1° Dicembre.

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È un momento difficile che non riesci a gestire se non reprimendo la paura fino a diventare isterico, rigido, cercando di essere il più naturale possibile, ma non ce la fai. Ad un certo punto ci pensi e speri di essere da solo, poi ti rendi conto che meglio così, poi decidi che no, hai fatto una stupidata.

Non è tanto l’essere lì che è la stupidata, è l’essere lì con lui. Perché puoi essere stato bravo quanto vuoi e puoi aver preso tutte le precauzioni di questa terra, ma nella tua mente c’è quel senso di tragedia che ti accompagna sempre e comunque. E hai sbagliato, ma non vuoi ammetterlo – con lui davanti, poi, come fai?

E hai sbagliato, ma sei lì. Almeno a redimerti. E tutti e due siete un po’ distanti, un po’ strani. Ma tu non ci fai caso come al solito, perché hai altro per la testa. E l’ingresso è un cancellino infimo, su un giardino, con una porta rovinata, con qualche sedia e qualche persona spaventata, che la guardi negli occhi e non commenti, perché è difficile, perché forse hai capito cosa gli è successo.

E grazie a Dio c’è lui, a parlare ogni tanto, a farti passare il tempo. Alla fine è meglio così: è meglio vederlo lì, anche se l’unica cosa a cui penso è che se dovesse arrivare una cattiva notizia lui cercherà di consolarti e poi scapperà. Oppure no – ma cosa faresti tu in quella situazione? O forse lo allontaneresti tu stesso e quindi…

E quindi siete a fare un test sull’HIV. E ti fanno compilare un questionario e mentre lo compili rivaluti tutta la tua situazione. È un momento topico. E non sai se gli altri si fanno le tue stesse domande: quanti avranno segnalato che hanno avuto rapporti a rischio? Quanti si presentano immaginando il peggio? Quanti invece lo fanno perché seguono le indicazioni che dà il ministero?

Tu siedi lì e cerchi di capire cosa ne sarà di te e di quella giornata. Un po’ perché sei drama queen, un po’ perché ci tieni che tutto vada bene – perché c’è altro che dipende da questo che deve andare bene. E intanto chiamano numeri.

E all’accettazione c’è uno che sorride, senza stare composto come dovrebbe. E nella saletta c’è una dottoressa spocchiosa, che non ha mai provato empatia per i pazienti in vita sua e ti dice informazioni cliniche in una maniera abbastanza scontrosa. E un po’ ti giudica. Perché non riesce a non farlo, perché nessuno probabilmente le ha insegnato le basi di psicologia. Perché è una scienziata non umanista, che sa trattare le malattie con distanza, ma è anche una persona. E vede delle persone. E non riesce a capirli.

Lui fuma una sigaretta, tu aspetti, lui dice cose, tu ne dici altre, ma non ricordi già che cosa sta dicendo. E poi ti chiamano – o almeno, urlano il tuo numero – e ti dicono – nemmeno entrato – che è tutto a posto. Urlando anche consigli abbastanza imbarazzanti e ti chiedi perché mai una persona del genere faccia quel lavoro.

L’infermiere invece è gentile. E simpatico. E ad ogni persona che esce sorridente regala sorrisi. E sai che con quelli meno contenti del risultato saprà rispondere a tono. Ed esci col sollievo e per i primi dieci minuti dovete riprendervi tutti e due e poi a lavorare. Ma più tranquillamente. E tornate ad essere quelli che eravate: a braccetto per la città, rendendoti conto della sua voce roca, del suo raffreddore. E tutto passa.

È il 1° dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS. È meglio sapere e prevenire.

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