Barcellona.

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Tutto quello che terrò di Barcellona è una terrazza. E io, seduto su una sedia, sotto la veranda piena di piante, a guardare un tavolino e due sedie di legno appena pitturate di azzurro pastello, a pensare che forse sarebbe meglio una vita così. Più facile, più senza pensieri.

Barcellona ha carattere. È l’unico posto al mondo che può permettersi facciate aggressive, decorate unicamente, con forme asimmetriche e giochi di colore senza sembrare un errore architettonico.

È una città di piastrelle sotto il sole, lucide e riflettenti, colorate ed estremamente caciarone, con una voce altissima e piena di vita.

È una città del mediterraneo, fatta di urla, di miseria, di gente che se ne frega e di gente senza maniera. Gente che parla e non ha paura di quello che dice, gente che litiga, che rivendica la propria nazionalità, ma anche un’altra.

È fatta di spiagge senza pudore, moderne e nemmeno troppo affollate. Piacevoli, dove passeggiare e dove sparlare, vicine alla città ma lontane dal rumore.

E Barcellona non ha orari: la notte è popolata quasi quanto il giorno e il silenzio è un optional. È una città fondata sul rumore, che arrivi a casa e ti sembra di vivere nel vuoto cosmico, che non si riposa facilmente pur cercando il relax.

E poi c’è una terrazza. Un edificio decadente, buio, pieno di scalini. Un androne scuro e stretto, che sale verso una luce accecante e troppo calda. Solo all’ultimo piano ti rendi conto degli affreschi che paiono di essere di un’altra era.

E sulla terrazza c’è uno strano silenzio sospetto. La strada è molto più in giù. E sei seduto su una sedia a contemplare dei mobili riciclati e ripitturati, in un tripudio di foglie che ti ricorda l’abbondanza.

È una casa bianca, piccola, da mare. Eppure ti fai mille domande e continui a fissare il futuro, che sembra così strano.

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