Le Ciccionate.

A casa mia ci sono circa cinque o sei libri di cucina, rubati qui e là. Due o tre ricettari nati come promozione per qualche anniversario di una marca, gli altri sono un libro di Benedetta Parodi, uno di Jamie Oliver (preso più per lui che per le ricette) e uno su diversi modi di fare le crêpes (rubato a mia sorella, che non ricordava nemmeno di averlo).

Lo ammetto: i miei amici lo sanno, io non ho voglia di cucinare, non mi interessa particolarmente e sono uno che vive di piatti semplici e sughi pronti. Ma è naturale: dopo una giornata stancante di lavoro, la persona che tipicamente ama il cibo e ama cucinare si rilassa facendolo, io che ho l’ansia solo a vedere una pentola preferisco evitare.

1472049_753454691347438_1527457461_nIeri sera mi sono recato ad una presentazione di un libro di cucina. Non sono impazzito da un momento all’altro, solo che dal 13 novembre, in libreria si trova il frutto di una passione impegnativa che il mio amico Paolo porta avanti da anni: quella delle Ciccionate. Ciccionate è un termine che ho sentito ripetere tantissime volte, per poi ritrovarlo anche in televisione. A “I menu di Benedetta” era stato introdotto un personaggio – Francisco – che avrebbe preparato qualcosa di più informale e vicino al popolo universitario: un insieme di ricette veloci con avanzi, ingredienti trovati all’ultimo, con tempi e modalità davvero molto semplici.

È un libro di ricette facili, ma anche un libro di comfort food. Ovvero di quel cibo che non è junk food, che (a volte, non sempre) ha ingredienti sani e che dovrebbe aiutarci nei momenti peggiori. Io li proverò a breve, perché il weekend pre partenza (mercoledì: Stoccolma) sta diventando difficile da gestire e non ho ancora mangiato a casa una volta, ma potete già scoprire qualcosa di più sulla pagina Facebook dedicata.

Non ero sicuro di voler parlare del libro sul mio blog: non recensisco libri di cucina, non ne sono capace e so di non essere la persona giusta per farlo, ma quello che mi è piaciuto davvero di ieri sera, quello che ho davvero tanto apprezzato è stato l’ambiente in cui ci siamo trovati. La presentazione è stata molto efficace: la giornalista Caterina Varvello ha aiutato molto i due autori a parlare delle motivazioni e del lavoro che c’è stato dietro a questo libro e ha reso molto divertente e simpatica la presentazione.

E poi ci siamo trovati tutti intorno ad un tavolo a brindare al libro: per una sera mi è sembrato di vivere in un mondo fantastico, pieno di felicità e di amicizia. Ho conosciuto web pop star italiane, ballerini, rivisto amiche, avuto a che fare con personaggi di cui ho solo sentito parlare, ma che ormai nella mia testa avevano vita propria.

E ho capito – ed è per questo che ne ho parlato – che la costanza a volte premia davvero. Che ci vuole passione per fare qualsiasi cosa, che sia un libro di cucina o cantare. E sono stato davvero bene.

Venere in metrò.

Milano non è una sola. O almeno: la gente che ci vive non appartiene a una sola sottocultura: dopotutto il milanese non esiste più, è tutta gente che ha lasciato la provincia, che ha cambiato regione, stato. C’è un punto, a Milano, dove si incontrano tutte le sue culture: il Duomo. Signore impellicciate, designer omosessuali convinti che la bellezza salverà la specie, ragazzini di provincia che hanno bigiato la scuola, artisti di strada… come insegnava il mio professore di Studi Culturali: quando negli anni sessanta è arrivata la metro in Duomo, il piccolo popolo si è mischiato ai ricchi.

Milano è una città complicata. Ma forse nemmeno così tanto: c’è un torinese, un torinese che Milano non l’ha mai vista – non è nemmeno salito su un Italo o un Frecciarossa per vederla – e che ha scritto un intero libro ironico e grottesco su Milano. Anzi, su una Milano: quella dei nuovi ricchi e dei giovani rampolli, tra coca, Armani e via della Spiga.

culicchia-660x1004Lui è Giuseppe Culicchia e il libro si intitola Venere in metrò. L’ho trovato per sbaglio in biblioteca mentre cercavo ispirazione su cosa leggere. È stato quel “metrò” che mi ha attirato: solitamente è il simbolo di una sola città in Italia, seppur sia presente in tante altre. E infatti era su Milano. E la quarta di copertina parlava di una stramba sessione da una psicologa.

Culicchia ammette di non aver mai visto (inteso dettagliatamente, avendoci vissuto, avendola respirata tutti i giorni) Milano, ma di aver fatto tutto utilizzando Internet – ed evidentemente la città è un cliché unico. O almeno: questa “sottocultura” cittadina lo è.

Gaia ha 38 anni. Un marito che non vuole crescere e va a fare “snao” (snowboard, come lo chiama lui) ogni weekend a Sesto San Giovanni (…sì.), una figlia Elettra di dodici anni che fa la Vampiretta e gira con chiodo, trucco pesante e ama mordere le persone, una madre che chiama incessantemente e un amante che le dice che lascerà la moglie il prima possibile, ma poi…

La vita di Gaia è quella che tutti vorrebbero. Quella che tutti definiscono la bella vita, una vita spensierata: mangiare tutti i giorni nel quadrilatero della moda, ogni venerdì con le amiche (Solaria, con la mania di usare la parola “figa” ogni due per tre – come molti milanesi, in effetti – e Ilaria, con l’abitudine di dire parole in inglese ogni metà frase) in qualche locale, mentre loro adocchiano broker o pseudo tali, mentre la figlia azzanna “peruperu” (le sudamericane che le fanno da tata) e i soldi non finiscono mai.

Lei guida una Range Rover Evoque con interni disegnati da Victoria Beckham, in casa ha solo Perrier, veste Marc Jacobs, Miu Miu, Moschino, va a sfilate, va al salone e al fuorisalone. Ha inviti a feste in case al mare in Tunisia, crede nel Pilates, nelle tisane, nella chirurgia estetica e nella sua psicologa che non parla mai – mai. E la lascia sempre con delle riflessioni, che sono delle citazioni criptiche, forse vuote.

Il tutto narrato in prima persona: dal primo momento ho odiato Gaia. Era la tipica arricchita snob, di quelle che hanno il potere, credono di avere in mano la città e che non hanno mai visto la gente comune, non sono mai scesi dal loro piedistallo. Quando sono iniziate le disavventure un po’ ho goduto. E poi ho avuto un attimo di difficoltà a capire perché mai continuasse a ignorare i problemi e lasciasse la nave affondare.

E poi comunque ho capito che anche io ero un po’ prevenuto nei confronti di Gaia, che anche lei aveva problemi suoi, che la vita non era così senza pensieri. E ho capito la grandiosità di un libro del genere: non solo un’ironia, una beffa alla società, ma una gran riflessione sulle vere problematiche di una vita.

ARTPOP.

Io posso dire di averlo detto. C’è una tesi depositata all’Università degli Studi di Milano ben due anni fa che aveva previsto questo. Io, Cassandra della Brianza, sono abbastanza soddisfatto delle mie previsioni e sto seriamente pensando di andare a salutare il mio relatore della triennale, ricordandogli che cosa avevo scritto.

Diciamo che è iniziato tutto a novembre di tre anni fa. Mi sono presentato nell’ufficio del professore di Estetica e gli ho detto che avevo pochi esami ancora, prima della fine del percorso universitario e che avrei voluto sviluppare una piccola ricerca che parlasse della creazione e il mantenimento di certe icone pop. Lui era l’uomo giusto: il professore di Estetica più attuale d’Italia. Mentre alla magistrale ho avuto il piacere di studiare l’estetica del teatro settecentesco (…alcune cose le ricordo ancora, giuro), alla triennale abbiamo parlato di tutt’altro: Duchamp, Amy Winehouse, Heidegger, Claudio Baglioni… sarebbe troppo lungo spiegarvi il collegamento tra questi, ma c’era.

Mi sono seduto nel suo ufficio e gli ho detto che avevo pensato all’analisi dell’icona pop attuale, magari parlando di Lady Gaga e i suoi metodi di comunicazione? Sembra interessante, facciamolo.

lady-gaga-artpopNon è stato male, giuro. Un’esperienza divertente e più rilassante del resto dell’università (per quanto io ci abbia messo ore e ore per scrivere poche pagine, ma voglio dire. Capita.), però qui e là intuivo che il passo successivo della cantante sarebbe stato rivisitare la Pop art. E ieri è uscito ARTPOP, un modo come un altro per darmi ragione.

Lo ammetto. Sono affascinato da Lady Gaga: è la case study perfetta per chi ama la comunicazione. Piena di inventiva, novità, esagerazione, regole ferree ed errori che ogni studentello di comunicazione che si rispetti sarebbe soddisfatto. Lei ha essenzialmente giocato con noi: prima si è presentata come la ragazzina party hard, interessata solo a ballare e svagarsi. E poi ha dimostrato che c’era qualcosa di più, di più teatrale. E una voce che molti invidiano.

Ha rincarato la dose fino a questo CD, aumentando i riferimenti culturali ed artistici. C’era un’urgenza di dire qualcosa di più della tipica popstar americana, che probabilmente questa cosa ai suoi connazionali non va giù: Lady Gaga è roba per europei. È il rilancio della musica elettronica (che, come ben dice il mio amico Simone, è il nuovo rock, per rispetto e timore delle istituzioni musicali) misto a gran spettacolo disinteressato dai vincoli di una morale esagerata e piena di controsensi.

È crossmediale, è alta e bassa, è un’intera esperienza comunicativa, non solo un’artista. È una rappresentazione.

Ma riprendendo il mio percorso di studi, un giorno ho deciso di dare un bellissimo esame chiamato Metodologia della Critica Musicale. Quindi, dall’alto di questo riconoscimento posso parlarvi anche del contenuto proprio, liberato dalla sua immagine. ARTPOP è elettronica contaminata: già di moda con Avicii e il suo utilizzo del soul in “Levels”, Gaga mischia un genere abbastanza “alto” e rinnovato e lo riempie di suoni americani. Le linee della sua voce a volte sono blues, a volte puro rap nero e a volte corali. E i testi: c’è qualcosa di più delle semplici ballad d’amore. Tanto che lei stessa ha trasformato quella che si chiamava “I wanna be with you” in “Dope”, riscrivendo l’intero testo e affermando che “I need you more than dope”.

Dall’altra parte dovremmo essere tutti orgogliosi di questa artista, perché sotto sotto dimostra che l’Europa non ha nulla da temere quando si parla di successi internazionali. In questo album diverse canzoni sono prodotte da Zedd (Germania), Madeon (Francia), mentre tante delle hit precedenti della cantante sono state prodotte da RedOne (Svezia) e Space Cowboy (Francia).

A primo ascolto tutti si innamorano di Donatella. Sì, Donatella come Versace, Donatella come bionda, ricca, stronza, upperclass, costantemente a dieta, marlboro light e champagne. Rimangono comunque gioielli Dope, unica ballad del disco, Venus, prima canzone prodotta interamente da Lady Gaga, molto corale e molto trasversale temporalmente (sa di fine sessanta, ma il suono può arrivare anche dagli ottanta) e ARTPOP, dove sta la chiave di interpretazione dell’arte contemporanea: could try to sell you out or I could show you all the reasons why my ARTPOP could mean anything.

Ritratto di famiglia.

familyportraitÈ una piovosa giornata di novembre. Siamo in un piccolo paese della campagna britannica e due donne stanno tornando a casa. È stata una tranquilla giornata di lavoro, eppure c’è qualcosa che sta per accadere: una piccola bomba di parole le aspetta a casa. Vivono ancora con i loro genitori, a differenza dei loro due fratelli. Il padre, Abraham, è un vero patriarca: vive tra la piccola tipografia di famiglia e la chiesa, non sopporta l’ostentazione di emozioni e del lusso e vive la sua vita in una casta sobrietà. Abraham è il leone che protegge il branco, è il legislatore e il tiranno, è l’uomo che ha sentito la responsabilità.

A fianco di Abraham sta Delilah, la moglie e angelo del focolare: una vita di sacrifici per crescere quattro figli, quattro gravidanze in circa vent’anni, un matrimonio da giovane e una vita a cucinare, pulire, pregare, assecondare il marito. È contraria a quello che sta per succedere, per questo è nervosa e sta sfogando la sua rabbia sul coltello che tiene in mano.

Jordan, la figlia femmina maggiore, seconda in ordine di nascita, sente subito questo cambiamento d’umore. Jordan vive in un mondo analitico, freddo, riflessivo: da suo padre ha preso la determinazione e la capacità di non esternare emozioni. Ha imparato a conoscere i meccanismi della sua famiglia e affettarli in sezioni da porre sotto il microscopio.

Dietro di lei sta Jesse, la piccolina, la più giovane, la preferita: segue il padre e la madre in chiesa ogni domenica, è ben conosciuta in paese e ama dare una mano ed essere utile alla società – in cambio di qualche succoso pettegolezzo. L’idolo di Jesse è suo padre: non c’è nessuno che abbia più ragione, che sia più intelligente o forte.

Abraham apre bocca per far sapere che le ultime analisi hanno diagnosticato un tumore: il leone è ferito.

Tocca a Jordan, la più distaccata dalla situazione, il compito di telefonare agli altri fratelli. Jonathan, il più grande, si è sposato anni addietro e vive sul mare con sua moglie Clarissa e i suoi due figli. Suo padre non è contento di lui e del suo lavoro: Jonathan è un giornalista. Anzi, è un anchor man – presenta il telegiornale serale. Fosse stato giornalista sarebbe stato meglio: il mondo della televisione è depravato, la gente che ci lavora è solo egoista e narcisista.

Ma Abraham è ancora meno contento del suo terzo figlio: John. Eppure lo aveva educato così bene! Eppure l’ha cresciuto con gli stessi standard dei suoi figli! Eppure John è gay – e l’ha saputo da Jesse – e un figlio del genere non si può perdonare, tanto che, quattro anni prima, quando la notizia era arrivata in casa, la decisione era stata monumentale: fuori da quella casa, senza pensarci due volte.

Però ora in casa è arrivato un altro ospite: la malattia. I figli vengono richiamati, ci sono cose non dette da mettere sul tavolo e ci sono novità da raccontare.

Benvenuti in casa Wallarm. Benvenuti nel mondo di Ritratto di Famiglia, il mio nuovo libro – disponibile su Amazon.

Sitcom, personaggi e storie.

Un po’ come tutti, anche io ho le mie serie televisive preferite. Anni fa ne seguivo diverse, ora sono sempre meno e sempre più britanniche – che non so se sia realmente un bene. Ogni tanto ritorno a guardare le serie passate, anche perché o si è estremamente fedeli e le si guarda senza distrazioni, oppure finisce sempre che ad ogni visione si scoprono cose nuove.

will+&+GraceUna serie che ho guardato mille volte alla nausea, che ricordo benissimo ma che amo e almeno due volte all’anno riguardo da inizio a fine è Will&Grace. All’inizio doveva essere solo una sitcom, ma poi ci si è resi conto che i personaggi erano ben definiti e rappresentavano un mondo interessante per le persone che lo seguivano. Le situation comedy, in quegli anni, difficilmente avevano uno sviluppo lineare, tanto che a volte nelle repliche (o nei DVD ufficiali) l’ordine delle puntate cambiava senza problemi, perché i personaggi non cambiavano mai, le situazioni rimanevano immutate – un po’ come nei Simpson o nei Griffin, dove alla fine si torna sempre al punto di partenza.

All’inizio anche Will&Grace doveva probabilmente essere così: un avvocato gay che dice alla sua migliore amica di non sposare l’uomo che la aspetta all’altare. E la migliore amica lo ascolta – e poi si trasferisce in casa sua. L’idea di fondo doveva essere: due single che si scambiano storie, accompagnati da due personaggi secondari, quasi macchiette, che avrebbero solo fatto incursioni.

Will è l’uomo che molti gay vorrebbero essere. In carriera, con un appartamento di proprietà ben arredato, gran cuoco e soprattutto non stereotipato. Certo, l’intero telefilm si basa su certi contrasti e cliché per portare una risata, ma il personaggio di Will è ben caratterizzato: è un uomo forte e determinato sul lavoro, che non ne capisce molto di relazioni, che tiene molto alle sue amicizia prendendosene cura.

Grace è  la donna di Will. Se Will fosse stato etero si sarebbero sposati, ma non ce n’è bisogno: Will sa tutto di Grace e non l’abbandonerà mai per un’altra (anche perché conoscere da zero qualcuno costa molta fatica). Grace usa il suo essere ebrea come scusa per qualsiasi cosa, è un po’ pigra ed egocentrica.

E poi ci sono Jack e Karen. All’inizio dovevano essere dei personaggi di supporto che non si sarebbero mai incontrati, ma come spesso capita, il pubblico li ha apprezzati abbastanza da volerli rivedere più spesso (stessa cosa è successa con Marc St James in Ugly Betty, ad esempio).

Jack è egoista, narciso, sgualdrina e leggero. Non c’è altra definizione per Jack: vive sulle spalle di Will, si diverte con diversi uomini, vive per relazioni frivole e non ha un lavoro vero e costante per tutta la durata del telefilm. Karen invece è ricca, bella, ubriaca, drogata e totalmente inappropriata. Eppure c’è un barlume di umanità in lei che piace.

Will&Grace è stata una sitcom che ha cambiato il modo di vedere il mondo omosessuale: non c’erano più gay trasgressivi, effemminati ed esageratamente libertini, ma persone comuni che cercavano l’amore – dello stesso sesso, ma l’amore. Quello che Will&Grace ha insegnato alla gente è di non discriminare, perché siamo tutti uguali.

Eppure.

Eppure attualmente, ed è una cosa che mi dispiace tanto, i telefilm gay non sanno far altro che parlare di sesso senza morale. E di trasgressione. I gay dei telefilm non sono più avvocati casinisti con performance sessuali rare e nella media: sono novelli Casanova che si possono permettere menage-a-trois con sconosciuti conosciuti in metropolitana e i loro coinquilini (!), che non è festa senza fumo (!), che vivono solo di notte, che non possono avere un partner fisso pena essere noiosi, che non possono avere dei lavori normali, perché loro sono la moda, le PR, i soldi della grande città.

Io sarò noioso, ma ridatemi cento volte Will&Grace e i loro imbarazzanti messaggi registrati per la segreteria telefonica.