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Non c’è stato nemmeno bisogno di un annuncio, ci siamo semplicemente fermati. Un silenzio rispettosissimo, estremamente britannico, che ha fermato la città.

Dieci anni fa oggi, 52 persone perdevano la vita mentre andavano tranquillamente a lavorare: l’unica colpa essere saliti proprio su quella metropolitana e non un’altra.

Alle 11.30 ci siamo fermati. Spenta la musica, ci siamo fermati dalle nostre preoccupazioni giornaliere e siamo rimasti un minuto in silenzio, chi un po’ imbarazzato dalla situazione, chi a fissare la televisione con la mascella serrata e un’espressione amara.

Non era la stessa sensazione del minuto di silenzio a scuola, in Italia, per ricordare l’11 settembre. Non eravamo coinvolti emotivamente: c’era sì un rispetto, ma c’era anche una distanza che non ci permetteva di capire cosa fosse davvero la paura.

Non era quella sensazione di dovere che arrivava dai nostri professori, infastiditi dall’essere interrotti durante una spiegazione che reputavano più importante. Non era quella sensazione di “queste cose non succedono, qui” che ci tramandavano i nostri genitori. Dopotutto nel nostro futuro eravamo destinati, secondo le nostre scuole e le nostre famiglie, a non spostarci più lontano della nostra campagna – così poco interessante e poco popolata per diventare teatro di certe manifestazioni.

Ma oggi sono qui. Le mie cose sono qui, la mia vita si svolge sulla Central line, le mie giornate hanno come sfondo Londra.

Di tutte le persone che ho conosciuto, non ho ancora trovato qualcuno che abbia avuto il coraggio di dirmi che non ama la città. È un luogo di cui ci si sente facilmente parte e che sembra solo alimentare le proprie speranze e ambizioni.

Dieci anni fa, quattro esplosioni hanno fermato una città che non dorme mai. Nello sguardo di tutti una sola considerazione: potevamo essere noi. Nel silenzio di tutti una paura: potremmo essere noi.

Siamo tornati attivi, nei nostri problemi da quattro soldi e nella nostra realtà fatta di comunicazioni patinate. Eppure c’era ancora un po’ di pesantezza sul cuore.

È bastato un minuto per capire quello che in anni non sono mai riuscito a provare. E guardando il dolore di tutti gli altri, mi sono sentito ancora un po’ più a casa.