Monte Carlo.

monte-carlo-selena-gomezOggi è una giornata no. No perché calda e perché Domenica: non ho fatto praticamente nulla tutto il giorno e ad un certo punto mi sono detto “perché non guardare qualche film tranquillo?”.

La scelta è caduta su Monte Carlo. Sì, quello con Selena Gomez, Leighton Meester e la tizia bionda che probabilmente era in Gossip Girl, ma non ricordo. La scelta è stata forzata da due fattori: aspettavo l’ultimo CD di Selena Gomez (ma mi ha annoiato) e nel film c’è Catherine Tate che adoro.

Diciamo che mi aspettavo qualcosa di diverso come film. Avevo già recensito LOL con Miley Cyrus quasi un anno fa e ho deciso che, data la giornata leggera, posterò qualcosa di leggero.

Primo problema che non aiuta il film. Non sbattersi proprio per niente a dire Monte Carlo e non Mònti Carlow. Capisco anche io le difficoltà fonologiche, però. Secondo problema: non è realmente così divertente e fresco come dovrebbe essere. Mi spiego meglio.

Il film è incentrato su questa ragazzina del Texas che lavora per anni come cameriera e si paga il viaggio di fine scuole superiori a Parigi. Qui succedono un paio di cose e viene scambiata per una socialite britannica e spedita a Monte Carlo. Si innamora di uno, scoprono la verità, all is forgiven, all is good.

Letta così potrebbe essere il tipico chickflick americano divertente e un po’ romantico. Nella realtà è un po’ tanto vuoto: Ok il “ti mandiamo appresso la sorellastra perché così ti cura, anche se la odi, fate amicizia in vacanza, grazie” dei genitori, però sembra abbiano speso troppo per le star principali che ormai non ci siano soldi per comparse che rendano tutto più divertente.

Partiamo dal motivo per cui lei viene spedita a Monte Carlo: ha acquistato un pacchetto vacanze pessimo e la guida turistica porta loro tre e altri in giro per Parigi correndo. Sulla Tour Eiffel si perdono via a guardare la città e il loro pullman parte. Loro sono disperate: non sanno cosa fare né dove andare, pare che a Parigi se non si segua la propria guida non si possa andare da nessuna parte.

A parte che. Se sei in giro in pieno pomeriggio puoi prendere una dannatissima metropolitana e poi ritrovare il tuo gruppo.

Pare che le ragazze non sappiano di questi mezzi di trasporto (né scoprono che i taxi non sono un’esclusiva americana), finiscono sotto il diluvio e si trovano davanti un grand hotel. Selena Gomez entra per andare a cambiarsi e un concierge la scambia per tale tizia britannica. La fanno salire con le amiche in camera, si addormenta e non fa in tempo a scappare che viene messa su un treno per Monte Carlo. Con le amiche. E loro non è che si fermano un secondo. No: approfittano dell’albergo, del viaggio, della suite Grimaldi (hanno sentito dire alla britannica che scapperà a Mallorca) perché poi sarebbero soldi buttati.

La sorellastra molto noiosa scopre l’amore (beh.) con un tizio che viaggia a caso e prima è a Parigi e poi a Monte Carlo pure lui. L’altra esce con un principe e decide di mollarlo quando tratta male la servitù (e poi arriva Cory Monteith, suo amore a inizio film, che fa quattro scene stupide per tutte le due ore e come personaggio non viene sfruttato e decidono di amarsi per sempre), intanto Selena finge di essere britannica, andare a cavallo, giocare a polo e mettere all’asta una collana.

Risultato: per gli americani la Romania è un paese del terzo mondo che ha bisogno di aiuto nella costruzione di scuole (…magari un giorno vi spiegheranno dov’è e che fa parte dell’Unione Europea, tranquilli), dall’altra a Monte Carlo pare che il furto di identità non sia condannabile se il party  va bene.

Da domenica prossima solo film di Ejzenstejn.

I due libri del mese.

Stranamente sono riuscito a finire due libri questo mese. È una cosa strana: ultimamente mi sembra di non avere più né tempo né attenzione per poter leggere libri. Sono sempre troppo stanco, tanto che ultimamente mi nutro di telefilm perché più facili da seguire: alla fine non devi fare nulla se non guardare. Potrei iniziare una discussione lunga sulla fruizione passiva dei contenuti, ma anche no: ci ripenseremo quando avrò magari interesse a tornare sui media studies.

Ecco, di nuovo: non ho voglia.

In ogni caso, ho sempre prediletto il treno per leggere (e ultimamente anche la metro, passando quasi venti fermate): al centesimo viaggio ci si abitua facilmente al paesaggio esterno e si ha bisogno di una distrazione. Certo, al ritorno è sempre un massacro (ormai faccio un cambio di treno non necessario così da risvegliarmi a metà viaggio), però ultimamente mi ci sono impegnato e ho eliminato i troppi pensieri per leggere.

amore molesto_bluPrima di tutto ho terminato un libro che avevo in ballo da troppo tempo: L’amore molesto di Elena Ferrante. Non è un libro lunghissimo, me ne rendo conto, ma bisogna essere pronti a leggerlo: parla di cose così viscerali e a volte raccapriccianti che solo questa autrice riesce a fare senza troppa morbosità. La Ferrante ha un modo di scrivere che sa rendere la scena torbida e molto scura. Quello che non saprei mai fare io, ma che a lei riesce benissimo, è aggiungere tanti particolari alla scena (a volte totalmente inutili, ma ottimi per l’atmosfera) e aggettivi carichi che rendono tortuoso il percorso narrativo.

jk-rowling-the-cuckoos-callingL’altro libro che ho letto – e qui esce il mio lato fangirl – è The cuckoo’s calling di Robert Galbraith. Ovvero: JK Rowling. La sorpresa è arrivata dieci giorni fa: un libro di un esordiente, pubblicato ad Aprile, aveva ricevuto tanti complimenti. La biografia dell’autore lo dava come un ex soldato con un nome d’arte. I giornali britannici hanno voluto indagare (lo stile era troppo alto per essere un semplice esordiente e le capacità espressive erano lodevoli) ed è arrivata una conferma: era proprio JK Rowling.

L’ha fatto per non avere pressioni. E ha fatto bene: hanno confermato le sue capacità narrative e ha dimostrato la sua capacità di adattarsi a diversi generi – cosa che invidio.

The cuckoo’s calling è un giallo. Io di gialli non ne leggo da un po’ (non è un genere che mi interessa realmente. Sono sempre interessato dalle tecniche di narrazione per indizi, ma preferisco leggere di passati torbidi da dimenticare, piuttosto che di cadaveri e assassini) anche perché questo genere è troppo sfruttato e a volte si trovano dei libri di infima qualità. Eppure c’è qualcosa di più in quello che fa la Rowling: dal finale inaspettato all’incastrare bene gli interrogatori. Il lasciarti col dubbio tra tre probabili assassini e scoprire che in realtà è stato un quarto, ma anche il raccontarti di più di questi personaggi: non sono sterili amanti, cugini, fratelli. Sono persone che agiscono a seconda di certi caratteri.

Sono testi del genere che ti fanno tornare la voglia di leggere. E anche la voglia di sperare che non sia solo commercio la letteratura.

Come scrivere una scena di sesso.

È da qualche giorno che mi rendo conto di non aver più scritto molto sul blog. Non c’è mai tempo e la voglia un po’ scema sapendo che i risultati non saranno mai brillanti (ho come questa sensazione che un blog generalista o che parli di libri ogni tanto non sia così interessante. Però siete tutti esperti in cucina, forse dovrei iniziare a parlare di ricette), però ho notato che buona parte dei visitatori capitati qui (quelli che aprono google e cliccano a caso) cercavano indicazioni su come scrivere e vendere un racconto erotico.

Quindi ci ho pensato e ho deciso di fare una cosa che mi programmavo da tempo: da una parte cavalcare l’onda del sesso che vende sempre, dall’altra buttare giù delle regole su come scrivere una scena di sesso. Buttare giù delle regole vuol dire cercare di codificare come scrivere una scena erotica di successo – anche perché molte volte abbiamo descrizioni patetiche o infantili, che fanno solo ridere (o imbarazzare) il lettore. Non scriverò mai grandi capolavori come 50 sfumature di grigio (è ovviamente ironico.), eppure mi toccherà, prima o poi, inserire una scena di sesso da qualche parte.

Io ho, essenzialmente, un punto fermo su questo argomento. Potrebbe anche sembrare stupido, però. La prima regola che mi do è non scrivere scene di sesso se non strettamente necessarie. Ovvero: se è un racconto erotico fatto per il piacere di leggere di carne su carne – fallo. Ma se è un metodo per arricchire di scabrosità un testo, ci perdi soltanto.

Dopo il problema psicologico di decidere quanto ne valga la pena, ho altre piccole regole che secondo me potrebbero diventare universali.

  • Ricordati il contesto e quale effetto vuoi dare. Ovvero: se sai che a metà dell’atto i protagonisti si renderanno conto di non essere più innamorati, non venderlo come il momento selvaggio che li rende contenti. Sono malinconici. Però: se non hanno ancora sentore della rottura, non possono partire subito malinconici, al massimo un minimo straniti.
    Allo stesso tempo: deve esserci un motivo per inserire una scena di sesso. E da lì in avanti dovrà cambiare qualcosa, perché se no è semplice routine – e perché mai descrivere una routine? Per morbosità? No, quindi!
  • Utilizza parole adatte al tono. Quanti ridono delle parole usate dagli Harmony per descrivere un pene? Ecco, esatto. A seconda della scena bisogna sempre ricordarsi dei giusti vocaboli.
  • Ricordati il background dei personaggi. Ricordati sempre che fino alla pagina prima avevano una storia – anche se non l’avevi ancora raccontata – e dopo continueranno ad averne una. Quindi queste cose si rifletteranno anche nei loro comportamenti a letto. Quindi la donna che è stata descritta fino ad un momento prima come “capace e in controllo di se stessa” potrebbe essere più prona a dominare che a lasciar fare.
  • Pensa bene a quello che faranno, potranno fare, farebbero e potrebbero fare i tuoi personaggi. Sembra un punto stupido, ma se c’è una cosa che sessualmente non appaga una persona non sarà interessata a farlo. Oppure, viceversa, se gli dà fastidio e vuoi rendere la situazione disastrosa, inseriscici apposta l’atto peggiore secondo uno dei personaggi.
  • Non devi per forza descrivere tutto. Anche perché: se la parte importante sono i due personaggi che si saltano addosso dopo un corteggiamento lungo e faticoso – e non ti interessa propriamente di cosa faranno – puoi anche evitare di raccontarlo. D’altra parte, se ti serve che la scena inizi con i protagonisti già a metà dell’atto, fallo, non perderti in descrizioni inutili.
  • Arrivare al punto, per quanto sembri la priorità, non è la priorità. Che poi è una lezione utile anche nella vita. Visto che, come già detto, è un cambiamento radicale e un nuovo punto di partenza, non è una gara a quanto poco tempo ci mette un personaggio a infilare qualcosa da qualche parte. C’è sempre un prima. E a volte c’è un dopo.
  • Evita i dialoghi di troppo. Anche qui. Anche nella vita. Impara a comunicare a gesti e sguardi. Non descrivere ciò che farai, non è una dimostrazione scientifica.
  • E infine: puoi reputarla arte, quindi scrivi quello che ti pare.

Sorrow.

Vincent-van-Gogh-Sorrow

Sorrow è il termine inglese per definire il dolore dell’anima. È diverso dal dolore fisico, è diverso dall’agonia: è qualcosa che fa male dentro e che può tramutarsi in dolore fisico, ma è oltre.

È qualcosa che ti mangia il cervello di giorno in giorno.

È qualcosa che ti ricorda che sei vivo, nonostante tu non ne sia contento.

C’è tanto dolore intorno a noi ultimamente. E mi verrebbe anche voglia di scriverne, ma non ne trovo il tempo.

Vorrei fare come Van Gogh: in un mondo di muse (della poesia, della musica, della festa), vorrei dipingere la musa del dolore dell’anima,  un po’ come la signorina seduta sul sasso: il suo stato d’animo ha intaccato anche i lineamenti, rendendola grossa e rozza, con i capelli piatti e il seno cadente su una pancia gonfia. Anche la natura l’accompagna: a parte qualche filo d’erba, sulle piante non cresce più nulla – e così dentro noi.

Ultimamente sento troppo dolore intorno a noi. E vorrei che sparisse.

I love it.

Icona-Pop-I-Love-ItNell’estate del 2012, la classifica musicale svedese trovava in cima un nome che mi faceva un po’ ridere e incuriosire: Icona Pop. Il ridere era perché un anno prima mi ero laureato con una laurea sull’icona pop e la sua costruzione, per il resto mi incuriosiva perché il nome di questo duo era su tutti i giornali svedesi.

Ho ascoltato la canzone molto avanti (la radio svedese che seguivo ha smesso di trasmettere utomland, ovvero al di fuori dei propri confini), ma era subito diventata la mia preferita – e loro due con la canzone.

Era uno stile nuovo (relativamente. Dopotutto in musica è difficile ormai parlare di nuovo): una base elettronica con due – quello che da noi si chiama – scappate di casa che urlavano di essere disinteressate e amare quello che stava succedendo.

A Stoccolma l’avrò ballata tre o quattro volte. Nei locali era una hit tanto quanto Euphoria (che aveva vinto l’Eurovision pochi mesi prima) ed era d’obbligo urlare tutti in coro “I don’t care, I love it”, in Italia non la conosceva nessuno (era anche stata una sigla di Quelli che…, ma non aveva fatto molto sul pubblico) e io la custodivo con quel poco di gelosia e orgoglio che si hanno su certe canzoni importanti. E ora è famosa in Italia – e posso essere solo orgoglioso delle produzioni svedesi.

Alla fine non è solo una canzone – è uno stile di vita. È lo stile di vita di noi che viviamo di corsa per qualsiasi cosa, che prendiamo occasioni al volo e che non riusciamo a rimanere fermi.

È anche una sensazione.

È quella sensazione di disinteresse (I don’t care. I love it.) che ti sale quando sei stanco del lavoro e prenoti un viaggio, quando magari non lo dici a nessuno fino all’ultimo e fai sapere a tutti solo quando sei arrivato, quando devi decidere di uscire con qualcuno all’ultimo e ti inventi una scusa per non farti fare altre domande.

È quella sensazione di libertà. Come quando mi sono licenziato e sono partito per la mia vacanza a Londra, quando una mattina mi sono svegliato e ho deciso di andare a vedere Bergamo, quando prendo il treno per andare a parlare di gender, arte, simboli, icone…

È quel momento quando sei in un grande locale che fino ad anni prima era solamente un macello ed ora è un posto cool, grande abbastanza da contenere centinaia di persone felici per aver vissuto un’avventura lunga e internazionale come l’Eurovision.

È la sensazione che vorrei vivere di più ogni giorno, perché mi piacerebbe vivere sempre di sorprese, di mondi nuovi da scoprire e di cose da raccontare – e da scrivere.

Nel mentre mi accontento di una canzone.