Le dure regole dell’internet dating gay.

Ogni volta che parlo con qualcuno gay e sopra la trentina sento ripetere sempre le stesse cose: una volta non era facile come ora uscire con i ragazzi! Certo, ci sono sempre stati locali e serate dove andare, ma ora è tutto più facile e basta avere un computer. O uno smartphone.

Fosse così semplice. Nel senso: sì, l’accesso a siti come GayRomeo o a App come Grindr è una cosa istantanea, ma per poter far parte della comunità virtuale ottenendo un minimo di risultato bisogna seguire delle regole non scritte, che si imparano col tempo. Io alcune ne ho in mente, ma sicuramente non sono tutte né sono tutte corrette. Quindi, elenchiamo.

  • La parola d’ordine è leggerezza. Non bisogna sembrare disperati già dall’inizio. Questa cosa per altro me l’ha insegnata un mio ex: meglio scrivere solo “Ciao” nel primo messaggio, al massimo con un emoticon. Dietro quattro lettere c’è un mondo che vuol dire “ho probabilmente letto il tuo profilo e visto le tue foto, sono interessato quindi vedi di rispondermi indietro”. Per il resto nella discussione è sempre meglio sembrare leggeri e un po’ distaccati: non so quanti apprezzino le persone troppo bisognose
  • Tutti mentono, non farlo. Non è tanto un monito per cambiare il mondo, quanto un metodo per salvarsi. Tutti mentono, dimostrando di non farlo li sorprenderai. Tutti esagereranno sempre soprattutto in fatto di dimensioni. Basta dire di essere nella media e la gente sarà più gentile e disponibile.
  • Le foto dicono più di quanto pensi. Stai cercando una relazione seria, ma la tua foto di profilo sono i tuoi addominali. L’unica cosa che puoi sperare sono offerte di sesso o relazioni superficiali basate sull’aspetto. E non dare la colpa agli altri: è la tua foto che parla.
  • È inutile ripetere le regole del gioco. “Leggete bene il profilo” è una frase che si trova spesso. È inutile ed esasperante: è ovvio che se sono sveglio leggo il tuo profilo, ma se il tuo profilo è vuoto…
  • Non lamentarti delle regole. Lo sappiamo tutti che il mondo dell’internet dating è veloce. E quindi è ovvio che non si perde tempo a rispondere a chi non ci interessa: non facciamo gli offesi e diamo dei maleducati. Da esperienza, chi scrive queste frasi solitamente diventa pressante (“Ehi, ci sei?” “Perché non mi rispondi?” inviato dopo tre minuti. Forse perché ho una vita?). Rispondendogli si aprono vasi di pandora: mille richieste di risposta e/o messaggi in cui ci si incolpa di essere superficiali e disinteresasti.
  • Se non sei originale, non fare l’anticonformista. Ad esempio: rispondere “non ho perso niente” quando una persona ti chiede cosa cerchi è davvero fuori luogo, banale e un po’ sfigato. Te lo chiedo perché il tuo profilo è povero di informazioni, non perché mi diverta.
  • Non rispondere banalità. Se ti chiedo di dove sei non dirmi Lombardia. Lo so anche io, è scritto sul tuo profilo.
  • Motiva sempre le risposte e anticipa le possibili domande. Sì, abito in Brianza, ma lavoro a Milano. (E così si neutralizza la domanda “ma perché stamattina la geolocalizzazione ti dava più vicino?”).
  • Sii propositivo. Io faccio fatica a trovare spunti per discutere, se tu non mi dai una mano. La tipica discussione tra due persone ha i seguenti passaggi: 1) Ciao 2) Come va? 3) Piacere, mi chiamo X 4) Da dove? 5) Cosa cerchi?. Se io ti chiedo queste cinque cose e tu non mi chiedi nemmeno “e tu?” già iniziamo male e so che non hai molta voglia di dialogare, ma di andare al sodo. Se poi non fai domande o non aggiungi aneddoti su delle informazioni personali (“anche io lavoro in zona!” come “tutti i miei ex si chiamano X!”. Circa.) non potremo mai portare avanti un dialogo.

Non so. Mancano altre regole?

Su Ritratto di Famiglia.

Non mi aspettavo di voler pubblicare Ritratto di Famiglia come secondo libro. Da una parte perché in realtà, nella mia testa, il secondo libro era un altro ed è anche già pronto, dall’altra perché ho scritto questo libro così tanti anni fa che prima di rileggerlo pensavo potesse non piacere, proprio per nulla.

Sono stato fortunato, in tutti questi anni, ad aver avuto sempre dei lettori che volessero scoprire di più di quello che faccio quando non sono in ufficio. E durante il mio lavoro precedente ho avuto la fortuna di conoscere quella che è diventata una cara amica e con cui andrò a fare un giro a Londra nei prossimi giorni: è stata lei a convincermi che forse, anche se erano passati anni dalla sua stesura, potevo non buttare questo testo.

Non avrei mai immaginato, poi, di decidere di farlo uscire come secondo libro, perché nella mia testa c’era tutt’altro previsto. Ho ripreso in mano il libro e l’ho ricorretto e rimanipolato tutto, stando attento a dargli una forma più scorrevole e ad eliminare le incongruenze. Quando l’ho terminato mi sono sentito molto soddisfatto, allora ho detto: perché no? Ed ecco Ritratto di Famiglia.

All’inizio doveva chiamarsi I Wallarm. Non sono mai stato bravo a dare titoli (Home. ha avuto un brainstorming dietro che non potete immaginare, il titolo iniziale era lunghissimo, poi era in svedese, poi era questo) e infatti questo non mi piaceva né dava informazioni. Poi ho pensato che potessi sottolineare qualcosa di più del suo contenuto e ho scelto la versione inglese del titolo: Family Portrait. Ma poi mi sono detto che Ritratto di Famiglia avrebbe avuto un suono migliore, anche un po’ vecchia maniera.

A questa storia ci tengo abbastanza. Anche se probabilmente non lo scriverei più, ora, il concetto di famiglia e i rapporti tra le persone (amore, odio, vendetta…) mi hanno sempre affascinato e interessato. Perché c’è un mondo dietro, ci sono sempre storie da raccontare, ci sono dettagli da esplodere.

Per quanto non sia un libro strettamente a tematica gay (ma l’elemento è presente, anche perché mi faceva proprio gola ed era perfetto per la storia), credo sia uno dei punti importanti della mia scrittura e vorrei, in futuro, scrivere più libri che non si concentrino solamente sull’elemento LGBT.

Mi hanno detto che i personaggi “usciti meglio” sono il padre e la figlia minore, Jesse – e questa cosa un po’ mi ha spaventato: gli antagonisti della storia, quelli che hanno fatto provare più dolore alla famiglia sono sembrati, a quanto pare, i più reali.

Ho pensato seriamente, ad un certo punto, a capire quale fosse il futuro di questi protagonisti, ma non ho trovato risposta: forse vivranno per sempre in quell’autunno di novità che racconta il libro.

Ripensando a Home.

Ultimamente sto ripensando tanto a “Home.”. Ci sto ripensando perché sono abbastanza soddisfatto di quello che ne è stato: ho ricevuto tanti commenti positivi (e per positivi intendo anche gente che ha pianto) e mi chiedo quale sarà la sua evoluzione: magari rimarrà per sempre rinchiuso in questo blog, chissà.

In una parte remota della mia testa c’è la possibilità di scriverne un sequel. Con un tono estremamente diverso, una versione molto più frivola con problemi ben diversi – ma tra tutti i progetti che ho vorrei portare avanti altro.

Non so perché, ma l’idea della famiglia e l’analisi dei loro rapporti sta iniziando a non interessarmi più quando scrivo, però ogni volta che ripenso a Home. so di aver fatto il mio dovere. Forse avrei dovuto espandere lo spazio di alcuni personaggi, ma non volevo appesantire troppo il racconto: solo JK Rowling riesce a creare un testo con più di trenta personaggi senza renderlo un mattone incapibile.

Ogni volta che ci penso mi dico che forse Home. è stato l'”esordio” (se così si può chiamare) perfetto: io l’ho detto a tanti che questo libro è per tutti e ci credo ancora. È per i genitori che vogliono capire i loro figli adolescenti e la loro sessualità, è per quei ragazzi che iniziano a scoprire il mondo gay e non sanno come affrontarlo, è per quei non più ragazzi che vogliono ricordarsi gli incontri disastrosi della loro gioventù e riderci sopra…

A volte vorrei che fosse il manifesto per qualcosa. Nel senso: nulla di esagerato, ma che portasse avanti la causa, che facesse notare agli adulti, ai genitori, che non c’è nulla di male nell’avere un figlio gay. Che alla fine non cambia molto.

Si dà troppo peso alla sessualità dei propri figli, perché un figlio eterosessuale non racconta delle sue avventure amorose e non fa nascere immagini nella testa dei propri genitori che non si vorrebbero avere.

Quanti genitori fingono che i propri figli non facciano mai sesso? E perché? Per convivere meglio con loro. Per mantenere quell’immagine pura e solare dei propri piccolini tutti sorridenti che tornavano a casa da scuola con un disegno per la mamma e la facevano così contenta.

Invece appena si affronta l’argomento gay questo muro di finzione cade. Il piccolino non è più piccolino, ma potrebbe voler far sesso con altri maschi. E se da una parte prevale un certo schifo da parte dei genitori, dall’altra c’è anche della disperazione dove si pensa che i nostri figli probabilmente siano gli unici gay nel giro di chilometri e che quindi rimarranno per sempre soli, senza un futuro amoroso. E poi: essendo loro gli unici in chilometri, perché la sfiga casistica è capitata proprio alla nostra famiglia?

Ecco. Questo è quello che vorrei smettesse di succedere nelle famiglie, ma basta dare alla gente un libro del genere? O c’è bisogno di qualche altro intervento dall’alto?

Christopher and his kind.

Christopher_and_His_Kind_DVDHo avuto il piacere di vedere un film molto carino: Christopher and his kind. Il fatto che sia l’ennesima produzione della BBC che guardo un po’ mi spaventa, ma mi ha sorpreso come prodotto. Non mi aspettavo molto poiché avevo visto anticipazioni su tumblr – e probabilmente erano le anticipazioni più errate di questa terra.

Il film è tratto da un libro, che è un testo di memorie di Christopher Isherwood e della sua vita a Berlino. Il libro ha lo stesso titolo del film e in italiano è stato tradotto come Christopher e il suo mondo. L’edizione originale è stata pubblicata nel 1976.

Tutto è ambientato nella Berlino degli anni 30. Isherwood ha già pubblicato un libro, sua madre lo vorrebbe dottore, ma lui decide che è meglio viaggiare verso una terra più libera: Hitler non è ancora salito al potere e Berlino è la culla della trasgressione. Già in treno conosce un uomo, un gigolò, che lo aiuta indicandogli una stanza in affitto nel suo stesso palazzo, a Berlino ritrova un suo amico di infanzia che lo introduce ad un mondo di sesso e divertimento che non immaginava.

Isherwood qui conosce Caspar, con cui ha una relazione breve e illusoria, prima che questo sparisca: le immagini che più fanno il giro dal film sono da questa relazione, mentre i due fanno sesso abbastanza selvaggio nella propria camera e tutto il palazzo li sente.

Ma il vero amore berlinese del protagonista è Heinz Neddermayer, che scorge a spazzare dall’altro lato della strada rispetto al café dove sta scrivendo. Con la crescita del timore nei confronti del nazismo da parte della comunità gay, i due decidono di partire per l’Inghilterra che rifiuta di prolungare il visto al ragazzo. I due decidono quindi di partire e girare in Europa, ma Heinz viene arrestato e riportato in Germania.

Un personaggio molto divertente, leggero, ma anche molto passionale è Jean Ross: attrice che viene sedotta e abbandonata da un uomo che si dichiarava produttore americano.

Il film, al contrario di come viene presentato da molti, è molto drammatico. È un film di formazione: dalla gioventù leggera e dal sesso come bisogno irrefrenabile (che poi è la parte che fa parlare di più la gente) all’amore maturo e ai tempi scuri che hanno attraversato l’Europa a metà novecento. Sì, sono proprio soddisfatto di questa visione!

I maschi non devono leggere.

I maschi non devono leggere. Sembra un imperativo di questa nazione in cui viviamo, perché purtroppo, per quanto ci sentiamo moderni e avanzati, i maschi non devono leggere, che è cosa da donne, che è cosa per filosofi e per gente pretenziosa che capiscono tutto loro. Leggere, a quanto pare, non porta da nessuna parte. Si butta tempo, quindi meglio fare altro.

I dati continuano a confermarlo e in Italia solo le donne leggono. È un “solo” un po’ estremizzato, ma ci siamo capiti: già non è attività da italiani la lettura, poi ci troviamo in una disparità esagerata dove gli uomini si vergognano a dire di aver letto un libro. Perché non è attività per loro: loro sono maschi, forti, bruti, devono dimostrare di avere il potere con la forza e un libro non li porterà mai da nessuna parte. Cosa vuoi trovare in un libro? Solo favole!

Fa tanto tristezza pensarci. Queste problematiche di genere, che sono le più basilari e le più stupide e che una società moderna dovrebbe avere già sorpassato, da noi sono sempre valide. Perché l’uomo se legge non è un vero uomo, perché l’uomo è business man e non ha tempo per leggere, oppure è maschio e non ha bisogno dell’intelligenza, ma della forza.

Certo, poi non si ha la comprensione del testo necessaria per leggere un articolo di giornale, una circolare amministrativa, una mail di qualche collega o un contratto – e si resta fregati. Poi non si ha nemmeno la capacità di scrivere un messaggio e di spiegarsi, perché la lingua non è il suo forte, che tanto quella è roba da donne.

È roba da donne sì. Roba da donne perché la sociolinguistica (per quanto io non la sopporti) ha analizzato il modo di parlare e le attività delle donne nel mondo: più si sentono oppresse e più cercano di elevarsi con una parlata standard, con la lettura. Sono loro quelle che parlano l’italiano vero perché la società impone quasi che debbano essere sceme e senza cervello, per questo cercano di elevarsi in qualche maniera. Le donne non hanno la forza degli uomini, ma hanno la lettura: per questo c’è più narrativa d’amore che di sport, perché è un accesso alla letteratura, che le porterà ad affinare i loro gusti sempre di più.

I maschi non devono leggere. Perché c’è il calcetto ogni due sere che è più importante, al lavoro ci vanno in macchina, che i mezzi pubblici sono per le fighette, che prendono il treno solo se devono (magari perché lavorano in città) e quindi passano il tempo a martoriare telefonicamente colleghi che vedranno in pochi minuti – solo perché devono dimostrare di avere potere. Ma il potere non si prende sempre con la forza. Eppure i maschi non devono leggere.

9 gennaio.

Sono dieci anni che ci scanniamo, ma non abbiamo nemmeno bisogno di fare pace. Anche perché non siamo per le formalità: non ci sono regali da fare ogni anno, non abbiamo argomenti tabù tra di noi e non ci sentiamo perché dobbiamo, ma perché ci va.

Sono dieci anni che ci conosciamo e ci bastano dieci giorni assieme all’anno, lontani dall’Italia. A pensarci fa strano: anni senza vedersi, ora compagni di viaggio. Eppure, anche se ci vediamo per il 2,7% dell’anno, sappiamo cosa succede durante la giornata a tutti e due. E ne siamo, soprattutto, interessati.

Ti ho conosciuto che non sapevamo cosa sarebbe successo. All’inizio non ci sentivamo ogni giorno, non ce n’era bisogno. All’inizio ci chiamavamo con soprannomi stupidi che non abbiamo più portato avanti, grazie al cielo. A pensare a quei tempi mi ricordo poche cose, a parte la nascita di tuo cugino, la tua maturità e il primo progetto assieme, mai realizzato.

Ci abbiamo messo tre anni a diventare coppia fissa. Tanto che ora alcune persone ci contano come unità inseparabile e la cosa a volte ci irrita, quando scelgono un rappresentante per tutti e due e si dimenticano dell’altro. E ora sono dieci anni che ti conosco, dieci anni che festeggiamo questo giorno assieme.

Non riesco a immaginare un giorno senza sapere che cosa stia succedendo nella tua grossa e stramba famiglia e senza avere qualcuno a cui raccontare quello che succede in presa diretta, per ricevere consigli, anche se a volte sono solo acronimi da tre lettere.

Abbiamo tanti problemi a socializzare con gli altri, ci poniamo tanti limiti e tante remore, ma tra di noi non c’è alcuna barriera – e questo è quello che mi piace della nostra amicizia. Ci sono così tante cose che ci avvicinano, che anche se ultimamente i nostri gusti musicali si stanno allontanando non ce ne frega niente: avremo sempre quel cantante, quel concorso, quella canzone ad unirci. Avremo sempre una nazione, una lingua straniera e un genere musicale.

Avremo sempre la BBC, la Coca Cola e le nostre battute, le nostre immagini. Avremo sempre le nostre conversazioni pieni di sigle, che dall’esterno non sembrano avere molto senso. Avremo sempre questi ricordi, che mi fanno sentire fortunato.

Grazie di tutto, per questi dieci anni e per i tuoi ventotto anni. Sei stata più di un’amica, sei stata quasi la mia coscienza.

Sherlock (la versione ambigua).

Sherlock_BBCÈ ora di ammetterlo al mondo: ho un problema e si chiama essere fan di Sherlock. Senza “Holmes” in fondo: Sherlock la serie TV della BBC iniziata nel 2010 e attualmente alla sua terza serie. Che poi: le serie della BBC sono molto corte, quindi tre serie sono solo nove puntate.

Sherlock non è quello di Conan Doyle. O almeno: lo è, ma non troppo. I personaggi sono quelli, i nomi sono quelli, alcune caratteristiche pure, ma è un altro mondo, completamente diverso. È il 2010 e Londra è la città vibrante e caotica che si ricorda chi l’ha visitata negli ultimi anni.

Sherlock è giovane, un investigatore privato molto particolare: conosce bene la tecnologia, impara a memoria cose che ad altri sembrano inutili e vive nel famoso appartamento al 221B di Baker Street. C’è anche Mrs Hudson con lui che gli affitta l’appartamento e il primo giorno viene introdotto a John Watson, dottore tornato dall’Afghanistan che rimane affascinato subito dalle deduzioni di Holmes.

È uno show doppio, come tanti gialli: da una parte ci sono le storie personali dei protagonisti, dall’altra i misteri da risolvere. Una regia fresca, una fotografia perfetta, una recitazione fantastica e una scrittura complicata: Gatiss, Moffat e Thompson, grandi nomi delle serie televisive britanniche che si divertano a incrociare almeno tre o quattro storie a puntata, confondendo lo spettatore e poi risolvendo l’intera azione.

Ma l’altra parte dello show è quella più divertente: la BBC dimostra di essere una televisione pubblica per nulla interessata alle critiche e di non essere spaventata da certe realtà che in Italia riescono a bloccare qualsiasi show che metta in questione “la normalità”. Sherlock non ha una fidanzata. Non è capace di provare realmente affetto, non si è mai legato a nessuno. E poi arriva John.

Mi hanno preso in giro in tanti su questa cosa, ma lo show è davvero basato sull’ambiguità: la stessa Mrs Hudson dice a John che lui sembra di più il tipo di moglie che rimane seduta e lascia fare il marito, e lo capisce con uno come Sherlock. Poi Sherlock però ha una sbandata (più che una relazione) con una spia, ma lo show è chiaro: con John c’è qualcosa di più, anche in caso di fidanzamento dell’ultimo.

Il pubblico ama Sherlock: è uno show divertente, ben scritto e di tutto rispetto. Eppure prendere l’idea originale di Conan Doyle (che poi, in realtà, odiava Sherlock Holmes) e la rielabora inserendo un nuovo discorso sulla sessualità che non sarebbe mai stato affrontato nell’originale. Tanto per capirci: è come se i Promessi Sposi venissero ambientati nel 2010, con Don Rodrigo che vuole Renzo, i bravi che fanno parte della mafia gay milanese e via andare. Mentre nel Regno Unito nessuno si è lamentato (anzi, visti i consensi!) ho quasi il sospetto che in Italia il programma verrebbe spostato in terza serata, dopo Marzullo. E non credo di esserne felice.

Quello che resta.

Ci sono delle bottiglie in un angolo della cucina, sul pavimento, intorno al cestino che aspettano di andarsene, schiacciate. Una bottiglia di vetro vicina ai fornelli, i bicchieri buoni nel lavello e i calici di plastica rossi (uno meno di quanti eravamo) appoggiati qui e là, vuoti.

Nel frigorifero ci sarà certamente qualche avanzo di antipasto e la spazzatura è accumulata sul suo cestino, che magari in giornata ci penseremo a smistarla. La tovaglia è ancora giù: rossa carminio, sembrerebbe ricamata, in realtà è un’importazione dalla Cina. Me l’ha regalata mia madre l’anno scorso e sempre lei l’ha rovinata versandoci sopra la cera: la macchia è un’ottima scusa per organizzarsi con dei centro tavola.

L’albero di Natale è ancora lì che aspetta lunedì prossimo per sparire, di nuovo, in cantina. Le bibite ancora piene sono sul balcone che si raffreddano, l’unico rumore oggi è l’acqua che scorre nei caloriferi mal funzionanti e che non sistemerò mai.

I posti letto sono tornati solo due, avendo chiuso i divani, il treno per Bergamo è appena passato e torna il silenzio di tomba delle strade del paese in questa giornata. Per i prossimi quarantacinque minuti sarà così, poi arriverà quello per Milano, poi quello per Bergamo e ancora silenzio.

C’è un sole sorprendente. Non sembra nemmeno di stare in inverno, sembra di essere in un autunno infinito. Il bar sotto casa è aperto, ma per l’ora di pranzo abbasserà la serranda fino a domani: non c’è nemmeno la solita folla dei festivi, è troppo presto per tutti, è un giorno da passare in casa.

La prima lavatrice dell’anno è già stesa: dovevo farla ieri, ma non c’era tempo e avrei avuto casa invasa da vestiti. Ho già pensato a cosa c’è da fare domani in ufficio, oggi potrei dedicare la giornata a finire un progetto e sistemarne un altro, anche se ho un po’ sonno e non so quanto sarò reattivo.

Ci sono diversi messaggi sul cellulare: durante tutte le festività non ho mandato auguri di mia spontanea volontà, non per mal creanza, ma perché non riesco realmente a sentire la festa e la gioia di questo periodo. Preferisco il silenzio stampa. Mia madre scrive battute abbastanza divertenti via SMS, sento i colleghi e vedo la loro situazione, sento la mia amica che ieri sera non riusciva a non essere nostalgica. Ci sono anche messaggi davvero carini che mi hanno risollevato il morale.

Quello che resta dell’ultimo anno non dice nulla di quello che succederà nel 2014. È che c’è bisogno di ordine nella vita, quindi capodanno è solo un modo per darsi un nuovo inizio, ma se ci si pensa è un giorno in un flusso infinito: è particolare solo perché abbiamo bisogno che sia così, per spezzare e avere una scusa per ricominciare.

Ci sono delle canzoni che mi vanno più delle altre. E per sbaglio mi accorgo del loro testo.

Not that it matters, but I’m just finding my way. Everything matters ’cause at the end of the day I’ll take my tears and dry them, face my fears and fight them all. It’s such a beautiful, beautiful life.

Non so se crederci. Quello che resta mi dice di no.