Novembre 2015.

Sono stato in silenzio tanto a lungo, perché non avevo mai tempo. Perché ci sono mille cose da fare, perché Londra è una città piena di vita e perché alcune cose passano in secondo piano, anche se dovrebbero essere sempre al centro della mia attenzione.

Sono seduto in ufficio. Non mi lamento, fuori piove e sono da solo. Lo sto facendo perché sento la responsabilità, non andrò a scrivere post lamentosi o a mettere foto su Instagram dall’ufficio vuoto. Non ce n’è bisogno, non mi dà fastidio, non soffro.

Sto scrivendo perché ne sento il bisogno. Perché sto piangendo da ieri sera, perché fa paura, perché mette ansia, perché ad un certo punto riesci a provare il dolore degli altri, anche se sono lontani da te, anche se non li conosci.

Ho bisogno di smetterla. Le mie mani puzzano di candeggina e del cercare di mettere pezze su delle situazioni complicate. Ho passato la mattinata a pulire, a riordinare, a dare un senso. Perché a me bastava una spugna e del detersivo, a Parigi non basterà nemmeno tutta la pioggia del prossimo anno.

Sono dieci giorni che mi lamento della mia forzata convivenza con coinquilini insopportabili. Sono dieci giorni che ho mal di collo da stress e mi sveglio a metà nottata. E poi, ieri sera, mentre cercavo di capire i prossimi passi per la mia vita, ho letto una cosa che mai avrei immaginato.

Per quanto qui ci ricordano ogni giorno che la città potrà essere sotto attacco presto, per quanto il rischio è alto. Ma si vive senza pensarci, perché c’è un’aria di sicurezza e di tranquillità, perché ci sono troppe cose da fare – e non ti viene voglia di scrivere un blog.

E ieri sera è tutto crollato, nella mia mente.

E stamattina si è aggravato ancora di più, quando una delle persone più care per me mi ha detto che tra qualche mese metterà al mondo una creatura. Che dovrà vivere in un clima di terrore, di disperazione e di dolore.

E piangi per la gioia, perché quel bambino crescerà in una famiglia piena di amore, e piangi per la paura perché non sai cosa succederà nel futuro.

Questo è uno di quei giorni da cancellare. Passerà, come tutti gli altri, ma non sarà mai abbastanza per dimenticare.

7/7

Non c’è stato nemmeno bisogno di un annuncio, ci siamo semplicemente fermati. Un silenzio rispettosissimo, estremamente britannico, che ha fermato la città.

Dieci anni fa oggi, 52 persone perdevano la vita mentre andavano tranquillamente a lavorare: l’unica colpa essere saliti proprio su quella metropolitana e non un’altra.

Alle 11.30 ci siamo fermati. Spenta la musica, ci siamo fermati dalle nostre preoccupazioni giornaliere e siamo rimasti un minuto in silenzio, chi un po’ imbarazzato dalla situazione, chi a fissare la televisione con la mascella serrata e un’espressione amara.

Non era la stessa sensazione del minuto di silenzio a scuola, in Italia, per ricordare l’11 settembre. Non eravamo coinvolti emotivamente: c’era sì un rispetto, ma c’era anche una distanza che non ci permetteva di capire cosa fosse davvero la paura.

Non era quella sensazione di dovere che arrivava dai nostri professori, infastiditi dall’essere interrotti durante una spiegazione che reputavano più importante. Non era quella sensazione di “queste cose non succedono, qui” che ci tramandavano i nostri genitori. Dopotutto nel nostro futuro eravamo destinati, secondo le nostre scuole e le nostre famiglie, a non spostarci più lontano della nostra campagna – così poco interessante e poco popolata per diventare teatro di certe manifestazioni.

Ma oggi sono qui. Le mie cose sono qui, la mia vita si svolge sulla Central line, le mie giornate hanno come sfondo Londra.

Di tutte le persone che ho conosciuto, non ho ancora trovato qualcuno che abbia avuto il coraggio di dirmi che non ama la città. È un luogo di cui ci si sente facilmente parte e che sembra solo alimentare le proprie speranze e ambizioni.

Dieci anni fa, quattro esplosioni hanno fermato una città che non dorme mai. Nello sguardo di tutti una sola considerazione: potevamo essere noi. Nel silenzio di tutti una paura: potremmo essere noi.

Siamo tornati attivi, nei nostri problemi da quattro soldi e nella nostra realtà fatta di comunicazioni patinate. Eppure c’era ancora un po’ di pesantezza sul cuore.

È bastato un minuto per capire quello che in anni non sono mai riuscito a provare. E guardando il dolore di tutti gli altri, mi sono sentito ancora un po’ più a casa.

L’estate del 2009.

Se non fosse stato per un post della mia amica Francesca non ci avrei ragionato tanto. Io amo Francesca: è creativa, passionale e riesce a sostenere una conversazione pesante senza battere ciglio.

Ci siamo conosciuti alle scuole superiori, ma la nostra amicizia è cresciuta molto al di fuori di quelle mura: serate a bere, a parlare, a sognare… c’era sempre una sensazione di destino comune che ci univa.

La nostra scuola superiore era particolare – e l’ho raccontato molte volte. Attività extradidattiche, possibilità creative e una certa rilassatezza rispetto alla norma. Se non fosse stato per quell’ambiente, forse, oggi non sarei così.

Ma la scuola italiana è figlio di un ministero. Un ministero che ha questa strana passione per la standardizzazione, per l’affrontare meno problemi possibili, e che non è interessata a rendersi conto dell’influenza che ha sui suoi studenti.

Nelle scuole superiori, alla fine, siamo dei voti. Siamo figli di una catena di montaggio che ci vuole impegnare per cinque anni, per buttarci fuori nel mondo senza tante raccomandazioni. Buona parte del personale non è interessato a trasmettere qualcosa: è indecoroso, ma molte volte i ragazzi si trovano in contatto con personaggi frustrati che non hanno il desiderio di mettersi in gioco ed ascoltare.

Noi siamo stati fortunati. Non tutti, ma molti professori nella nostra scuola erano dalla parte dello studente. C’erano tutor, c’erano attività extra che i suddetti supervisionavano senza essere pagati, c’erano biblioteche e laboratori e c’era la voglia di vedere qualcosa nascere.

Io scrivo perché sono stato educato a farlo. Io scrivo perché nessuno tra quelle mura si è mai azzardato a dirmi che era una perdita di tempo. Io scrivo perché qualcuno si è seduto davanti a me e mi ha detto “questa è la tua passione? Vediamo come posso aiutarti a svilupparla”.

Io e Francesca ci siamo diplomati lo stesso anno – e di questo parlava il suo post. Io non ricordo molto della maturità. E il risultato è stato deludente: l’aspettativa di tutti era un mio cento bello tondo – e un ottantatré era riuscito a far sorridere tanti invidiosi.

Ma aveva tutto un altro sapore.

L’estate del 2009 è stata diversa. Era la prima estate dove liberarsi delle zavorre che la scuola mi aveva buttato addosso.

Siamo stati fortunati: la scuola ci ha dato tanto. Ma allo stesso tempo si è disinteressata dei nostri problemi personali, perché portano via tempo.

I problemi dei ragazzi sono lunghi da risolvere. Ci vuole counseling, ci vuole pazienza, ci vuole investimento… e per molti non ne vale la pena. Basta buttarli fuori, questi ragazzi, che tanto ce ne saranno sempre di nuovi, pronti ad affrontare una macchina per la standardizzazione che non considera il periodo di cambiamento che stanno vivendo.

Siamo usciti cambiati da quella scuola. A differenza di alcuni avevamo provato grandi dolori che ci avevano messo alla prova. Per noi la maturità era solo una noia burocratica, l’ultimo cerotto da strappare con forza.

E, quando l’abbiamo strappato tutti assieme, ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti: “e ora?”.

Abbiamo dovuto ricominciare, tutti. Non c’erano più gerarchie scolastiche, c’era una tavola bianca davanti. E non avevamo più paura, noi con i nostri problemi, perché sapevamo che il peggio era passato.

A volte vorrei andare nelle scuole e raccontare la mia vita. Non perché sia speciale, ma perché vorrei che i ragazzi capissero che c’è un futuro che li aspetta. E che bisogna far fatica per non sentirsi schiacciati, ma che ne vale la pena.

Quando penso alle persone a me vicine, mi rendo conto che tutti loro hanno dovuto far fatica e che in me c’è solo grande stima, perché non si sono lasciati condizionare. E sono contento di non dovermi sedere ad un banco che mi voleva maschio stereotipato, con una identità di genere ben precisa e con hobby e interessi definiti da una cultura machista.

Vorrei che quel mezzo milione che sta seduto sui banchi in questi giorni si svegliasse una mattina di luglio pensando “è l’inizio della mia vita”. E vorrei che si fermassero un momento a ricordare quelli che si sono lasciati schiacciare. E che la smettessero di scegliere ciò che è facile. Perché è così che si muore di rimpianti.

Iron Sky

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Roman Road è una strada circa dritta di due chilometri, a volte curva involontariamente, a volte corre la sua strada, diramandosi in tanti piccoli vicoli. Le strade a Londra sono un po’ così, come disegnate con una penna su un foglio senza righello.

A metà, perpendicolare e tagliente, passa il Regent’s Canal: se uno volesse potrebbe attraversare la città navigando il canale e arrivare a Paddington, dall’altra parte della città.

In due mesi qui ho imparato che Londra non è una città. Forse lo sapevo già, forse lo sospettavo solamente, ma insomma: Londra è una somma di piccoli villaggi, di quartieri caratteristici e di luoghi immortali, sotto ad un cielo sorprendentemente brillante quando sereno e spaventosamente d’acciaio quando nuvoloso.

C’è Aldgate e la sua comunità del Bangladesh, c’è Mile End universitaria e più rilassata, c’è Bethnal Green da poco ritornata in auge, c’è Shoreditch con i suoi hipster – tutti insieme a creare un est della città creativo e inusuale.

E ci sono le case di Sloane Square, ricche e piene di ornamenti. I negozi di lusso di Knightsbridge, il lunghissimo The Mall davanti a Buckingham Palace, coperto di bandiere, nel simbolo più solenne dell’impero.

È una vita che spaventa, poiché costosa, frenetica, sempre sveglia. È una vita piena di gioie: perché c’è tempo, ci sono opportunità e c’è un futuro – basta giocarselo.

Ci sono sacrifici da fare. È una vita costosa, ma quando si impegna dà dei frutti così succosi che non riesci a smettere.

Ci sono cose da vedere. E non vorresti mai andare a dormire perché c’è sempre un bar aperto, un negozio di bagel, un bus che ti porta da qualche parte.

Ci sono io. Che ormai guardo questa città come casa. Che mi addormento di notte sperando di svegliarmi ancora qui, ancora con i miei sogni, ancora con la voglia di fare e di scoprire – che un’emozione del genere non la provavo da anni.

E c’è un futuro. Sempre immerso nell’oscurità di quello che potrebbe succedere. C’è un futuro di teatri, di arte, di concerti, di parchi e di serate a bere vodka e giornate a ragionare di politica, economia e arte, con persone che hanno voglia di mettersi in gioco, a qualsiasi età.

E intanto aspetto, pregando tutto questo non se ne vada.

Adesso e qui.

La giornata si è addormentata e tra poco sarà il mio turno. I sedili blu del treno e il neon giallognolo sono quasi la metafora di questa situazione: sono tutti una copertura per far finta che la carrozza sia nuova, grintosa, splendente. Ma di notte, quando la luce è artificiale, si vede da lontano lo squallore che le accompagna.

È il momento di fare i bilanci. Di abbracciare per un’ultima volta le persone e non riesco a non pensare al tempo sprecato, al disastro e alla forza che mi è venuta a mancare, mentre mi consumavi senza ragione.

Il dolore al petto non c’è più e nemmeno l’ansia di stare in mezzo alla gente. Fino ad un mese fa non mi sarei mai immaginato sarebbe finita così, ma è ora di ripartire in questo lungo viaggio.

Non ti vedo da tre mesi ed è meglio così. Ti ho quasi dimenticato, ma quel quasi a volte torna a bussare forte e a farmi del male.

Siamo fatti per soffrire, siamo fatti per portarci dietro le catene e i dolori della vita ovunque andiamo. Conto gli aerei che prenderò, ma non mi libereranno da quello che c’è stato e da quello che ci sarà.

In te vedevo quello che poteva essere l’amore. E invece era, probabilmente, solo l’inizio della grande disperazione, della grande solitudine.

Come un compito lavorativo rimandato per troppo tempo, non ero la priorità. E me l’hai pure detto – e ha fatto male, ma sia mai che potessi raccontarti i miei pensieri. E io, stupido, ancora oggi penso alle mie di priorità, forse ordinate incorrettamente, che ti vedevano in cima, giorno dopo giorno.

Adesso, almeno, non mi manchi più. Adesso, almeno, non ho l’ansia di rivederti.

È tarda serata e l’unica sensazione che ancora ho è di essere stato l’altro. È uno di quei sentimenti che provo troppo spesso – e a volte per colpa mia. È come essere secondi, ma è molto peggio. È come essere di passaggio senza lasciare nulla.

E io ci spererei di aver piantato un seme. Un seme che si risveglierà tra mesi, che ti racconterà tutto il dolore che io ho provato e che ti farà capire il male.

Bastava poco per non soffrire. Bastava poco per non far soffrire. Ma poca gente strappa il cerotto con velocità, preferendo un dolore immediato, ma breve.

Ho deciso di darmi ragione. Non eri la persona giusta. Non eravamo nelle stesse fasi della nostra vita e non ci siamo raccontati (o almeno, non mi hai raccontato) quello che ci aspettavamo.

E ora torno a casa per scappare. Perché gli occhi i si chiudono dalla stanchezza e mi convincono che è ora di non pensarci più, che la tempesta se n’è andata.

La signora Dalloway.

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La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei. Perché Lucy di lavoro ne aveva già abbastanza. Le porte andavano levate dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati a momenti. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca, come elargita a dei bambini su una spiaggia.

Dopo le grandi Olimpiadi e il giubileo di Diamante, Londra sembrava aver accettato la sua anima di città mai finita, con quelle semplici transenne di plastica ai lati delle strade e i cartelli, fotografati dai turisti, come se fossero reliquie di una cattedrale importante.

La città in una mattina di giugno risuonava di fervente attesa: c’erano commissioni da portare avanti, lavori da terminare e serate da organizzare. Il calore delle prime giornate estive incitava i ragazzi a stare fuori più a lungo, vivendo fino in fondo la giornata.

Clarissa si gettò in Old Bond Street lasciando fluttuare il suo vestito lungo, dalla stampa floreale. Una mattina così fresca che non poteva non essere celebrata con un tessuto colorato e una passeggiata tra i negozi, cercando gli ultimi accorgimenti per il party della serata. Sentiva le macchine sfrecciarle di fianco, indifferenti, ma non le soffriva: c’era una vita da vivere, c’era una città da assaporare.

Preferiva essere lei ad occuparsi dei dettagli, per ricordare ai suoi ospiti la sua presenza. Preferiva dare il suo ultimo tocco, come i fiori, per raccontare una storia lunga vent’anni. Richard sarebbe arrivato a casa alle sei e mezza, indispettito dal traffico come sempre, e lei gli avrebbe fatto trovare una casa già arredata a festa, ricordandogli di darsi solo una rassettata che tutto sarebbe andato bene.

Continuò a camminare verso SoHo, tenendosi lontana da Green Park e dagli amanti della corsa che ad ogni ora si sentivano indispettiti dalla presenza di altre persone. Quale calma! Quale tranquillità! Uscire di casa dopo l’orario di punta le regalava sempre un aspetto della città segreto ai più. E non riusciva a far altro che camminare per le vie meno conosciute, lontana da quei turisti invadenti, pensando che quella città – la città della sua infanzia, della sua adolescenza, dei suoi primi amore – le stesse fuggendo di mano, stesse scappando lontana dai suoi ricordi.

Avrebbe scelto i fiori lei stessa, stando attenta, come gli altri non facevano, alle piccole imperfezioni dei petali. Non si poteva scappare davanti alla bellezza, non si doveva scappare davanti alla bellezza. E tutte quelle persone che correvano per risparmiare attimi preziosi, intanto si perdevano la mattinata fresca, l’aria morbida e il sole ancora non troppo caldo di una giornata di giugno a Londra.

(Sono tornato a leggere Mrs Dalloway in versione originale. E volevo sperimentare un po’.)

Vorrei dirti che…

Siedo in ufficio a guardare il vuoto in un momento di pausa. La giornata è finita, ma ci sono sempre così tante cose rimandate e da rimandare che non c’è mai un secondo di pausa dalla vita reale. Questo è un posto sicuro, perché il mio cervello non riesce a vagare troppo, ha degli obiettivi e dei prodotti da portare avanti. E ci sono delle scadenze, maledette loro, che non mi fanno fermare.

Avevo detto che sarebbe andato tutto bene. Sul divano, guardando fuori. Adesso hanno tolto il ponteggio e dalla finestra sul balcone si vede di nuovo la vallata per bene e i treni che passano, sempre in ritardo – e purtroppo non è una frase fatta.

Eppure non ci sei più. E quindi ogni volta che mi fermo penso a cosa stia succedendo nella tua vita, a cosa sarebbe potuto succedere nella nostra. Ma non ci sei più e non so come dirti quello che passa per la mia testa.

Vorrei dirti che ho paura ci siano state delle bugie. E che anche solo il sospetto mi fa provare dolore, perché non vorrei pensare male. Vorrei dirti che ho smesso di soffrire, ma a volte la solitudine si sente. Ma meglio così – meglio per te, per la tua situazione, meglio per me e per la mia ansia.

Vorrei dirti che voglio dimenticarti. Perché non sono uno di quelli che si inventano difetti per gli altri, per quelli che se ne sono andati. Ma purtroppo devo convincermi che non eri per me, non eri per la mia vita. Anche se alla fine, di notte, quando tutto svanisce, non riesco a non pensare che forse poteva essere una delle esperienze più belle della mia vita. Eppure è finita.

Vorrei dirti che non sono realmente così felice per te. Lo sono a immaginare la situazione e saperti più calmo e tranquillo, ma lo sono meno a immaginare come siano andate le cose quando ci siamo salutati, quando abbiamo parlato di lui. Come ho detto, e ora confermo, non vorrei mai vederti soffrire, nonostante i nostri problemi e i miei dolori, ma la casa è di nuovo vuota e a volte non sembra avere senso risistemarla.

Vorrei dirti che mi è passata, ma non passerà mai. Ci ho creduto troppo, certamente più di te, ma non è un problema: succede. E con tutti i discorsi che ti ho fatto sono soddisfatto, perché ho dimostrato a me stesso di riuscire ad essere una persona matura, una persona evoluta.

Eppure non ci sei più. E certe cose non posso dirtele, perché non sopportavi i miei discorsi – e non li sopporterai mai. Quindi le scrivo qui, sperando tu le legga. E sperando tu mantenga un ottimo ricordo di me.  E io di te.

2015.

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Dal divano di casa si vedono chilometri e chilometri di paesaggio. In fondo ci sono le montagne. Nelle giornate belle si vede fino al Monte Rosa, ma non me ne intendo: io in montagna non ci vado mai. Eppure non riesco a vivere senza questo sfondo: ti siedi sul divano, senza pensare, e le guardi, lontane. Più secondi passano e più ti rendi conto che quel piccolo schizzo sullo sfondo non è altro che un blocco di roccia alto 2532 volte te.

E ieri c’era la giusta luce per sedersi e godersi il momento: c’è ancora un po’ di neve sui tetti delle case, i parcheggi sono vuoti e i campi silenziosi. Dopotutto ieri era il primo giorno dell’anno. E se hai un secondo di calma, durante i festeggiamenti, e ultimamente senti spesso la tua vita cambiare, ti rendi conto davvero che è il primo giorno di un nuovo ciclo.

Oggi ho letto un pezzo sulla ricostruttività della nostra mente. A volte aggiungiamo dettagli e ci convinciamo di cose non veramente successe, perché ci rendiamo conto solo in ritardo dell’importanza di certi dettagli che trascuriamo. E così, quando andiamo a raccontare, creiamo scene rubando dettagli qui e là. È una cosa così potente, la mente.

È una cosa così spaventosa, la mente.

Io cerco sempre di imparare più dettagli possibili, perché ho paura di dimenticare, di lasciare andare. È una forma di mania, di ossessione. È un tic non visibile che scatta nella testa di chi, come me, vuole vivere i ricordi nelle loro sensazioni e non attraverso fotografie.

Se chiudo gli occhi e ripenso a ieri vedo il mio divano e le montagne. E sullo stesso divano, di fianco a me, una parola, che ho sempre avuto paura di pronunciare: speranza. Ci ho scritto un post, addirittura, due anni e mezzo fa.

È una cattiva consigliera la speranza: ti fa credere che il mondo ti aiuterà. Arriva poi l’esperienza a ricordarti che ti stavano solo prendendo in giro e lentamente impari di lasciar perdere la voglia di futuro. E inizi a vedere il capodanno come un giorno qualunque: è tutto un continuo.

Per una volta vorrei che questa giornata significasse davvero qualcosa. Per la prima volta, la speranza non mi è apparsa così oscura. Mi ha guardato e ho lasciato perdere i miei preconcetti. Perché per un anno vorrei sperare nell’ultimo tassello mancante della mia vita.

Sul divano ho deciso di non cambiare niente per il 2015. Mi sento, per una volta, soddisfatto di quello che ho fatto e imparato. Ho stretto la mano alla speranza e ho cercato di sorridere, di comunicare in silenzio: mi vedi?

E ho sorriso perché abbiamo un anno davanti. Ho sorriso perché voglio vederti vincere le tue paure e i tuoi dolori – con il mio aiuto. Ho sorriso perché c’è tanta strada da fare – e le mie gambe sono già stanche e hanno bisogno di aiuto.

Ho sorriso perché è un giorno nuovo. E anche se ci saranno altre mille difficoltà, ho sentito che ci sarai. Anche non per sempre, ma ci sarai.

E fa tanta paura: è come aver tra le mani un cristallo. E nella mia vita non credo di aver mai visto qualcosa di così bello e così fragile allo stesso tempo.

1° Dicembre.

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È un momento difficile che non riesci a gestire se non reprimendo la paura fino a diventare isterico, rigido, cercando di essere il più naturale possibile, ma non ce la fai. Ad un certo punto ci pensi e speri di essere da solo, poi ti rendi conto che meglio così, poi decidi che no, hai fatto una stupidata.

Non è tanto l’essere lì che è la stupidata, è l’essere lì con lui. Perché puoi essere stato bravo quanto vuoi e puoi aver preso tutte le precauzioni di questa terra, ma nella tua mente c’è quel senso di tragedia che ti accompagna sempre e comunque. E hai sbagliato, ma non vuoi ammetterlo – con lui davanti, poi, come fai?

E hai sbagliato, ma sei lì. Almeno a redimerti. E tutti e due siete un po’ distanti, un po’ strani. Ma tu non ci fai caso come al solito, perché hai altro per la testa. E l’ingresso è un cancellino infimo, su un giardino, con una porta rovinata, con qualche sedia e qualche persona spaventata, che la guardi negli occhi e non commenti, perché è difficile, perché forse hai capito cosa gli è successo.

E grazie a Dio c’è lui, a parlare ogni tanto, a farti passare il tempo. Alla fine è meglio così: è meglio vederlo lì, anche se l’unica cosa a cui penso è che se dovesse arrivare una cattiva notizia lui cercherà di consolarti e poi scapperà. Oppure no – ma cosa faresti tu in quella situazione? O forse lo allontaneresti tu stesso e quindi…

E quindi siete a fare un test sull’HIV. E ti fanno compilare un questionario e mentre lo compili rivaluti tutta la tua situazione. È un momento topico. E non sai se gli altri si fanno le tue stesse domande: quanti avranno segnalato che hanno avuto rapporti a rischio? Quanti si presentano immaginando il peggio? Quanti invece lo fanno perché seguono le indicazioni che dà il ministero?

Tu siedi lì e cerchi di capire cosa ne sarà di te e di quella giornata. Un po’ perché sei drama queen, un po’ perché ci tieni che tutto vada bene – perché c’è altro che dipende da questo che deve andare bene. E intanto chiamano numeri.

E all’accettazione c’è uno che sorride, senza stare composto come dovrebbe. E nella saletta c’è una dottoressa spocchiosa, che non ha mai provato empatia per i pazienti in vita sua e ti dice informazioni cliniche in una maniera abbastanza scontrosa. E un po’ ti giudica. Perché non riesce a non farlo, perché nessuno probabilmente le ha insegnato le basi di psicologia. Perché è una scienziata non umanista, che sa trattare le malattie con distanza, ma è anche una persona. E vede delle persone. E non riesce a capirli.

Lui fuma una sigaretta, tu aspetti, lui dice cose, tu ne dici altre, ma non ricordi già che cosa sta dicendo. E poi ti chiamano – o almeno, urlano il tuo numero – e ti dicono – nemmeno entrato – che è tutto a posto. Urlando anche consigli abbastanza imbarazzanti e ti chiedi perché mai una persona del genere faccia quel lavoro.

L’infermiere invece è gentile. E simpatico. E ad ogni persona che esce sorridente regala sorrisi. E sai che con quelli meno contenti del risultato saprà rispondere a tono. Ed esci col sollievo e per i primi dieci minuti dovete riprendervi tutti e due e poi a lavorare. Ma più tranquillamente. E tornate ad essere quelli che eravate: a braccetto per la città, rendendoti conto della sua voce roca, del suo raffreddore. E tutto passa.

È il 1° dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS. È meglio sapere e prevenire.

Ho voglia di tornare (da te).

Ho voglia di tornare da te, anche se mi porto un grande dubbio dentro. La serata si fa buio presto a nord, ed è così silenziosa che fa paura. Il traffico ha fretta, le macchine hanno bisogno di tornare a casa e riposare prima della nuova settimana. E io voglio ripartire – ma non voglio ripartire.

Ho voglia di tornare da te – e non l’avrei mai detto. Non perché non pensavo avrei mai provato questo sentimento, ma perché non pensavo di poterlo provare ora e di poterlo provare anche solo per due giorni lontano da casa.

Ho voglia di tornare da te. E da quelle braccia. E quelle spalle. Che non hanno nulla di troppo particolare, se non essere tue. E fa ancora più strano, perché non molto fa non ne avevo assolutamente bisogno – e si andava avanti così.

Ho voglia di tornare da te. E vorrei dirtelo, ma preferisco rimanere nel dubbio e lo scrivo qui, che forse non leggerai. Ed è più comodo per me perché non so comportarmi e non so cosa fare del mio futuro. O del nostro futuro. Anche se è troppo presto per dire questa parola – ed è troppo tardi per fingere che non ci sia nulla.

Ho voglia di tornare da te. Perché ti voglio abbracciare e raccontare di questo weekend pazzo, ma ci sono troppi chilometri e troppe ore da aspettare.

Ho voglia di tornare da te. Si era capito?