L’estate del 2009.

Se non fosse stato per un post della mia amica Francesca non ci avrei ragionato tanto. Io amo Francesca: è creativa, passionale e riesce a sostenere una conversazione pesante senza battere ciglio.

Ci siamo conosciuti alle scuole superiori, ma la nostra amicizia è cresciuta molto al di fuori di quelle mura: serate a bere, a parlare, a sognare… c’era sempre una sensazione di destino comune che ci univa.

La nostra scuola superiore era particolare – e l’ho raccontato molte volte. Attività extradidattiche, possibilità creative e una certa rilassatezza rispetto alla norma. Se non fosse stato per quell’ambiente, forse, oggi non sarei così.

Ma la scuola italiana è figlio di un ministero. Un ministero che ha questa strana passione per la standardizzazione, per l’affrontare meno problemi possibili, e che non è interessata a rendersi conto dell’influenza che ha sui suoi studenti.

Nelle scuole superiori, alla fine, siamo dei voti. Siamo figli di una catena di montaggio che ci vuole impegnare per cinque anni, per buttarci fuori nel mondo senza tante raccomandazioni. Buona parte del personale non è interessato a trasmettere qualcosa: è indecoroso, ma molte volte i ragazzi si trovano in contatto con personaggi frustrati che non hanno il desiderio di mettersi in gioco ed ascoltare.

Noi siamo stati fortunati. Non tutti, ma molti professori nella nostra scuola erano dalla parte dello studente. C’erano tutor, c’erano attività extra che i suddetti supervisionavano senza essere pagati, c’erano biblioteche e laboratori e c’era la voglia di vedere qualcosa nascere.

Io scrivo perché sono stato educato a farlo. Io scrivo perché nessuno tra quelle mura si è mai azzardato a dirmi che era una perdita di tempo. Io scrivo perché qualcuno si è seduto davanti a me e mi ha detto “questa è la tua passione? Vediamo come posso aiutarti a svilupparla”.

Io e Francesca ci siamo diplomati lo stesso anno – e di questo parlava il suo post. Io non ricordo molto della maturità. E il risultato è stato deludente: l’aspettativa di tutti era un mio cento bello tondo – e un ottantatré era riuscito a far sorridere tanti invidiosi.

Ma aveva tutto un altro sapore.

L’estate del 2009 è stata diversa. Era la prima estate dove liberarsi delle zavorre che la scuola mi aveva buttato addosso.

Siamo stati fortunati: la scuola ci ha dato tanto. Ma allo stesso tempo si è disinteressata dei nostri problemi personali, perché portano via tempo.

I problemi dei ragazzi sono lunghi da risolvere. Ci vuole counseling, ci vuole pazienza, ci vuole investimento… e per molti non ne vale la pena. Basta buttarli fuori, questi ragazzi, che tanto ce ne saranno sempre di nuovi, pronti ad affrontare una macchina per la standardizzazione che non considera il periodo di cambiamento che stanno vivendo.

Siamo usciti cambiati da quella scuola. A differenza di alcuni avevamo provato grandi dolori che ci avevano messo alla prova. Per noi la maturità era solo una noia burocratica, l’ultimo cerotto da strappare con forza.

E, quando l’abbiamo strappato tutti assieme, ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti: “e ora?”.

Abbiamo dovuto ricominciare, tutti. Non c’erano più gerarchie scolastiche, c’era una tavola bianca davanti. E non avevamo più paura, noi con i nostri problemi, perché sapevamo che il peggio era passato.

A volte vorrei andare nelle scuole e raccontare la mia vita. Non perché sia speciale, ma perché vorrei che i ragazzi capissero che c’è un futuro che li aspetta. E che bisogna far fatica per non sentirsi schiacciati, ma che ne vale la pena.

Quando penso alle persone a me vicine, mi rendo conto che tutti loro hanno dovuto far fatica e che in me c’è solo grande stima, perché non si sono lasciati condizionare. E sono contento di non dovermi sedere ad un banco che mi voleva maschio stereotipato, con una identità di genere ben precisa e con hobby e interessi definiti da una cultura machista.

Vorrei che quel mezzo milione che sta seduto sui banchi in questi giorni si svegliasse una mattina di luglio pensando “è l’inizio della mia vita”. E vorrei che si fermassero un momento a ricordare quelli che si sono lasciati schiacciare. E che la smettessero di scegliere ciò che è facile. Perché è così che si muore di rimpianti.

Iron Sky

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Roman Road è una strada circa dritta di due chilometri, a volte curva involontariamente, a volte corre la sua strada, diramandosi in tanti piccoli vicoli. Le strade a Londra sono un po’ così, come disegnate con una penna su un foglio senza righello.

A metà, perpendicolare e tagliente, passa il Regent’s Canal: se uno volesse potrebbe attraversare la città navigando il canale e arrivare a Paddington, dall’altra parte della città.

In due mesi qui ho imparato che Londra non è una città. Forse lo sapevo già, forse lo sospettavo solamente, ma insomma: Londra è una somma di piccoli villaggi, di quartieri caratteristici e di luoghi immortali, sotto ad un cielo sorprendentemente brillante quando sereno e spaventosamente d’acciaio quando nuvoloso.

C’è Aldgate e la sua comunità del Bangladesh, c’è Mile End universitaria e più rilassata, c’è Bethnal Green da poco ritornata in auge, c’è Shoreditch con i suoi hipster – tutti insieme a creare un est della città creativo e inusuale.

E ci sono le case di Sloane Square, ricche e piene di ornamenti. I negozi di lusso di Knightsbridge, il lunghissimo The Mall davanti a Buckingham Palace, coperto di bandiere, nel simbolo più solenne dell’impero.

È una vita che spaventa, poiché costosa, frenetica, sempre sveglia. È una vita piena di gioie: perché c’è tempo, ci sono opportunità e c’è un futuro – basta giocarselo.

Ci sono sacrifici da fare. È una vita costosa, ma quando si impegna dà dei frutti così succosi che non riesci a smettere.

Ci sono cose da vedere. E non vorresti mai andare a dormire perché c’è sempre un bar aperto, un negozio di bagel, un bus che ti porta da qualche parte.

Ci sono io. Che ormai guardo questa città come casa. Che mi addormento di notte sperando di svegliarmi ancora qui, ancora con i miei sogni, ancora con la voglia di fare e di scoprire – che un’emozione del genere non la provavo da anni.

E c’è un futuro. Sempre immerso nell’oscurità di quello che potrebbe succedere. C’è un futuro di teatri, di arte, di concerti, di parchi e di serate a bere vodka e giornate a ragionare di politica, economia e arte, con persone che hanno voglia di mettersi in gioco, a qualsiasi età.

E intanto aspetto, pregando tutto questo non se ne vada.