Cravatte.

Per alcuni, i funzionari dello stato sono personaggi malevoli che vengono visti con sospetto. Soprattutto nell’Italia in crisi del 2014. Non stiamo parlando dei poverini che lavorano in comune facendo i salti mortali, ma proprio gli strati più alti dei governativi.

Prima di entrare nell’argomento, notiamo che l’uomo è un animale. E come ogni animale vive di rappresentazioni fisiche del proprio stato sociale. Ma se non abbiamo piume colorate da sfoggiare, abbiamo sempre i nostri vestiti.

Ora vedrete che si torna in argomento: il primo simbolo (il più ovvio) di questo metodo di rappresentare la propria casta è la divisa. La divisa unifica i corpi (non si è più uno distinto da un altro, non si ha più una possibilità di scelta, si rappresenta la stessa istituzione), livella i propri rappresentanti in una massa unica e allo stesso tempo allontana dal popolo.

Se a noi, da lontano, la divisa racconta solo l’appartenenza ad un certo organismo, all’interno dell’organismo ci sono altri livelli che vengono rappresentati con stellette e gradi che complicano la situazione, ma lasciano un grado di mistero a chi non se ne interessa molto.

Aggiungiamo un elemento: ad un certo punto l’Italia è esplosa. Erano gli anni cinquanta e il boom economico ha complicato le cose. Crescevano i piccoli e medi imprenditori, l’urbanizzazione diventava fenomeno quotidiano e intorno a Milano si è ben notato il cambiamento con l’espansione dell’hinterland.

E ad un certo punto a Milano le divise sono diventate altre: quelle dei commessi, le livree dei bar del centro e – soprattutto – le cravatte. Il distinto signore in giacca e cravatta è stato sempre un personaggio importante nell’immaginario comune: impegnatissimo, impareggiabile e importante.

Era l’uomo di famiglia (solitamente una moglie casalinga e due bellissimi figli, un maschio e una femmina, nati a distanza di tre/quattro anni uno dall’altro, impegnati nell’oratorio, le domeniche a messa, con la colf e una casa piena di ricordi), era il padre padrone, quello che non doveva dimostrare emozioni e che portava a casa i soldi per la famiglia e poteva godersi come voleva le giornate.

Ecco. Siamo in un mondo diverso dal nostro: c’era bisogno di comunicare una calma e una tradizionalità che la guerra aveva spazzato via. Si era alla ricerca della normalità in serie.

Ma a sessant’anni dal conflitto la normalità non è più importante. I nostri capi sono donne (sole, sposate, con mariti che stanno a casa a curare i figli, con gatti, cani, hobby strani) oppure sono gay oppure sono uomini, ma qualcosa sta venendo a mancare: le cravatte.

Ci siamo resi conto che il vestito era pura ipocrisia: quasi disillusi da un’Italia che avanza, sempre bella e fiera del suo export unico al mondo. Ci siamo disillusi perché è arrivata la crisi. Ma alcuni hanno continuato e le cravatte sono ancora un pezzo importante del business (perché ora siamo internazionali) milanese e italiano. Perché questi portatori sani di vestiti antiquati hanno bisogno di darsi un tono. Ma purtroppo ormai non lo possiedono più.

Ho visto ragazzini intrappolati in cravatte. Quarantenni ragazzini nel cervello, in camicia, cravatta e giacca troppo larga: dei bambini che giocano a fare i grandi. Ho visto l’arroganza del loro vestito. E mi ha fatto un po’ ridere per l’ipocrisia: non è così che funziona. Perché se a prima vista il pacchetto colpisce la persona, scartandolo ci troverà poco niente.

Eppure così si continua. E si vende fumo, si raccontano idiozie, ci si perde in chiacchiere. Eppure così si continua. Ma la gente è stanca di vedere delle cravatte parlare, perché non hanno più nulla da dire.