Gauguin.

Alla fine scrivo su questo blog quasi sempre di Domenica. Che è probabilmente il giorno meno problematico della settimana: anche se è agosto bisogna correre ogni giorno, perché gli altri sono stanchi, perché non hanno voglia, perché hanno altro da fare e perché c’è l’orario del sabato sulla linea metropolitana e quindi…

Quindi sono abbastanza stanco almeno sei giorni su sette. E nel weekend pulire casa stanca ancora di più. Ieri sera, comunque, mi sono lamentato abbastanza della mia vita col mio amico Marco e non vedo l’ora di far sapere quello che penso e quello che mi passa per la testa ultimamente ai diretti interessati.

La serata, comunque, non è stato un lamento unico. Ad un certo punto la discussione si è volta verso la mitologia (ho scoperto così tante storie della mitologia indiana e giapponese che avrei preferito anche evitare. – mentre quella greca rimane sempre spassosa e delirante), verso l’estetica (la definizione di estetica moderna e passata. L’estetica dell’aisthesis, del percepire, del sentire. Quanto mi mancano gli studi) fino all’arte.

3 Paul Gauguin-visione dopo il sermone

Ieri sera ho tirato fuori dalla mia memoria tre dipinti di uno dei pittori che apprezzo di più: Gauguin. Inizia tutto con un bel quadro chiamato “La visione dopo il sermone”. Potrei raccontare la storia che c’è dietro alla tecnica, dietro a questo desiderio di rappresentazione quasi esotico, ma io davanti ad un quadro non riesco ad essere troppo analitico: ho sempre avuto problemi con quelle descrizioni da libro di storia dell’arte con frecce che vanno da tutte le parti e simbolismo a volte forzato. Quello che vedo io è un popolo in adorazione, in un fervore religioso così importante da riuscire a rivivere le scene eroiche della Bibbia davanti ai propri occhi. È un quadro che colpisce per i contrasti di colore (la metà superiore è coloratissima, quella inferiore scura e di mezzo c’è tutto questo bianco), ma anche per la tecnica di rappresentazione insolita per qualcosa di religioso.

Gauguin_Il_Cristo_gialloIo ricordo bene le lezioni su Gauguin alle medie e in quel secondo anno delle superiori dove siamo andati fino a Brescia a vedere l’arte. Da una parte questi quadri mi attirano perché davvero colorati (è inutile dire che il giallo è sempre stato il mio colore preferito), dall’altra per quello che immagino guardandoli. È tutto così simbolico, ma tutto così reale. La presenza di un Cristo crocifisso, dalla pelle gialla (forse una rappresentazione più accurata di quella solita occidentale: dopotutto era un ebreo di duemila anni fa, certamente non era bianco dagli occhi azzurri e i capelli quasi chiari, come ci viene propinato da qualsiasi volantino di “propaganda” per far sembrare il Cristo più vicino a noi – sembra che le persone per credere debbano ormai sottostare al marketing.), mentre le donne lavorano e pregano (quello che in realtà facevano nella Francia di quegli anni) e gli uomini, sullo sfondo, lavoravano ai campi, disinteressati.

Paul_Gauguin_071Ma la cosa che più preferisco di questo pittore, è l’andare contro i canoni tipici: Ia Orana Maria lo dimostra abbastanza bene, con una vergine tahitiana dalla carnagione scura. Il periodo di Tahiti di Gauguin è sempre il più affascinante: è quasi un’antropologia dell’isola. Per un periodo di tempo sognavo di andarci in questa Tahiti colorata e selvaggia (ma immagino le cose siano davvero cambiate da quel periodo), anche perché dipingere qualcosa del genere racconta di una libertà espressiva… siamo oltre il canone, siamo oltre lo stereotipo, cerchiamo di raccontare di una fede che potrebbe essere di chiunque, anche di isole lontane – che, soprattutto in quel periodo, venivano viste come popolate da gente inferiore in tutto.

Questo agosto starò a casa, ma mi basterà viaggiare con la mente.