Inizia tutto con un battito.

In una giornata oziosa (sono ancora a letto che scrivo, finalmente un po’ di relax!) riesco finalmente a ringraziare Frohike per avermi ospitato sabato scorso e per avermi fatto passare una serata divertente dove sono riuscito a parlare di estetica, immagine, cultura e tanto altro. Ho dovuto percorrere 65Km per trovare un posto del genere e ne sono davvero contento. Questo è il testo che ho letto, presentazione del percorso artistico dell’associazione.

Inizia tutto con un battito.

Cardiaco, di ciglia, di ali di farfalla, un battito e un levare, un colpo a terra, colpo di pedale, due colpi di pedale, un rintocco di campana.

Inizia tutto con la natura.

I suoi suoni, colori, i materiali, la terra, gli animali, gli alberi, la carta, il carboncino, del cotone, delle emozioni.

Passa tutto attraverso la tecnologia.

Onda quadra, armoniche, dati, uni, zero, bit, byte, bip, distorsioni.

Una volta eravamo musica. Una musica che saliva dal sottosuolo, che usciva dalle cantine, che si nascondeva dietro il buio, che affascinava poca gente.

Ora siamo cultura. Visuale, musicale, naturale, etnografica, dirompente, tradizionale, non convenzionale, alta, bassa, disinteressata.

Perché il percorso è naturale: cresciamo e capiamo i nostri interessi, li allarghiamo. A volte ci sentiamo spirituali, a volte non possiamo fare a meno del materiale. Assaporiamo il mistero e poi impariamo a razionalizzare. Ci chiudiamo in noi stessi per cercare di capire gli altri.

Abbiamo grandi progetti per cambiare il mondo, al massimo abbiamo cambiato noi stessi. Abbiamo grandi progetti, ma non spingiamo con forza i nostri ideali. Ci facciamo sentire perché ci siamo anche noi, perché non esiste solo la massa, perché ognuno può parlare, perché forse crediamo nella libertà del virtuale.

Abbiamo grandi progetti, ma ci accontentiamo della nostra piccola provincia: non abbiamo bisogno di finta multiculturalità per sentirci vivi, sappiamo già di essere strani, diversi, complicati e stranieri tra di noi.

Abbiamo grandi progetti, ma siamo realisti. Si parte dalla cultura, si arriva in poche case e ci si accontenta – non per snobbismo, ma perché è tutto una partenza.

9/11.

Per la prima volta in giorni mi sono svegliato e mi son chiesto che giorno fosse. Ultimamente penso tanto ad anniversari e appuntamenti, quindi come prima cosa alla mattina mi ripeto la data. Quando mi sono detto “undici settembre” è suonato strano, perché nella cultura occidentale questa non è più una data – è un evento. È un meccanismo semplice, associare un ricordo ad una data, lo facciamo tutti. È come dire venticinque aprile in Italia: tutti sanno che è festa e tutti sanno – spero – che rappresenta la liberazione dell’Italia dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. È come dire la data di nascita, un anniversario di matrimonio, un giorno importante per la nostra vita.

Sono passati dodici anni. Sono passati dodici anni e ancora si parla di quel giorno, anche se lo si celebra meno (in Europa, almeno). Sono passati dodici anni e sono stati pubblicati così tanti libri: è stato un momento che ha, circa, cambiato la vita a tutti.

Una cosa delle grandi tragedie è che ci permettono di ricordare ciò che stavamo facendo quando accadute. Io ero a casa di una mia amica, cento metri di distanza da casa mia. Mancavano ancora due giorni all’inizio della scuola ed era un’estate di passaggio per tutti: finalmente avrei raggiunto gli altri del paese alle medie e discutevamo della serata in cui si sarebbe chiuso, finalmente, il Festivalbar di quell’anno. Probabilmente avevo fatto un errore io di valutazione: la serata finale era prevista per il mercoledì, il giorno successivo. Questo dettaglio rimane con me da anni: tuttora quando penso a quel giorno, penso sia mercoledì.

E poi sono tornato a casa. Mia madre era seduta sul divano, non l’avevamo ancora fatto rifoderare e aveva quel tessuto a foglioline verdi di cui ci siamo stancati, dopo vent’anni che stava in quel soggiorno. Era seduta al centro e guardava la televisione stupita. In mano i ferri per fare la maglia, le finestre di casa aperte e la televisione fissa su quel video che è probabilmente più famoso di qualsiasi video di qualsiasi pop star di questa terra.

Quel giorno abbiamo scoperto la guerra. Per tutti noi era un affare finito, andato, perso. Una di quelle cose che ti raccontavano a scuola con i bisnonni più longevi che venivano a narrare le vicende, tra un italiano e un dialetto che faceva irrigidire le maestre. Era un periodo da documentario, lontano da noi.

Eppure in quel momento abbiamo capito che la guerra era ancora con noi. Non era solo in medio oriente, poteva anche arrivare nelle nostre case. La guerra era da noi – per quanto questo noi fossero gli Stati Uniti, che hanno sempre guardato su noi europei come quelli che abitavano oltre l’atlantico e andavano salvati e civilizzati, quel filmato ci ha avvicinato. In un secondo eravamo tutti a Manhattan.

Quel giorno abbiamo scoperto la paura. Può sembrare banale, ma lì ci siamo resi conto che anche a fare i panettieri potevano finire martiri di guerra. E la paura è aumentata con Madrid e Londra: treni pendolari e metropolitane, simboli della nostra civiltà, del nostro vivere, dei nostri paesi di provincia.

Gli americani lo chiamano “9/11”, detto “nine-eleven”, come scrivono loro le date. Un numero che sembra una frazione incompleta, come se mancassero due undicesimi per arrivare alla fine. Ma ci sarà mai una fine di queste situazioni? Fintantoché la risposta sarà la guerra, no. Fintantoché la risposta sarà “esportare la democrazia”, no. Eppure sembra così difficile capirlo.

Il limite.

Con un’apparizione a ciel sereno, mi sono reso conto di essere attratto dal limite. Quel luogo strano e buio verso cui certe situazioni tendono; quella linea piena di fascino e morbosità che a volte è un vaso di Pandora. Quel posto dove si lotta per rimanere in piedi o finire giù dal dirupo.

Il limite è in ognuno di noi. Anzi: ognuno di noi è un insieme di limiti e barriere. Molti rimangono il più lontano possibile da quella linea, quel punto di non ritorno, perché sentono di non poter affrontare ciò che c’è oltre, hanno paura di cosa potrebbero scovare dietro quella parete, perché è un punto dove le cose cambiano rapidamente.

Ho visto il limite con una certa chiarezza. Mi ha fatto capire molto delle situazioni altrui: se da una parte ci sono quelle che non vogliono avvicinarsi al limite, dall’altra ci sono quelle che camminano in fila, costantemente sbilanciate verso il vuoto, affascinate da un mondo che non conoscono.

È abbastanza facile essere attratti dal limite quando si è stanchi. È uno strano misto di fascinazione e novità, di speranza in un luogo nuovo e in situazioni inaspettate. È la ruota della fortuna: potrebbe tutto migliorare, come potrebbe tutto peggiorare o rimanere immutato. Eppure c’è quella piccola percentuale di possibilità che…

Il peggio è quando si è in due su quel limite. Eppure ci si dovrebbe aiutare, eppure ci si dovrebbe sostenere a vicenda, invece… invece ci si tiene per mano e ci si chiede che fine si farà. In realtà nel momento in cui si mette il piede su quella linea invisibile il primo pensiero non è che fine si farà, ma se la si farà davvero, se si sarà così coraggiosi da andare oltre e scoprire delle sfaccettature di relazioni che non si possono prevedere.

Il baratro a volte finisce nel senso di colpa. Come il ritrarsi improvvisamente da quel momento, molte volte, ci toglie tutta l’adrenalina in corpo e ci dichiara, ufficialmente, colpevoli – o quasi colpevoli -, ma soprattutto deboli. Deboli, peccatori, colpevoli, disgustati, impauriti… ciò che non uccide, ma ciò che spaventa ancora di più lascia cicatrici che possono fare male e allontanarci da alcune persone.

Ci sono relazioni che andrebbero vissute nei momenti corretti, eppure molte volte Crono si diverte e gioca con noi. Conoscere la persona nel momento errato, nel posto errato e nello stato di mente errato ci aiuta soltanto a vivere situazioni ancora più difficili e ancora più dolorose.

E ci avviciniamo al limite per vedere se rompendo quel cordone che ci allontana dal punto di non ritorno, rompiamo questo momento di disavventure e dolore per entrare in una nuova era.

Ma poi ci ritraiamo, feriti. Riposiamo un attimo e poi torniamo lì, a tendere di nuovo al limite.