Adesso e qui.

La giornata si è addormentata e tra poco sarà il mio turno. I sedili blu del treno e il neon giallognolo sono quasi la metafora di questa situazione: sono tutti una copertura per far finta che la carrozza sia nuova, grintosa, splendente. Ma di notte, quando la luce è artificiale, si vede da lontano lo squallore che le accompagna.

È il momento di fare i bilanci. Di abbracciare per un’ultima volta le persone e non riesco a non pensare al tempo sprecato, al disastro e alla forza che mi è venuta a mancare, mentre mi consumavi senza ragione.

Il dolore al petto non c’è più e nemmeno l’ansia di stare in mezzo alla gente. Fino ad un mese fa non mi sarei mai immaginato sarebbe finita così, ma è ora di ripartire in questo lungo viaggio.

Non ti vedo da tre mesi ed è meglio così. Ti ho quasi dimenticato, ma quel quasi a volte torna a bussare forte e a farmi del male.

Siamo fatti per soffrire, siamo fatti per portarci dietro le catene e i dolori della vita ovunque andiamo. Conto gli aerei che prenderò, ma non mi libereranno da quello che c’è stato e da quello che ci sarà.

In te vedevo quello che poteva essere l’amore. E invece era, probabilmente, solo l’inizio della grande disperazione, della grande solitudine.

Come un compito lavorativo rimandato per troppo tempo, non ero la priorità. E me l’hai pure detto – e ha fatto male, ma sia mai che potessi raccontarti i miei pensieri. E io, stupido, ancora oggi penso alle mie di priorità, forse ordinate incorrettamente, che ti vedevano in cima, giorno dopo giorno.

Adesso, almeno, non mi manchi più. Adesso, almeno, non ho l’ansia di rivederti.

È tarda serata e l’unica sensazione che ancora ho è di essere stato l’altro. È uno di quei sentimenti che provo troppo spesso – e a volte per colpa mia. È come essere secondi, ma è molto peggio. È come essere di passaggio senza lasciare nulla.

E io ci spererei di aver piantato un seme. Un seme che si risveglierà tra mesi, che ti racconterà tutto il dolore che io ho provato e che ti farà capire il male.

Bastava poco per non soffrire. Bastava poco per non far soffrire. Ma poca gente strappa il cerotto con velocità, preferendo un dolore immediato, ma breve.

Ho deciso di darmi ragione. Non eri la persona giusta. Non eravamo nelle stesse fasi della nostra vita e non ci siamo raccontati (o almeno, non mi hai raccontato) quello che ci aspettavamo.

E ora torno a casa per scappare. Perché gli occhi i si chiudono dalla stanchezza e mi convincono che è ora di non pensarci più, che la tempesta se n’è andata.