[Racconti brevi] Un segreto.

È come un dubbio che si annida tra le fronde e scende lentamente, come rugiada verso il terreno. Il silenzio è rotto dal continuo scorrere del fiume, dall’acqua che non lascia tregua. Ride di quell’espressione: silenzio. Non c’è nulla di silenzioso nel bosco, è tutto un continuo musicare di elementi naturali (prima il canto degli uccelli, poi le foglie che frusciano tra loro, fino a quel fiume – quel motore continuo che non riesce a starsene zitto un secondo), mentre l’uomo cerca di fare meno rumore possibile. Ma sarà mai possibile appiattire la propria esistenza fino ad un sibilo impercettibile?

Tra le foglie si vedono piccole stradine che si diramano senza speranza: alcune riescono ad arrivare ad ancor più piccole spiagge, altre terminano su punti dove appostarsi e guardare il paesaggio. Sembra quasi di sparire dal mondo, con la rete telefonica non raggiungibile e davanti a sé un muro d’acqua e alberi. Nella spuma bianca dell’acqua infranta contro i sassi che rendono il letto del fiume irregolare si riflette la paura: c’è chi su quel fiume si nasconde, chi fa il bagno, chi ha paura di cadere e venir preso dalla corrente, chi vuole solo passare dei momenti fuori dal mondo, fuori dalla realtà.

Sono tutti così sorridenti e gentili, mentre passeggiano sul percorso disegnato sulle mappe del parco. Gente in bicicletta, in tenuta da corsa, gente a passeggio. Tutti sorridenti sotto il sole, a guardare i riflessi sull’azzurro e le opere umane che accompagnano la costa. Nessuno si avvicina ai cartelli sbiaditi dal sole, agli sforzi di giustificare la presenza dell’uomo e l’apprezzamento provato dai cittadini per quel polmone verde e azzurro, per quel territorio selvatico addomesticato.

La camminata è stancante, ma i risultati sono sempre soddisfacenti: nei sentieri più nascosti si trovano le sorprese più grandi. Rocce che resistono solitarie al centro della corrente, sabbia fine e qualche conchiglia di fiume, uno scoglio da utilizzare come avamposto per la propria abbronzatura.

Prendendo alcune stradine gli sguardi si fanno più furtivi: alcuni sanno, altri non vogliono dire. Non si parla, non si può parlare: il silenzio è sacro, gli alberi sono una grande cattedrale delle divinità della natura, di quelle divinità a cui si rivolgono certi umani troppo civilizzati per distaccarsi dalla propria società, per sentirsi più cittadini del mondo, per dare una giustificazione della loro presenza. Cittadini che non conoscono la propria cittadinanza. Cittadini che mistificano il proprio mondo.

Alcuni sanno. Alcuni sanno cosa c’è dietro quelle fronde. La conseguente reazione non è prevedibile, però: c’è chi ancora si scandalizza e chi sorride mosso dalla pietà. La ricerca del proprio spazio in un infinito aperto sembra una lotta contro mulini a vento, ma basta conoscere il territorio per capire.

Il rumore meccanico delle catene delle biciclette, il rumore più fastidioso prodotto dall’umanità in quegli spazi, è sempre più lontano. Una piccola conca è raggiungibile facendo attenzione, basta non affrettarsi. C’è qualcosa di magico in quella spiaggetta: l’ingresso è celato, una grande parete di vegetazione chiude la vista. Alcune grandi rocce stringono l’accesso al fiume, che infuria con violenza. Dall’altra parte solo una parete ripida coperta di smeraldo e quello che gli uomini chiamano silenzio – non quello fisico scientifico, quello naturale. Un leggero rumore di sottofondo per ricordarci di non essere soli al mondo.

Tra le sue braccia non riesce a capire se si sia fermato tutto. Ciò lo rende più sensibile al rumore: quel momento di calma, quell’abbraccio, quel silenzio di relax, forse solo lui lo trova un po’ imbarazzante. Eppure non si erano più avvicinati così tanto, eppure l’amicizia, eppure… eppure c’è un altro. Eppure c’è una certa lontananza che viene colmata con serate in giro a parlare, perché “mi trovo bene” o perché “con altri non posso aprirmi quanto con te”. Eppure c’è quel momento in cui la sua mano sulla spalla fa capire che ci sarà sempre un segreto e qualcosa di più pesante, qualcosa di più difficile da digerire e di cui parlare. Si può far finta, si può ironizzare, ma il passato esiste e continuerà ad esistere.

È in quell’istante che prova a decifrare il silenzio. Fermo, col respiro a metà, con l’aria che non si muove e il sole che sta lontano da loro, come a rispettare la segretezza ancora più grande.

Finirà il pomeriggio e ci si rinchiuderà nelle proprie case. Finirà il pomeriggio e si cercherà una giustificazione a tutto quello, ma le parole non sono state abbastanza e i gesti, a volte, non sanno esprimersi. Finirà il pomeriggio per ritrovarsi di nuovo solo, nel surreale silenzio di una pantomima che solo la sua testa riesce a chiamare relazione.

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