucate per ricordarmi di tutti gli sbagli – basta un sassolino che si infila a tradimento per ricordarmi che c’è troppo dolore nel mondo.

È che oggi vorrei che nulla importasse. Vorrei sedere al centro di una stanza vuota e stare in silenzio.

Ma troppe volte non si può. E quindi l’unica cosa che puoi fare, come mi è stato detto qualche giorno fa, è sentirti solo in mezzo alla folla.

Barcellona.

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Tutto quello che terrò di Barcellona è una terrazza. E io, seduto su una sedia, sotto la veranda piena di piante, a guardare un tavolino e due sedie di legno appena pitturate di azzurro pastello, a pensare che forse sarebbe meglio una vita così. Più facile, più senza pensieri.

Barcellona ha carattere. È l’unico posto al mondo che può permettersi facciate aggressive, decorate unicamente, con forme asimmetriche e giochi di colore senza sembrare un errore architettonico.

È una città di piastrelle sotto il sole, lucide e riflettenti, colorate ed estremamente caciarone, con una voce altissima e piena di vita.

È una città del mediterraneo, fatta di urla, di miseria, di gente che se ne frega e di gente senza maniera. Gente che parla e non ha paura di quello che dice, gente che litiga, che rivendica la propria nazionalità, ma anche un’altra.

È fatta di spiagge senza pudore, moderne e nemmeno troppo affollate. Piacevoli, dove passeggiare e dove sparlare, vicine alla città ma lontane dal rumore.

E Barcellona non ha orari: la notte è popolata quasi quanto il giorno e il silenzio è un optional. È una città fondata sul rumore, che arrivi a casa e ti sembra di vivere nel vuoto cosmico, che non si riposa facilmente pur cercando il relax.

E poi c’è una terrazza. Un edificio decadente, buio, pieno di scalini. Un androne scuro e stretto, che sale verso una luce accecante e troppo calda. Solo all’ultimo piano ti rendi conto degli affreschi che paiono di essere di un’altra era.

E sulla terrazza c’è uno strano silenzio sospetto. La strada è molto più in giù. E sei seduto su una sedia a contemplare dei mobili riciclati e ripitturati, in un tripudio di foglie che ti ricorda l’abbondanza.

È una casa bianca, piccola, da mare. Eppure ti fai mille domande e continui a fissare il futuro, che sembra così strano.

Elogio della solitudine.

Sembra quasi una maledizione a cui non si riesce a sfuggire. Sembra quasi un atto di sfregio verso la società. Sembriamo sempre colpevoli quando ci capita di stare soli. Ci ho messo un attimo a rendermene conto, ma la botta è stata difficile. Che poi: non è che non siamo fatti per essere soli – è che la società non vuole che sia così. E non che questa presunta società si appresti ad aiutarci nei momenti di solitudine! Si soffre da soli, si vive da soli e veniamo derisi dal gruppo.

Mi sono seduto a mangiare nel ristorante cinese più rapido della Brianza. Da solo. Solitamente scelgo il tavolo nell’angolo, lontano dalle famiglie che passeggiano e dagli innamorati che litigano su dove sedersi a mangiare. Solitamente scelgo quel tavolo per poter controllare la situazione: è una strana abitudine, ma anche con gli amici mi capita di farlo.

Ma ieri era occupato. E la cameriera me ne ha indicato un altro, col suo modo di fare distratto di una che è abituata a concludere una cena in meno di trenta minuti, e mi sono bloccato un attimo. Sedersi al centro del locale? Per quanto fosse vuoto non mi pareva una cosa facile. Magari ad aspettare avrei avuto più fortuna…

Niente. Il posto non si poteva cambiare. E la cameriera si aspettava già un mio ordine – l’ho detto prima: è rapido! – e ho dovuto dedicare del tempo ad almeno leggere il menù, sedendomi sfinito e lasciando andare il resto.

La cena è durata circa quindici minuti e forse è stata la fretta a non farmici pensare. Eppure un minimo bruciava la sensazione di giudizio che arriva dagli altri, mentre addentavo da solo l’involtino e le signore del tavolo di fianco si raccontavano le ultime vicende delle proprie rispettive famiglie. Mi sono alzato, ho pagato e me ne sono andato, per la mia strada.

Ma poi la bestia si è risvegliata guaendo.

A volte dovrei bloccare la voce degli altri, ma sono troppo curioso: dovrò fare molto esercizio prima di ottenere dei risultati. E così ho sentito delle risate: nella mente di certa gente, l’essere da soli è impossibile, triste e totalmente sfigato.

Nel 2014, mentre si cerca di parlare di indipendenza, di giovani che cambiano il mondo, di vite straordinarie, ancora si ride delle persone sole.

Ha detto che viaggia da sola, ovviamente. Che sfigata che è! Andrà in viaggio cercandosi qualche gigolò! Poverina!

Se avessi sentito queste parole da una ragazzina delle superiori non avrei fatto una piega: è l’età, è l’esperienza e l’ambiente dove si trovano – è il concetto di classe soprattutto. Ma no: un uomo. Fatto. Barbuto, grosso, quasi in carriera. Uno cresciuto.

Io non ci credo in questa esagerata stupidità delle persone. La prendo come una boutade: una cosa detta per riempire l’ennesimo vuoto conversazionale e accanirsi contro il nemico. Eppure andando a scavare è solitamente la verità incontrollata che viene a galla.

Mi chiedo: di cosa avete paura? Della solitudine? Venite a provarla: non è così spaventosa. Certo, bisogna abituarsi, ma non è la bestia nera che tutti pensano.

Altra domanda: avete davvero bisogno di tutta la retorica e il finto interesse da parte degli altri? Non sapete validare da soli le vostre capacità?

Ho lasciato perdere. Non mi sono scaldato, per una volta. Ho soprasseduto. Mi sono solo sentito triste – tanto triste. Mi solo sentito triste perché per l’ennesima volta mi sono sentito di dover giustificare me stesso, di dover giustificare tutti i pranzi in treno o per strada, tutte le volte che sono andato in vacanza da solo, tutte le volte che sono tornato a casa e l’unica cosa ad attendermi era il silenzio.

Purtroppo fa male. Ma sento di essermi risparmiato discussioni con uomini avuti solo per non stare da soli, di non aver mai illuso qualcuno, di non averlo mai minacciato e sottomesso. E un po’ sento anche di non aver mai compromesso quello in cui credo. Ma ne vale la pena?

Purtroppo fa male.

The Bling Ring.

Io arrivo sempre in ritardo sui film, quindi fate finta che sia il 2013 e questa sia una critica puntuale di qualcosa di appena uscito. Non lo è, ma insomma, mi ci vuole un attimo a macinare!

emma-watson-wallpaper-1050x700Ieri sera ho portato ad un nuovo livello la mia passione per Emma Watson, che amo e reputo la futura Meryl Streep – sapesse giocarsi le carte bene. Ha dimostrato di poter interpretare tanti ruoli diversi e di saper portare qualcosa in più ai personaggi, ma allo stesso tempo è rimasta se stessa: una ragazzina studiosa, appena laureata alla Brown, che è catapultata nel mondo di Harry Potter da troppo giovane, ma che è riuscita a districarsi bene. E ora è anche ambasciatrice per le nazioni unite in fatto di donne e generi.

Detto questo. Nel 2013 ha preso parte in The Bling Ring. La proposizione cinematografica diretta da Sofia Coppola di eventi di attualità. Bling Ring era il circolo di giovani californiani che, per noia e amore per la fama, hanno iniziato a derubare case di famosi prima di venir arrestati. I nomi sono abbastanza grossi: Paris Hilton, Orlando Bloom, Megan Fox, Lindsay Lohan… e i bottini infatti sono abbastanza tanto ghiotti.

blingCome in ogni storia di crimine organizzato c’è un capo banda: Rebecca. Rebecca è ossessionata dalla fama, dalla TV, dalle star del cinema moderno e vuole essere come loro. Ma ci sono cose che certe star si possono permettere e i comuni normali no: vestiti firmati, gioielli, stanze dedicate solo alle feste…

L’idea che hanno i ragazzi è molto semplice. Ed è facilitata dalla poca sicurezza intorno ai luoghi del misfatto: controllano dove sono le abitazioni dei più famosi di Hollywood e controllano i giorni in cui si trovano a party ed eventi lontani dalla California. Il gioco inizia con casa di Paris Hilton. Una prima volta così per divertirsi e poi una seconda volta con tutta la banda al completo.

Da Paris Hilton si va avanti di famoso in famoso, finché il gruppo non viene beccato e processato. C’è una morale dietro il film? Sì, ovviamente. Ma c’è soprattutto una paura per la nuova generazione, soprattutto americana: al primo posto, tra i problemi anche dei genitori, c’è l’interesse e il bisogno di essere famosi e riconosciuti. Il film si chiude con tanto di intervista e rimando ad un sito dettagliato con tutto quello che è successo e succede nella gloriosa vita di Nicki, una delle amiche di Rebecca.

E la cosa che fa più paura non è l’esagerazione di questa situazione, è il sapere che nasce tutto da un incidente reale, da ragazzi che sono così ossessionati dai personaggi famosi da permettersi di entrare in casa di sconosciuti, rubare vestiti e gioielli e mostrarli a tutti i compagni per alzarsi sopra la mediocrità della propria situazione sociale.

Cravatte.

Per alcuni, i funzionari dello stato sono personaggi malevoli che vengono visti con sospetto. Soprattutto nell’Italia in crisi del 2014. Non stiamo parlando dei poverini che lavorano in comune facendo i salti mortali, ma proprio gli strati più alti dei governativi.

Prima di entrare nell’argomento, notiamo che l’uomo è un animale. E come ogni animale vive di rappresentazioni fisiche del proprio stato sociale. Ma se non abbiamo piume colorate da sfoggiare, abbiamo sempre i nostri vestiti.

Ora vedrete che si torna in argomento: il primo simbolo (il più ovvio) di questo metodo di rappresentare la propria casta è la divisa. La divisa unifica i corpi (non si è più uno distinto da un altro, non si ha più una possibilità di scelta, si rappresenta la stessa istituzione), livella i propri rappresentanti in una massa unica e allo stesso tempo allontana dal popolo.

Se a noi, da lontano, la divisa racconta solo l’appartenenza ad un certo organismo, all’interno dell’organismo ci sono altri livelli che vengono rappresentati con stellette e gradi che complicano la situazione, ma lasciano un grado di mistero a chi non se ne interessa molto.

Aggiungiamo un elemento: ad un certo punto l’Italia è esplosa. Erano gli anni cinquanta e il boom economico ha complicato le cose. Crescevano i piccoli e medi imprenditori, l’urbanizzazione diventava fenomeno quotidiano e intorno a Milano si è ben notato il cambiamento con l’espansione dell’hinterland.

E ad un certo punto a Milano le divise sono diventate altre: quelle dei commessi, le livree dei bar del centro e – soprattutto – le cravatte. Il distinto signore in giacca e cravatta è stato sempre un personaggio importante nell’immaginario comune: impegnatissimo, impareggiabile e importante.

Era l’uomo di famiglia (solitamente una moglie casalinga e due bellissimi figli, un maschio e una femmina, nati a distanza di tre/quattro anni uno dall’altro, impegnati nell’oratorio, le domeniche a messa, con la colf e una casa piena di ricordi), era il padre padrone, quello che non doveva dimostrare emozioni e che portava a casa i soldi per la famiglia e poteva godersi come voleva le giornate.

Ecco. Siamo in un mondo diverso dal nostro: c’era bisogno di comunicare una calma e una tradizionalità che la guerra aveva spazzato via. Si era alla ricerca della normalità in serie.

Ma a sessant’anni dal conflitto la normalità non è più importante. I nostri capi sono donne (sole, sposate, con mariti che stanno a casa a curare i figli, con gatti, cani, hobby strani) oppure sono gay oppure sono uomini, ma qualcosa sta venendo a mancare: le cravatte.

Ci siamo resi conto che il vestito era pura ipocrisia: quasi disillusi da un’Italia che avanza, sempre bella e fiera del suo export unico al mondo. Ci siamo disillusi perché è arrivata la crisi. Ma alcuni hanno continuato e le cravatte sono ancora un pezzo importante del business (perché ora siamo internazionali) milanese e italiano. Perché questi portatori sani di vestiti antiquati hanno bisogno di darsi un tono. Ma purtroppo ormai non lo possiedono più.

Ho visto ragazzini intrappolati in cravatte. Quarantenni ragazzini nel cervello, in camicia, cravatta e giacca troppo larga: dei bambini che giocano a fare i grandi. Ho visto l’arroganza del loro vestito. E mi ha fatto un po’ ridere per l’ipocrisia: non è così che funziona. Perché se a prima vista il pacchetto colpisce la persona, scartandolo ci troverà poco niente.

Eppure così si continua. E si vende fumo, si raccontano idiozie, ci si perde in chiacchiere. Eppure così si continua. Ma la gente è stanca di vedere delle cravatte parlare, perché non hanno più nulla da dire.

La fine (che non sarà una fine).

lafine“Arriverà la fine, ma non sarà la fine.” È una frase in cui credo molto – e purtroppo non è un’invenzione mia: è di Nesli, poi passata a Tiziano Ferro – ed è il leit motiv di questo mio nuovo libro. E così sono tre.

La Fine. nasceva in una maniera differente: doveva essere un racconto ironico, quasi divertente, ma ha preso una piega completamente diversa. Potevamo essere qui a parlare di un testo di ricoverati che si raccontano le loro vite e ripercorrono dei momenti divertenti, ma non è così.

La fine. è la storia di Patrick Branigan, trentenne scrittore americano, giovane e promettente (e tutti quegli aggettivi che la gente ama usare per descrivere e fare complimenti) che si sveglia un pomeriggio, a casa sua, tra uomini nudi, gente ubriaca e la devastazione. E capisce di aver esagerato e decide di internarsi, di chiudersi in una clinica per disintossicarsi.

È tutto un pretesto – qui parlo da autore. Non è che io fossi realmente interessato al rehab in sé, né alle tecniche che vengono utilizzate. Era tutto un pretesto per narrare una storia, per raccontare la vita di qualcuno e, soprattutto, il dolore che c’è stato.

Dopotutto, visto il titolo, non si può far altro che parlare di dolore, giusto? Ed è quello che ci cambia, è la morte improvvisa di chi ci sta vicino, sono gli altri che si stanno approfittando di noi, è la creatività che se ne va, è lasciare le nostre radici.

E Patrick cambia costa, perde persone importanti, vive degli addii e inizia a cercare una via alternativa per non provare più male – ma la via per lui più adatta è la più sbagliata, che lo porta in una clinica di riabilitazione.

Ma per noi che siamo dall’altra parte della storia – nella vita reale – è il pretesto perfetto per leggere una biografia di qualcuno che ha inseguito il suo sogno, per poi trovarlo pieno di cose tossiche, cadere sotto il peso della vita per voler cercare di rialzarsi ripulendosi da tutto.

Come al solito, il libro è disponibile su Amazon (e a breve in PDF sul blog!)