Perché siamo tutti un po’ Conchita.

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Mi ero promesso di limitare i commenti sull’Eurovision il più possibile, su questo blog, eppure. Eppure ieri sera è stata così particolare che dovevo parlare di almeno un partecipante: Conchita Wurst.

Sono dieci giorni che siedo in sala stampa a Copenhagen e ho imparato ad apprezzare – anzi, no, amare, visto che già apprezzavo – quello che c’è intorno al personaggio di Conchita.

Per me non è una novità. Due anni fa era salita sul palco della finale nazionale austriaca per cantare “That’s what I am” ed era arrivata seconda, per pochi voti. E forse siamo stati fortunati: la canzone era un po’ cliché per una drag queen e all’Eurovision non avrebbe fatto nulla.

Poi due anni dopo la televisione austriaca ha deciso di chiamarla e dirle che era il suo momento. E si sono preparati bene, perché l’Eurovision è preso troppo sotto gamba da alcuni, mentre gli austriaci sanno – o comunque hanno imparato, negli ultimi anni – che c’è qualcosa di veramente più grande. E che è un’opportunità per dire qualcosa a milioni di persone.

Tom Neuwirth ha sempre desiderato cantare su quel palco. Probabilmente è il desiderio di qualsiasi Eurofan (dovreste vederci ai karaoke a tema.) e probabilmente è questo suo essere Eurofan che ha avvicinato Conchita alla sala stampa. E anche il suo essere vero, genuino: divertente, per nulla diva, anche un po’ ingenuo, tanto da ammettere che immaginava sarebbe stato Israele l’ultimo a qualificarsi e non lui.

Tom ha partecipato (e avuto successo) in reality show con il suo nome. Poi un giorno ha deciso di inventarsi qualcosa di nuovo ma non troppo: una drag queen barbuta. E di tornare nel mondo dei talent show. Conchita ha avuto molto più successo di Tom e le motivazioni sono tante, una tra tutte la sua originalità.

E quest’anno ha avuto una grande possibilità: raccontare a tutti chi è, facendo quello che più ama. Io mi immagino i meeting: trovare una canzone adatta alla drag barbuta, che le persone tratteranno già con poco rispetto. Come si fa? Conchita ha una voce bellissima e potente. E sa stare sul palco. Quindi: rimescoliamo le carte, dimentichiamoci le canzonette da discoteca e lavoriamo su qualcosa di epico – una canzone da James Bond.

All’Eurovision è importante anche tutto il resto: il palco, le luci e gli sfondi. Ed è tutto così pulito, rifinito, splendente. Eppure non è esagerato, non c’è nulla che ti fa dire “che fenomeno da baraccone”, ti dimentichi anche del fatto che ha l’aspetto di una donna, ma con la barba. Ti dimentichi proprio che c’è la barba, anzi: la trovi come quel tocco in più.

Questo ci insegna molto. Perché vuol dire che c’è qualcosa in più in questo mondo, oltre l’aspetto. Che se c’è qualcosa da comunicare, se c’è qualcosa da raccontare, il resto passa in secondo piano. Conchita non è più la signora barbuta, è un’artista che ha una bellissima canzone.

E forse vorremmo tutti essere lei. Perché vorremmo smetterla di essere giudicati dall’esterno, da quello che si vede di noi, da quello che il nostro aspetto suggerisce. E vorremmo che le persone capissero di più che abbiamo un contenuto da esprimere, che è interessante e a cui teniamo.

Conchita ha dimostrato che per essere bravi non bisogna essere donne biologiche super sensuali o maschi barbuti super virili. Si può essere anche una via di mezzo. Ed è una cosa importante sia per la comunità LGBT che rappresenta (perché troppe volte, ancora, ci si ferma alla parola GAY e non si va oltre), ma anche per tutti gli altri, che hanno problemi ad essere loro stessi senza sentirsi giudicati.

Ieri sera, appena nominata la qualificazione dell’Austria, la sala stampa è esplosa in un applauso infinito. Perché siamo un po’ tutti Conchita. E per una volta vorremmo che vincesse qualcosa di più di una mera immagine.

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