Pasolini.

locandina

Nelle analisi delle personalità culturali e letterarie italiane, molte volte ci si trova davanti ad un processo di estremizzazione e innalzamento ideologico degli autori, quasi come nella creazione di un olimpo del racconto pieno di idolatria e incomprensioni.

A volte si decontestualizzano informazioni per dare un senso in più ai testi che l’autore non aveva nemmeno pensato. Si cercano rapporti sessuali burrascosi, relazioni impossibili e sofferenze amorose, che nel 2014 chiameremmo mero gossip.

Poi c’è Pasolini. Indiscusso il suo genio su molti fronti e la sua capacità di raccontare un’Italia pericolosa, nuova ed esplosiva. Siamo anni dopo la guerra: i fascisti si stanno ritirando, dopo quanto successo, e i comunisti soffrono, dopo la morte di Stalin, di una crisi ideologica.

In mezzo: il grigino pallido di una democrazia cristiana tra mille intese. Ma gli italiani non sono ancora così pronti ad affrontare la vita politica: c’è un mondo di ignoranza e analfabetizzazione da distruggere e non è una situazione facile. Dopotutto non lo è ancora oggi, dopo 40 anni.

E c’è Pasolini. E le sue parole estreme e utopiche, fatte per provocare e risvegliare le coscienze.

Ma torniamo alla parte iniziale. Dopotutto ho tirato in ballo l’accademia – che personalmente non sopporto – per un motivo, no?

Attualmente c’è un nuovo (non originale, sia chiaro, ma nuovamente rinvigorito) filone rappresentativo che ribalta la visione: la descrizione della straordinarietà attraverso l’ordinarietà.

Abel Ferrara non mostra un Pasolini straordinario, ma un essere umano. Se fosse una rappresentazione del Cristo, forse questa immagine funzionerebbe meglio (lui è straordinario, ma si comporta da ordinario, confermando la propria altezza), ma abbiamo davanti quello che è un personaggio controverso. I toni danno quasi l’impressione di vedere un uomo, un vecchio, testardo, utopico, borbottone, interessato ai ragazzini, quasi morboso, non un fine letterato. Nemmeno la lettura dei suoi brani dà risalto alla sua persona.

Il peggio è dato, oltretutto, dalla decisione di seguire l’idea di Pasolini per la sua prossima opera. E la si segue con una morbosità bacchettona: ci sono scene estremamente caotiche e al limite del volgare, diversi nudi come è normale aspettarsi da un’opera di Pasolini, ma si è capaci di rappresentare solo sessi femminili e mostrare al massimo pallide proiezioni di peni eretti, come succede nei peggio film sessisti, dove un uomo nudo è più scandaloso del corpo di donna, oggetto ormai sdoganato.

Non aiuta la decisione della regia di seguire un tono drammatico molto europeo a inizio film, per poi spostarsi su un registro più americano – quasi più superficiale: una scena di ballo su canzoni slave come fosse un film di Özpetek – che in un film del regista turco avrebbe decisamente più senso -, una colonna sonora che suona moderna e troppo digitalizzata e scene da sogno americano e vacanze romane.

Quello che rimane è una madre piangente per la morte di un altro figlio. E un corpo su una spiaggia, spogliato dalla sua vita. E quello che è rimasto a me, purtroppo, è stato ben poco.