Barcellona.

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Tutto quello che terrò di Barcellona è una terrazza. E io, seduto su una sedia, sotto la veranda piena di piante, a guardare un tavolino e due sedie di legno appena pitturate di azzurro pastello, a pensare che forse sarebbe meglio una vita così. Più facile, più senza pensieri.

Barcellona ha carattere. È l’unico posto al mondo che può permettersi facciate aggressive, decorate unicamente, con forme asimmetriche e giochi di colore senza sembrare un errore architettonico.

È una città di piastrelle sotto il sole, lucide e riflettenti, colorate ed estremamente caciarone, con una voce altissima e piena di vita.

È una città del mediterraneo, fatta di urla, di miseria, di gente che se ne frega e di gente senza maniera. Gente che parla e non ha paura di quello che dice, gente che litiga, che rivendica la propria nazionalità, ma anche un’altra.

È fatta di spiagge senza pudore, moderne e nemmeno troppo affollate. Piacevoli, dove passeggiare e dove sparlare, vicine alla città ma lontane dal rumore.

E Barcellona non ha orari: la notte è popolata quasi quanto il giorno e il silenzio è un optional. È una città fondata sul rumore, che arrivi a casa e ti sembra di vivere nel vuoto cosmico, che non si riposa facilmente pur cercando il relax.

E poi c’è una terrazza. Un edificio decadente, buio, pieno di scalini. Un androne scuro e stretto, che sale verso una luce accecante e troppo calda. Solo all’ultimo piano ti rendi conto degli affreschi che paiono di essere di un’altra era.

E sulla terrazza c’è uno strano silenzio sospetto. La strada è molto più in giù. E sei seduto su una sedia a contemplare dei mobili riciclati e ripitturati, in un tripudio di foglie che ti ricorda l’abbondanza.

È una casa bianca, piccola, da mare. Eppure ti fai mille domande e continui a fissare il futuro, che sembra così strano.

Elogio della solitudine.

Sembra quasi una maledizione a cui non si riesce a sfuggire. Sembra quasi un atto di sfregio verso la società. Sembriamo sempre colpevoli quando ci capita di stare soli. Ci ho messo un attimo a rendermene conto, ma la botta è stata difficile. Che poi: non è che non siamo fatti per essere soli – è che la società non vuole che sia così. E non che questa presunta società si appresti ad aiutarci nei momenti di solitudine! Si soffre da soli, si vive da soli e veniamo derisi dal gruppo.

Mi sono seduto a mangiare nel ristorante cinese più rapido della Brianza. Da solo. Solitamente scelgo il tavolo nell’angolo, lontano dalle famiglie che passeggiano e dagli innamorati che litigano su dove sedersi a mangiare. Solitamente scelgo quel tavolo per poter controllare la situazione: è una strana abitudine, ma anche con gli amici mi capita di farlo.

Ma ieri era occupato. E la cameriera me ne ha indicato un altro, col suo modo di fare distratto di una che è abituata a concludere una cena in meno di trenta minuti, e mi sono bloccato un attimo. Sedersi al centro del locale? Per quanto fosse vuoto non mi pareva una cosa facile. Magari ad aspettare avrei avuto più fortuna…

Niente. Il posto non si poteva cambiare. E la cameriera si aspettava già un mio ordine – l’ho detto prima: è rapido! – e ho dovuto dedicare del tempo ad almeno leggere il menù, sedendomi sfinito e lasciando andare il resto.

La cena è durata circa quindici minuti e forse è stata la fretta a non farmici pensare. Eppure un minimo bruciava la sensazione di giudizio che arriva dagli altri, mentre addentavo da solo l’involtino e le signore del tavolo di fianco si raccontavano le ultime vicende delle proprie rispettive famiglie. Mi sono alzato, ho pagato e me ne sono andato, per la mia strada.

Ma poi la bestia si è risvegliata guaendo.

A volte dovrei bloccare la voce degli altri, ma sono troppo curioso: dovrò fare molto esercizio prima di ottenere dei risultati. E così ho sentito delle risate: nella mente di certa gente, l’essere da soli è impossibile, triste e totalmente sfigato.

Nel 2014, mentre si cerca di parlare di indipendenza, di giovani che cambiano il mondo, di vite straordinarie, ancora si ride delle persone sole.

Ha detto che viaggia da sola, ovviamente. Che sfigata che è! Andrà in viaggio cercandosi qualche gigolò! Poverina!

Se avessi sentito queste parole da una ragazzina delle superiori non avrei fatto una piega: è l’età, è l’esperienza e l’ambiente dove si trovano – è il concetto di classe soprattutto. Ma no: un uomo. Fatto. Barbuto, grosso, quasi in carriera. Uno cresciuto.

Io non ci credo in questa esagerata stupidità delle persone. La prendo come una boutade: una cosa detta per riempire l’ennesimo vuoto conversazionale e accanirsi contro il nemico. Eppure andando a scavare è solitamente la verità incontrollata che viene a galla.

Mi chiedo: di cosa avete paura? Della solitudine? Venite a provarla: non è così spaventosa. Certo, bisogna abituarsi, ma non è la bestia nera che tutti pensano.

Altra domanda: avete davvero bisogno di tutta la retorica e il finto interesse da parte degli altri? Non sapete validare da soli le vostre capacità?

Ho lasciato perdere. Non mi sono scaldato, per una volta. Ho soprasseduto. Mi sono solo sentito triste – tanto triste. Mi solo sentito triste perché per l’ennesima volta mi sono sentito di dover giustificare me stesso, di dover giustificare tutti i pranzi in treno o per strada, tutte le volte che sono andato in vacanza da solo, tutte le volte che sono tornato a casa e l’unica cosa ad attendermi era il silenzio.

Purtroppo fa male. Ma sento di essermi risparmiato discussioni con uomini avuti solo per non stare da soli, di non aver mai illuso qualcuno, di non averlo mai minacciato e sottomesso. E un po’ sento anche di non aver mai compromesso quello in cui credo. Ma ne vale la pena?

Purtroppo fa male.

The Bling Ring.

Io arrivo sempre in ritardo sui film, quindi fate finta che sia il 2013 e questa sia una critica puntuale di qualcosa di appena uscito. Non lo è, ma insomma, mi ci vuole un attimo a macinare!

emma-watson-wallpaper-1050x700Ieri sera ho portato ad un nuovo livello la mia passione per Emma Watson, che amo e reputo la futura Meryl Streep – sapesse giocarsi le carte bene. Ha dimostrato di poter interpretare tanti ruoli diversi e di saper portare qualcosa in più ai personaggi, ma allo stesso tempo è rimasta se stessa: una ragazzina studiosa, appena laureata alla Brown, che è catapultata nel mondo di Harry Potter da troppo giovane, ma che è riuscita a districarsi bene. E ora è anche ambasciatrice per le nazioni unite in fatto di donne e generi.

Detto questo. Nel 2013 ha preso parte in The Bling Ring. La proposizione cinematografica diretta da Sofia Coppola di eventi di attualità. Bling Ring era il circolo di giovani californiani che, per noia e amore per la fama, hanno iniziato a derubare case di famosi prima di venir arrestati. I nomi sono abbastanza grossi: Paris Hilton, Orlando Bloom, Megan Fox, Lindsay Lohan… e i bottini infatti sono abbastanza tanto ghiotti.

blingCome in ogni storia di crimine organizzato c’è un capo banda: Rebecca. Rebecca è ossessionata dalla fama, dalla TV, dalle star del cinema moderno e vuole essere come loro. Ma ci sono cose che certe star si possono permettere e i comuni normali no: vestiti firmati, gioielli, stanze dedicate solo alle feste…

L’idea che hanno i ragazzi è molto semplice. Ed è facilitata dalla poca sicurezza intorno ai luoghi del misfatto: controllano dove sono le abitazioni dei più famosi di Hollywood e controllano i giorni in cui si trovano a party ed eventi lontani dalla California. Il gioco inizia con casa di Paris Hilton. Una prima volta così per divertirsi e poi una seconda volta con tutta la banda al completo.

Da Paris Hilton si va avanti di famoso in famoso, finché il gruppo non viene beccato e processato. C’è una morale dietro il film? Sì, ovviamente. Ma c’è soprattutto una paura per la nuova generazione, soprattutto americana: al primo posto, tra i problemi anche dei genitori, c’è l’interesse e il bisogno di essere famosi e riconosciuti. Il film si chiude con tanto di intervista e rimando ad un sito dettagliato con tutto quello che è successo e succede nella gloriosa vita di Nicki, una delle amiche di Rebecca.

E la cosa che fa più paura non è l’esagerazione di questa situazione, è il sapere che nasce tutto da un incidente reale, da ragazzi che sono così ossessionati dai personaggi famosi da permettersi di entrare in casa di sconosciuti, rubare vestiti e gioielli e mostrarli a tutti i compagni per alzarsi sopra la mediocrità della propria situazione sociale.